Una vita da attore

Stefano recita da sempre la parte del bravo ragazzo che non ha bisogno di nulla. Rifiuta sempre, con cortesia, qualunque offerta, qualunque favore, qualunque aiuto. Soprattutto non ne chiede, nemmeno quando ne avrebbe oltremodo bisogno. Gioca il ruolo dell’invisibile, non vuole essere un peso per nessuno, non assume responsabilità, non si mette in evidenza, non pretende. Si aspetta, sì, di ricevere quello per cui ha pagato, un buon servizio, un buon prodotto. Si arrabbia moltissimo quando non riceve il giusto controvalore.

Se succede qualcosa intorno a lui, anche in un certo qual senso inconsueto e sconvolgente, non si scompone mai, almeno esteriormente. Non grida, non fugge, non soccorre. Recita la parte dell’imperturbabile, anch’egli un po’ invisibile, tanto per rimanere in tema.

Il problema di Stefano non è tanto nelle sue reazioni esteriori, che se uno è calmo e non turbato né sorpreso da una certa situazione, beh, sotto molti punti di vista ha anche un vantaggio. Il problema è che dentro di lui si sconvolge, cosicché la sua reazione esteriore non riflette il suo vero stato d’animo. Recita, semplicemente.

Lo fa per paura del giudizio altrui, ma questo è un altro aspetto della situazione.

In una seduta di scrittura meditativa Stefano, che si è sempre identificato come affetto da vittimismo, scopre che la sua Dinamica Dominante non è quella della Vittima bensì quella dell’Attore. Dopo una discesa meditativa, infatti, Stefano entra in contatto con la sua Dinamica Dominante. E’ un giovane di bell’aspetto, vestito da templare o cavaliere o qualcosa del genere. Capelli lunghetti scuri, pizzo accennato, molto diverso da Stefano. Dice di chiamarsi Gustav e gli lascia un messaggio. Gli spiega allora che è la sua parte di Attore e che è entrato da protagonista nella sua vita (quella di Stefano, cioè), per proteggerlo, fargli da scudo verso le cattiverie del giudizio altrui, per essere barriera alle curiosità, alle domande troppo intime e/o scomode, alla vergogna, al senso di colpa. Dice di essere un cavaliere e che come cavaliere si adatta a tutte le situazioni e a tutte le scomodità del vivere errante, come Stefano rifiuta pertanto le comodità e gli aiuti del prossimo, mentre si adatta stoicamente a qualsiasi scenario.

Quanti Stefano-Gustav ci sono in mezzo a noi ? Quanti vivono un’esistenza che non è la loro, stretti tra obblighi e incombenze che non hanno scelto ? Quanti Attori che fingono, anche a sé stessi, che tutto va bene e recitano il loro copione giorno dopo giorno ?

Vi sono diverse tipologie di Attori, ma la differenza fondamentale tra questi è nella loro consapevolezza di recitare una parte.

L’Attore Inconsapevole non vive secondo i suoi bisogni ma per appagare quello che gli altri vogliono vedere da Lui (o Lei, se Attrice). L’Attore Inconsapevole si chiede incessantemente: “cosa si aspetta da me questa persona?”. E avuta o percepita la risposta si adatta immediatamente, assumendo quel ruolo e quel comportamento che potrà gratificare l’interlocutore. L’Attore Inconsapevole non contesterà mai le Tue idee, anzi aggiungerà il suo contributo per rafforzarle. Per l’Attore Inconsapevole è difficile dire di no, è assolutamente conformista e si nasconde nel branco o si rifugia nella solitudine. Cerca sempre la chiamata di un altro. Cerca il suo regista.

Può averne uno, mille o centomila (di registi). Se è uno solo gli affida le chiavi della sua vita e ubbidisce come un automa. Se sono centomila cercherà di districarsi per soddisfarli tutti, non prenderà posizione nelle dispute, lascerà che le sue idee rimangano confinate per sempre nella sua mente e nel suo cuore. Il regista (o i regTheatreisti) sarà (/saranno) l’ordinatore del suo spazio e del suo tempo. Il vero limite dell’Attore Inconsapevole è di vedere solo dei registi e mai un pubblico. La sua recita a soggetto è ad uso del regista di turno, in effetti è come se recitasse sempre nelle prove, a teatro vuoto. Non cerca applausi ma consenso e consolazione dal regista.

L’altro è l’Attore consapevole, quello esibizionista e pavoneggiante. Lo chiameremo l’Attore Edonista. Si tratta in questo caso di un soggetto che ha un folto seguito, una schiera di persone che sono a tutti gli effetti suoi follower. Spesso opera nel campo dello spettacolo o dell’intrattenimento, magari un P.R., un organizzatore di serate, un animatore… Ma non è cruciale, diversi Attori Edonisti recitano il loro copione anche in cerchie ristrette.

L’Attore Edonista ha creato un personaggio suo malgrado e una volta imprigionato in questo personaggio si è sentito in obbligo di mantenerlo in vita. Ecco che allora indosserà sempre la sua maschera, anche con gli amici più stretti, non sarà mai sé stesso bensì quello che appare. Ruberà frasi, meme e video divertenti in giro per poterli rimbalzare, per primo, in altri gruppi. Si scoprirà poeta benché avesse avuto sempre 5 in italiano alle scuole professionali, dirà la sua su ogni argomento di costume e società, vivrà sempre l’età del suo personaggio, negando ostinatamente a sé stesso la sua vera età.

Fedele alla linea, non esiterà a sacrificare amori e amicizie per rimanere coerente con la sua maschera. L’Attore Edonista ha un solo regista: il suo Io. E uno sterminato pubblico: il resto del mondo. Si scaglierà inoltre con veemenza contro i suoi critici, qualora contraddetto o deriso.

Sia l’Attore Inconsapevole che quello Edonista vivono una maschera, in una crescente dissociazione tra Sé e Io. Il Sé è represso e rinchiuso nei meandri dell’inconscio. Prima o poi ne farà le spese il Corpo Fisico, come ci insegna la psicosomatica. E questo avverrà nel momento del declino o del fallimento del proprio alter-ego.

Purtroppo quest’epoca impone spesso a ognuno di noi dei ruoli e delle situazioni che stridono con il nostro vero Sé. Credo però che la differenza tra l’essere Attore e l’accettare, a volte, i compromessi del quieto vivere sta nella frequenza e nel peso dei compromessi accettati. Se sono troppi oppure, seppur pochi, ma molto in contraddizione con il nostro Sé, non stiamo rendendo un buon servizio a noi stessi.

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Il coraggio di essere Sé stessi e la libertà di esserlo sono i regali più grandi che possiamo fare a noi stessi. Non è mai troppo tardi per ritornare a casa…

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La donna, evoluzione dell’uomo.

Il ruolo della donna nella storia dell’umanità è stato sempre limitato e circoscritto allo stereotipo dell’angelo del focolare, con variazioni sul tema che dipendono dal contesto storico e culturale, non da ultimo religioso, della società. L’uomo infatti è sempre stato al centro delle attività lavorative, politiche, culturali e sociali, mentre ciò che si chiedeva ad una donna, e purtroppo in molti casi tuttora si continua a chiedere, era di essere una brava donna di casa, una moglie e una madre. L’istruzione rappresentava un lusso riservato a poche fortunate, ed è ancora così in molte parti del mondo.  Oggi non è più così in gran parte dei Paesi dell’emisfero Nord, con una emancipazione che è stata sempre più forte a partire dal secondo dopoguerra. Eppure rimangono ancora molti gli ostacoli che si frappongono a una piena affermazione della libertà per le donne di sviluppare le proprie potenzialità, sia nel mondo del lavoro che nella società in genere. Ancora più grave il problema della violenza, sia domestica che non, che molte donne debbono subire, spesso per mano di loro partner o ex partner, per un’idea travisata di amore che altro non è che possesso (tema trattato nel post “L’amore è libertà” ).

Nella cultura olistica il dualismo maschile-femminile non ha valore, come tutti i dualismi. Ogni persona, indipendentemente dal suo sesso biologico, ha in sé, in potenza, tutte le qualità “maschili” così come tutte le qualità femminili. Chiaramente alcune più di altre vengono coltivate ed entrano a far parte della “personalità”. Ma la piena realizzazione di ogni individuo richiede un’integrazione di qualità “maschili” e “femminili” con pari dignità. Non si tratta infatti di due poli in opposizione, ma di due forze energetiche sinergiche, entrambe indispensabili per uno sviluppo armonico dell’individuo. Come noto lo stesso cervello umano è suddiviso in due parti (emisferi) che richiamano chiaramente l’una il maschile, ovvero la parte razionale e logica, l’altra il femminile, ovvero creatività ed interpretazione emotiva. L’emisfero sinistro opera con la logica del pensiero lineare, mentre quello destro opSimbolo-uomo-donna-gratisera secondo il principio del pensiero circolare o analogico.

Il modello dei chakra ci racconta che l’evoluzione verso la trascendenza, raggiunta nel settimo e ultimo chakra, non è possibile senza una “femminizzazione” dell’individuo, ovvero all’espressione di caratteristiche proprie del femminile, tra le quali soprattutto introspezione, inclusione, ascolto, creatività, intuizione, spiritualità. Nella trascendenza il dualismo maschile-femminile cessa del tutto, in quanto in quello stato si è contemporaneamente sia uomo che donna.

In questi ragionamenti si inseriscono alcune considerazioni svolte da Osho, che prendono in esame addirittura i principali testi sacri cristiani. Vediamo…

  • “Dio ha creato il mondo: prima ha creato la materia, alla fine ha creato l’uomo. Per cinque giorni ha creato tutte le altre cose del mondo – materia, animali, uccelli – e al sesto giorno ha creato l’uomo. E nell’ultimo istante del sesto giorno ha creato la donna. Questo ha un valore molto simbolico: la donna è l’ultima creazione; neppure l’uomo è l’ultimo. E l’allegoria è ancora più bella, perché dice che Dio ha creato la donna dall’uomo. Ciò significa che la donna è una raffinazione dell’uomo, una forma più purificata (…)”
  • “Dio ha creato la donna dopo aver creato l’uomo, perché la donna può essere creata solo in un secondo tempo. Prima devi creare l’energia grezza, poi puoi raffinarla: la raffinazione non può procedere. E in questa allegoria c’è un messaggio: ogni uomo deve diventare femminile prima di raggiungere il settimo chakra. (…)”.

In conclusione non esistono nella cultura olistica alla quale ci richiamiamo, schematizzazioni in base alle quali un uomo biologico deve essere sempre razionale, progettuale, distaccato e una donna biologica sempre emotiva, inclusiva, empatica. Ognuno deve piuttosto integrare il meglio delle proprie qualità e usarle tutte, che siano “maschili” o “femminili” poco conta. Tornando al funzionamento del cervello e più in generale del corpo, l’uno o l’altro emisfero sono dominanti a turno, in cicli di circa 50 minuti. In un fluire continuo senza sosta, oscilliamo continuamente tra maschilità e femminilità. Tanto vale accettarlo come un fatto e prendere il meglio in ogni istante.

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Il posto sicuro

Si dice che tutti hanno un “posto sicuro” dove rifugiarsi nei momenti difficili, quelli nei quali si sente bisogno di stare soli e rimettersi in ascolto di sé stessi. Da bambini il “posto sicuro” è spesso un luogo reale, fisico. La propria stanza o un altro angolo della casa o del giardino. Oppure un albero, già la classica casa sull’albero che pochi fortunati tra noi sono riusciti a costruire, spesso con la complicità dei genitori. Crescendo il luogo sicuro diventa sempre più immaginario, anzi spesso lo è anche da piccoli, certo ognuno ha la sua storia e le sue personalissime esperienze, così come … il proprio personalissimo posto sicuro.

Proprio stamattina riflettevo su questo, quando mi accingevo a iniziare una seduta di meditazione. Negli anni mi sono abituato a introdurmi nella seduta trasportandomi idealmente in un luogo ben preciso. All’inizio era un albero, forse di quercia, ma non è importante. Lo consideravo il “mio” albero. Immaginavo di sederci proprio sotto, a volte appoggiandomi al tronco. Poi via via la scena si è arricchita di particolari e sempre più, poco alla volta, trasportarmi in quel luogo era un modo per entrare rapidamente nella seduta, dimenticandomi di tutto l’ambiente intorno. mm_suvepäevalLo scenario è evoluto e in qualche modo di pari passo alla mia evoluzione mentale. Pian piano l’albero è rimasto sempre più dietro, anzitutto. Ora so che c’è ma non percepisco più nemmeno la sua ombra. Poi davanti un monte, leggermente spostato sulla mia destra, con una forma ben precisa, che ho sempre associato al Monte Vettore, anche se il panorama intorno è diverso e la forma stessa del monte non è quella del vero Vettore. Sulla sinistra una catena montuosa trasversale, più bassa e lontana, fatta di una successione di cime, più o meno della stessa altezza. Tra il monte (Vettore?) e la catena di sinistra una grande vallata, completamente priva di elementi antropici, inviolata e pura. Ricordo che tra me, collocato su una altura rispetto alla vallata e la vallata stessa c’era un dislivello che mi impediva di vedere in basso nella parte della vallata più vicina alla mia postazione. Nei mesi, negli anni, oltre ad allontanarsi l’albero dietro di me, il declino si è addolcito e ora vedo quasi completamente la vallata e ho persino l’impressione che sia da qualche parte abitata. Suggestioni…  Fatto sta che questa immagine funziona con me come un anchor in grado di farmi raggiungere velocemente uno stato di rilassamento e facilitare la discesa nella seduta di meditazione.

Il concetto di anchor è naturalmente molto più complesso e viene utilizzato con successo in diversi ambiti, dalla PNL alle tecniche di rilassamento. In PNL l’ancoraggio è definito in termini generali come un processo di associazione di una sensazione fisica a una risposta interna ed è finalizzata a produrre un cambiamento nello stato d’animo del soggetto nella direzione desiderata dal terapista. Lo stato d’animo obiettivo è dapprima ricercato nel passato del paziente per poi essere trasferito nel presente e associato a simboli (parole, idee, immagini, sensazioni) che possano essere richiamati per riprodurlo nel futuro, laddove necessario, per affrontare con successo una specifica situazione. In alcune tecniche di rilassamento l’ancoraggio è invece una particolare posizione del corpo o una particolare attenzione/consapevolezza che riesce a far rilassare rapidamente il soggetto sia dal punto di vista mentale che fisico (Mind-Body Calm). Per esempio unire il pollice e l’indice della mano dominante, oppure sentire la pesantezza del corpo, oppure focalizzarsi sul respiro o sul battito del cuore, ecc. Gli anchor possono essere in questo contesto anche suoni o parole rafforzative (per esempio “dentro … fuori …” quando si fa attenzione al respiro).

Tornando al tema iniziale, l’anchor per rilassarsi o calmarsi può essere costituito da un luogo, immaginario o reale, richiamato alla mente e in grado di avere l’effetto desiderato. “Tutti abbiamo un posto sicuro in cui rifugiarci dalla tormenta” come scrive Zafón nel suo El laberinto de los espiritus. Abbiamo bisogno di un luogo dove perderci e ritrovarci soli di fronte a sé stessi, dimenticando per un attimo almeno la frenesia del lavoro, della famiglia, degli impegni più o meno gravosi. carlos-ruiz-zafon-1479395506845E come la protagonista del romanzo dello scrittore spagnolo anche noi abbiamo tanto da scoprire su di noi osservando questo nostro luogo segreto e come esso si evolve in base ai cambiamenti che si realizzano in noi stessi.

In questo luogo potremo far emergere simboli rassicuranti ma anche dare materialità alla nostra ombra, alle paure, ai desideri inconfessati, per trasformarli e poi integrarli nella nostra persona. Ovviamente si tratterà di un rifugio di passaggio e non di permanenza, in quanto la realtà è quella vissuta attimo per attimo nel qui-ed-ora, ovvero quella consapevolezza ininterrotta che da sola conferisce autenticità alla nostra esistenza. Che è qui, oggi, e non abita né nel passato, né nel futuro.

La libertà della coscienza

E’ stupefacente solo pensarlo ma è così: ognuna delle nostre cellule ha una “intelligenza” propria. Conosce il suo ruolo, interagisce con le vicine, si coordina persino con esse. E’ capace di reagire alle modificazioni del contesto, ri-programmare il suo agire, sembra quasi che abbia una sua coscienza. Secondo l’epigenetica le cellule possono apprendere e memorizzare le esperienze e il vissuto di ognuno di noi, passando le memorie di generazione in generazione. Lo stesso DNA delle cellule si può modificare plasticamente in base ai condizionamenti dell’ambiente. Le cellule quindi apprendono dalle esperienze nel loro impatto con l’ambiente e “creano” una memoria cellulare trasmissibile alle generazioni di cellule successive. shutterstock_226624456Di più, in base al concetto di “sintropia” ogni cellula è in grado di comunicare simultaneamente a tutte le altre cellule appartenenti al proprio sistema, come se tutti i miliardi di cellule che possono comporre un organismo evoluto avessero fatto la medesima esperienza. Una conclusione che suona simile alla teoria della centesima scimmia e ci fa intuire una risonanza che vibra a più livelli: cellulare, di organismo, di comunità. Le cellule si coordinano e agiscono in sintonia nei singoli organi. Ogni organo sembra agire come se avesse una sua coscienza. Del resto però gli organi stessi collaborano e si coordinano a livello di individuo. E almeno a questo livello, ovvero l’individuo, non abbiamo dubbi: l’individuo ha una sua coscienza.

Se ci domandiamo cosa succede salendo ancora di livello bè… ognuno ha una sua diversa opinione. Quel che è certo è che diverse specie mostrano chiari segni di una coscienza di comunità che trascende quella individuale: le formiche e le api ne sono l’esempio più lampante. Alcuni parlano dell’alveare in termini di super-organismo. Ogni membro dell’alveare è in grado di comunicare agli altri dove dirigersi per trovare nutrimento graziStock_000023572306_Smallie alle “danze” nelle traiettorie di volo che diventano una conversazione con i suoi simili. La reazione dell’alveare di fronte a un intruso è subitanea e travolgente. Non so se c’è qualche ape che si tira indietro, o che si pone il problema di attaccare o scappare. Di fatto tra l’ape e l’alveare c’è una simbiosi perfetta.

E’ così anche per l’uomo ? Senz’altro no. Ma esiste, anche se a un livello di funzionamento meno efficiente, una coscienza collettiva umana ?

Esistono senz’altro una serie di condizionamenti: il sistema etico, la cultura, le tendenze, le mode, riti di passaggio, ecc. Tutte spinte a uniformarci, a conformarci a quello che la società si aspetta da noi per poter essere considerato membro a tutti gli effetti. Spinte che ci portano però lontano dal nostro essere individuale più vero. Immaginare di essere immuni da condizionamenti e “resistere” ad oltranza ai vari condizionamenti culturali è utopia. Non è nemmeno auspicabile. Pensiamo ad esempio all’archetipo Tarzan: l’individuo che cresce nella foresta e che quindi è assolutamente libero e spontaneo non avendo avuto alcuna forma di condizionamento educativo-culturale. Tarzan è perfettamente inserito nel suo ambiente: la giungla. Possitarzanamo dire che non è stato condizionato da tale ambiente? Certamente no. Se fosse cresciuto su un’isola tropicale sarebbe stato un Tarzan completamente diverso. In più: la sua aspettativa di vita è comunque bassa. Non ha a disposizione cure mediche né un sistema di welfare. Vive per lo più esposto ai vari fenomeni metereologici, non è vaccinato (gasp!), non ha a disposizione mezzi di intrattenimento, non ha relazioni sociali. Per molti di noi una condizione per niente invidiabile…

Una certa dose di condizionamento va quindi ammessa, contrastare a priori ogni forma di condizionamento è una guerra persa. Anzi, contrastandole si darebbe loro ulteriore energia, per cui tutto sta a non esagerare. La strada per l’espressione della propria natura più profonda nei limiti di una convivenza sociale con gli altri non va mai abbandonata. Anzi va cercata e ricercata con tutte le forze. Esprimere i propri talenti e auto-realizzarsi è un diritto inalienabile di ciascun individuo.

Il primo percorso di individuazione inizia dopo i 18 mesi e prosegue in modo deciso fino ai 4 anni. E’ il momento dell’autonomia, dello sviluppo della propria individualità, dei propri punti di forza ma anche delle debolezze. E’ il momento nel quale si iniziano a correre rischi, compiere errori, mettersi alla prova.  Questo percorso che Jung definisce appunto “individuazione” spesso rimane a metà, soffocato da condizionamenti e traumi.  L’individuazione è realizzare se stessi, integrare le parti del sé, dare espressione e vita alla propria unicità, osando, sfidando la disapprovazione altrui, facendo leva sulla propria volontà. Non sempre ci riesce, ma non è mai troppo tardi per riprendere il percorso. Siamo liberi di farlo, liberi di re-indirizzare la vita verso nuovi binari.

Le obiezioni che ci facciamo a questo punto sono ovvie: ma siamo veramente liberi di farlo ? Se abbiamo un lavoro che non ci piace siamo liberi di licenziarci e cercarne uno più adatto a noi ? Se ci sentiamo costretti in una convivenza familiare o lavorativa difficile, quanto ci sentiamo liberi di mandarla all’aria e abbracciare l’ignoto ? I legami, le “responsabilità”, gli impegni presi, sono difficili da superare. Ma possiamo porci obiettivi diluiti nel tempo, decidere di andare verso la nostra vita passo dopo passo, ognuno con i suoi tempi.

In questo cammino ci può essere molto d’aiuto acquisire via via la vera libertà: la libertà emozionale. La libertà cioè di essere immuni dalle critiche, dalle offese, dai sensi di colpa. Libertà di non farci travolgere da emozioni negative, dove la rabbia è la più distruttiva. Ma anche libertà dalla presunzione, dalla vanità, dall’autocommiserazione, il saper ridere di sé stessi. Altrimenti sarà l’ego a eclissare l’esperienza dello spirito e a rendere irrealizzabili le nostre aspirazioni. Solo la libertà emozionale conduce infine a quella psicologica.

Con questo non sto suggerendo però di spegnere le emozioni, tutt’altro! Le emozioni fanno parte della natura umana, il problema non è liberarsene, bensì viverle a pieno, osservarle, trasformarle e poi lasciarle andare. Il modo migliore di procedere è essere in equilibrio tra piacere e dolore, senza spingersi troppo verso l’uno (dipendenze) o verso l’altro (calo della gioia di vivere).

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La scuola del futuro, genesi di un’utopia

Parlare di scuola in un blog di “ispirazioni per la vita” può sembrare un’entrata a gamba tesa in un campo dove il razionalismo è il padrone di casa. Per lo meno una incoerenza dato che in altri post ho elogiato il valore superiore della conoscenza intuitiva, a scapito di quella nozionistica, meccanica e razionale. Però la scuola esiste e non potrebbe essere altrimenti. Inoltre, è parte fondamentale della vita di ciascun cittadino. Molti bambini/ragazzi socializzano più tempo a scuola che in famiglia, anche perché spesso in famiglia non si socializza affatto. La scuola affianca comunque le famiglie nel processo educativo ed è pienamente corresponsabile dello spegnimento, progressivo, delle nostre facoltà intuitive ed espressive. Un perfetto strumento per la creazione di yes-men funzionalmente integrati nel Sistema.

Il tarlo della scuola mi è entrato in testa da circa due settimane, dopo aver assistito a una esposizione nella quale il relatore metteva in risalto una caratteristica del sistema educativo che incide fortemente sulla nostra psiche: la scuola esalta sempre quello che avresti potuto fare meglio, mai quello che hai fatto di buono. Esemplificando: se prendi un non disprezzabile sette, non avrai quasi mai elogi (“bravo Peppino, bella performance“), bensì solo reprimende (“non Ti ho dato otto perché …” (…) , “la prossima volta cerca di fare meglio questo ...”). Questo pensiero mi ha accompagnato per giorni finché non si è connesso magicamente con altri due indizi:

  1. Mindvalley (http://www.mindvalley.com/) ha diffuso con una serie di video le proprie idee per un nuovo concetto di scuola
  2. mi sono imbattuto in un articolo datato 2013 (quindi vecchio, vecchissimo… giusto?) di Anna Maria Borrello titolato “La scuola che vorrei“.

Entrambe le fonti mi hanno ulteriormente ispirato, per cui eccomi qua a parlar di scuola.

A che serve veramente la scuola?

Oltre a parcheggiare i bambini/ragazzi in un luogo autorevole e sicuro (?) e a fomentare decine se non centinaia di frasi e detti dispregiativi da parte degli stessi suoi alunni, la scuola ha diverse funzioni di valenza sociale, economico, culturale. Tra queste vorrei evidenziarne e metterne a confronto tre.

Formare i cittadini di domani

Formare i cittadini. Bello, emozionante, grande responsabilità. Ma se vogliamo formare i cittadini di domani dobbiamo re-introdurre nella scuola robuste dosi di educazione civica ed educazione etica. Della seconda in Italia non abbiamo mai sentito parlare a scuola. L’etica è invece materia curriculare in diversi paesi europei, con l’intento di spiegare ai ragazzi le regole della convivenza sociale. Si tratta di contesti dove il rispetto delle regole è applicato con severità, dentro o fuori alla scuola. Della prima (l’educazione civica) si sono ormai perse le tracce. In teoria esiste, limitatamente a un’ora settimanale, con lo scopo di insegnare ai ragazzi la Costituzione Italiana, il funzionamento degli organi dello Stato, il concetto di famiglia, scuola e gruppo, i modi di agire corretti, diritti dell’uomo, tutela del paesaggio, rispetto delle regole, diritti umani … In pratica non è mai stata una materia obbligatoria ed è lasciata alla buona volontà delle maestre o dei professori.

Scuola … di vita

Questa interpretazione intende l’esperienza scolastica come una sorta di “addestramento-allenamento” progressivo per introdurre i bambini/ragazzi alle difficoltà della vita. L’esperienza a scuola è in questo senso una vera e propria palestra dove essi prendono atto dell’esistenza di regole, ruoli, compiti, doveri e diritti, interagendo in un contesto sociale e socializzante, con compagni (loro pari), insegnanti (le autorità) e personale ausiliario (gli adulti collaboranti, da rispettare e supportare). Troppo spesso però questa scuola di vita mette in evidenza caratteri negativi della convivenza e dell’istituzione scolastica: bullismo, due pesi e due misure, disorganizzazione, improvvisazione, scarsità di risorse.

La scuola che “prepara”

In questa accezione la scuola è un percorso di apprendimento di nozioni, metodi e tecniche da raffinare e stratificare in un continuum senza fine per arrivare al successo (una buona posizione, un buon lavoro, ecc.). Con la complicità di molte, troppe, famiglie, essa diventa allora un campo di battaglia dove solo i migliori possono emergere sulla massa. Il loro premio? Soldi, rispetto, potere. E gli altri ? Solo briciole, del resto avrebbero potuto impegnarsi di più… Cito su questo aspetto un passaggio dell’articolo di Anna Maria Borrello: “(…) gli Esami di Stato sono uno dei peggiori esempi nello svolgimento del processo, negli esiti e nella soddisfazione esercitata sugli utenti di quanto la competizione e il merito inficino i reali processi di crescita e maturità dell’apprendimento. In modo da non diventare il ricettacolo delle ansie e delle aspettative delle famiglie che, pur di raggiungere un risultato essenzialmente e spesso soltanto numerico, tentano, e talvolta vi riescono, di falsificare i percorsi restituendo così un’immagine distorta della realtà, che mortifica desideri, sogni, propositi e progetti. Queste famiglie non aspettano dalla scuola una valutazione obiettiva, ma che la scuola certifichi le loro presunte certezze, perché il fallimento dei propri figli potrebbe essere tradotto di fronte al contesto sociale di riferimento come una esplicita attestazione del proprio fallimento, sul quale preferiscono non fermarsi a riflettere, ma continuare piuttosto a tirare innanzi.”

Stupendo! Nessuno avrebbe potuto dirlo meglio. Una fotografia dei falsi valori e della falsa morale dei tempi moderni.

Senza la scuola non si diventa adulti e qualora essa “morisse” assisteremmo a una società di bambini, di Peter Pan alla ricerca dell’isola che non c’ è.  (cit. Anna Maria Borrello)

question-mark-cookies-1440x810La scuola per l’umanità: l’utopia.

Sogno una scuola che metta al primo posto l’immenso valore della solidarietà, della tutela del pianeta e dei suoi abitanti, sia umani che non.

Sogno una scuola “per l’Umanità” che renda il pianeta un’unica grande dimora per i quasi 8 miliardi di persone che vi abitano.

Voglio allora far mie e condividere anzitutto alcune utopie di Mindvalley, ma anche talune istanze più “ragionevoli” che tanti docenti appassionati e innamorati della vita portano nel cuore.

  • la scuola dell’espressione, contrapposta a quella della prestazione. Dove ogni alunno possa sentirsi libero di esprimersi in base alle sue inclinazioni, con gli strumenti e i canali comunicativi che gli sono più propri. Dove l’obiettivo principale degli insegnanti non sia quello di “finire il programma” slide_246574_1422912_freebensì di “creare il programma” adattandolo alla classe e ai singoli alunni. Dove ogni bambino/ragazzo possa trovare le motivazioni nell’apprezzamento degli insegnanti piuttosto che nella paura e nella critica, supportato nello sviluppo dei propri talenti e delle proprie abilità
  • la scuola che celebra il valore della comunità piuttosto che quello dell’individuo. Dove la classe si sente una squadra e il successo di tutti è al di sopra di quello individuale. Dove si insegni a perseguire e raggiungere obiettivi di comunità e a non lasciare indietro nessuno. Dove l’amicizia e la solidarietà sono parte fondante della didattica e pre-requisito indispensabile per ogni interazione
  • la scuola che insegna a fare bene quello che amiamo piuttosto che quello che dobbiamo fare. Perché vivere la vita pienamente passa per l’assecondare i propri personalissimi e preziosi talenti, con passione e gioia. Una scuola che insegni a essere straordinari, ognuno a suo modo
  • la scuola che supporta la crescita personale, sulla falsa riga di quanto già detto in precedenza, ma con strumenti e tecniche specifici per l’espressione dei talenti, per la risoluzione di conflitti e disagi personali, per accrescere la consapevolezza, l’autostima e la socialità
  • la scuola dell’inclusione, che non frappone barriere culturali, linguistiche, religiose. Una scuola dove il termine “razza” sia bandito permanentemente e dove ognuno si senta “persona”, con pari dignità e pari opportunità
  • una scuola aperta all’innovazione, sia tecnologica che didattica, dove anche i docenti sono in grado di adattare rapidamente programmi, approcci e strumenti, con la voglia di mettersi in gioco e imparare essi stessi a stare costantemente al passo delle nuove tecnologie, aperti alle infinite possibilità del proprio tempo
  • infine, la scuola delle grandi virtù, riprendendo anche qua alcuni passi dell’opera “Le piccole virtù” di Natalia Ginzburg:

    Per quanto riguarda l’educazione dei figli, penso che si debbano insegnare loro non le piccole virtù, ma le grandi. Non il risparmio, ma la generosità e l’indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non l’astuzia, ma la schiettezza e l’amore alla verità; non la diplomazia, ma l’amore al prossimo e l’abnegazione; non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e sapere”. Con le piccole virtù si rischia di scivolare in fretta nel cinismo, nella paura di vivere, si rischia di pesare il mondo e la vita sulla bilancia della convenienza. Le grandi virtù accendono la fantasia, l’energia, ci danno sostanza, sogni, orizzonti, ci rendono più forti, più liberi  (Natalia Ginzburg)

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E se ognuno avesse il suo “Grande Piano”?

Certe giornate scorrono da sole, altre si impigliano in una sequela di piccoli imprevisti. Nevrotico movimento verso la sera che attraversa una serie di micromondi: la famiglia, il lavoro, gli amici… Pensare il meno possibile finché poi al primo momento di pausa il cervello comincia a riflettere, a interrogarsi. Per lo più sul senso di frustrazione, di ingabbiamento e di delusione su come sta scivolando via la vita.

Chi siamo veramente ?

Da dove veniamo ? Verso cosa stiamo andando ?

Cosa ci aspetta ?

Non siamo obbligati a darci una risposta. Per certi versi staremmo meglio senza le relative domande, figurarsi cercare le risposte. Ma arriva sempre un momento nel quale queste domande si presentano. Un angoscia tutta umana, non a caso sono le religioni uno dei più grandi motori di motivazione dell’umanità, …  quelle religioni che danno queste risposte…,  la fede che ci induce a renderle immutabili e immodificabili. Ma non è per tutti così.

Mi piace pensare che non siamo qui per caso. Che siamo qui per uno scopo. Uno scopo che noi stessi abbiamo scelto, prima di arrivare. Uno scopo che può non esaurirsi in una vita. Il nostro Grande Piano.

Nel tempo trascorso sulla terra l’anima individuale si realizza solo se compie il suo “Grande Piano”, la sua ricerca mitica (Deepak Chopra)

Il problema è che il nostro Grande Piano ci rimane per lo più oscuro. Ed è così che sono sorte miriadi di strategie per aiutarci a trovarlo, o meglio per trovare noi stessi, la nostra strada, ed esprimere a pieno i nostri Talenti. Ognuno di noi ne ha, ognuno li ha diversi da quelli degli altri, i suoi particolarissimi gioielli. Pochi li ritrovano, sepolti sotto la polvere dell’Ego e del conformismo.

Mi piace anche pensare che il nostro Grande Piano abbia un’alta valenza etica. Rimarrei piuttosto deluso se esso consistesse solo nel diventare Presidente di una multinazionale, accumulare qualche milione di dollari, spostarsi solo in elicottero e mepic-heroesangiare rigorosamente serviti da due camerieri. Preciso che non demonizzo il benessere in sé: chi se lo può permettere se lo goda. Intendo però che il Grande Piano di un ricco imprenditore può consistere nel lanciare prodotti innovativi, nuove tecnologie che facilitino la vita delle persone, dare lavoro e favorire il benessere di un Paese, ecc. Steve Jobs ne è un esempio, ma ce ne sono anche molti altri. Persone che hanno creato dal nulla grandi imprese, seguendo i loro grandi sogni. Loro hanno trovato e realizzato almeno in parte il proprio Grande Piano.

Ma tutti possiamo infine realizzare il nostro Grande Piano, che può consistere anche in realizzazioni intime, familiari, silenziose. Gli eroi silenziosi della vita di tutti i giorni.

Il ruolo degli Archetipi nel Grande Piano

Il termine “archetipo” proviene dal greco Archetypon, un composto di Arche (origine) e Typon (modello / immagine). Archetipo significa quindi “modello originario”. Gli archetipi sono i mattoni della componente primordiale dell’uomo, poiché contengono l’idea d’origine di qualsiasi impulso che l’uomo vive e manifesta, attraverso il suo pensare, sentire ed agire. Secondo una definizione di Jung essi sono ” modelli funzionali innati costituenti nel loro insieme la natura umana”. Gli archetipi si esprimono con una serie di temi dominanti che attraversano trasversalmente le varie culture e venivano spesso rappresentati sotto forma di dei, eroi, giganti e altre figure mistiche.

Ognuno di noi ha in sé un tema dominante e una divinità in embrione, ma solo chi entra in contatto profondo con sé stesso può risvegliarli, alimentarne i legami, dargli un contesto e un significato, ottenendo infine amore, realizzazione e completamento. Il proprio Grande Piano si sviluppa su uno o più temi “archetipici”, (2 o 3), esprimibili attraverso figure mitologiche, che sono come semi racchiusi nel profondo del nostro essere. L’attivazione di un archetipo rilascia le forze che lo plasmano per farci divenire ciò che siamo destinati ad essere…  superman-myth-620x349

Trovare i propri archetipi

Basta un rapido giro su internet per rendersi conto che esistono una miriade di proposte, più o meno accreditate, per la ricerca dei propri archetipi. Non voglio banalizzare e non ne proporrò alcuno, la ricerca degli archetipi può durare una vita! E può procedere per tappe di avvicinamento, ovvero un archetipo può sostituire un precedente se lo riteniamo più appropriato alla nostra natura, e così via. E’ bene comprendere che la ricerca degli archetipi non è la ricerca del vaso di Pandora. Possiamo avere una vita soddisfacente anche senza conoscerli esattamente. Conoscerli apporta però una consapevolezza nuova e fornisce gli stimoli per coltivarli e rafforzarli.

Alcuni metodi proposti per la ricerca degli archetipi derivano dal contributo di Jung e più in generale della psicologia transpersonale. Chiaramente però questi test finiranno per classificarvi nella angusta (a mio parere) lista di Jung, che tra l’altro teorizza una sorta di percorso individuale a tappe fisse lungo l’arco della vita. Il concetto di archetipo proposto in queste righe è invece innato e vi appartiene lungo tutto l’arco di questa vita e anche oltre.

Personalmente mi sono dilettato nel ricercare i miei archetipi nelle varie mitologie: romana, greca, egizia, indiana, cinese, ecc. E non ho ancora finito. Può essere una lettura piacevole e curiosa. Tenendo però presente che l’archetipo può essere ben rappresentato anche da un personaggio storico, p.e. Gandhi, Martin  Luther King, ecc. Qualunque figura altamente simbolica ed ispirante può ricoprire il ruolo di archetipo.

Quando un archetipo si adatta a Voi, sentirete una sensazione di felicità e capirete. Consiglio di concentrarsi sempre sulle capacità positive dell’archetipo piuttosto che sui punti deboli, tralasciando inoltre i particolari narrativi.

Qualche esempio:

  • archetipo del Guerriero (nelle sue svariate varianti, p.e.: il samurai, Ulisse, Achille, Alessandro Magno, le Amazzoni, Giovanna d’Arco, Toro Seduto, ecc.) = forza, coraggio, essere invincibile, conquista e dominio, incutere timore e rispetto…
  • archetipo della Madre protettiva (varianti: Demetra, Proserpina, Magna Mater, Medea…) = accudimento e protezione della prole, affettuosità, nutrizione…
  • archetipo del fascino e della bellezza (Afrodite, Venere…) = fascino, bellezza, capacità di seduzione, l’essere desiderata…
  • archetipo del Saggio (Atena, Minerva, Apollo, Iside…) = sapiente, esperto, intelligente, astuto, colto…
  • … e infiniti altri modelli ancora…

Riconoscere i propri archetipi ci mette in contatto con una energia nuova, ci cambia letteralmente la personalità. Svegliarsi ogni giorno consci del nostro Grande Piano significa dare un’iniezione di energia alla nostra giornata e una potente fonte di motivazione e di ispirazione.

Le 27 domande della felicità

Quanto segue è una ri-elaborazione del paragrafo “25 Domande per misurare la tua capacità di scegliere la felicità e l’appagamento” a pag. 305 del vol41Fw6dYaXQL._SX359_BO1,204,203,200_ume “Il counselor olistico” di Valerio Sgalambro, Armando Editore, 2014. Il lavoro che ho fatto a partire dall’originale è stato di effettuare piccole modifiche ai testi delle domande, aggiungerne un paio di nuove e infine classificare ognuna di esse in una delle sei seguenti categorie: Centratura, Indipendenza, Accettazione, Moksha, Azione, Gioia. Con l’occasione invito tutti coloro che si interessano di counseling o che semplicemente vogliono approfondire la propria interiorità a leggere il libro. 

Non sono mai stato amante dei test, ritengo siano per lo più un passatempo, una curiosità. Tuttavia nel leggere il volume di Sgalambro sono stato incuriosito dalle sue 25 domande per misurare la tua capacità di scegliere la felicità e l’appagamento e ho deciso di lavorarci un po’ su. E’ un working in progress che ho in programma di ampliare e ri-organizzare, ma intanto voglio proporvelo così come è ora.

Le domande sono diventate 27 e sono suddivise in sei categorie:

  • Centratura (4 domande), ovvero la capacità di essere centrati sul presente, controllare la mente, avere un equilibrio che consenta di valutare oggettivamente fatti e situazioni
  • Accettazione (7 domande), ossia innanzi tutto accettazione di sé stessi, del proprio essere, dei propri limiti. Ma anche considerazione e amore verso sé stessi, che discendono dall’accettazione. Infine, accettazione degli eventi, sereno abbandono al flusso della vita
  • Moksha (6 domande), ovvero la capacità di imbrigliare l’inquietudine emozionale, di non farsi travolgere da esse, di essere indipendente dal giudizio degli altri, sia esso negativo che positivo
  • Gioia (2 domande), l’attitudine a godere della felicità dell’attimo e di apprezzare il buonumore degli altri
  • Indipendenza (5 domande), declinata qui in termini di una personalità che sceglie la propria strada in modo autonomo, che ascolta le proprie motivazioni, che non segue pedissequamente modelli esterni al proprio sé
  • Azione (3 domande), chi agisce costruisce in modo attivo la propria esistenza, è protagonista e non comparsa della propria esistenza, non rimanda ma fa.

A ogni domanda si potrà rispondere semplicemente con un Sì o con un No. Conta il numero di Sì e trasformalo in percentuale  [=(n°di Sì):27 X 100]. Il massimo è 100% (27 Sì), se lo raggiungi mandami un messaggio ♥ . Oltre al punteggio totale potrai calcolare anche quello parziale per categoria. Il test si presta a essere ripetuto a distanza di tempo per verificare i propri progressi.

Possiamo considerarlo un gioco divertente ma se lo analizziamo in fondo c’è qualcosa di più: c’è la strada per la ricerca della felicità. Esamina i NO, scegline un paio, analizzali e lavoraci sopra. Buon divertimento!

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