La libertà della coscienza

E’ stupefacente solo pensarlo ma è così: ognuna delle nostre cellule ha una “intelligenza” propria. Conosce il suo ruolo, interagisce con le vicine, si coordina persino con esse. E’ capace di reagire alle modificazioni del contesto, ri-programmare il suo agire, sembra quasi che abbia una sua coscienza. Secondo l’epigenetica le cellule possono apprendere e memorizzare le esperienze e il vissuto di ognuno di noi, passando le memorie di generazione in generazione. Lo stesso DNA delle cellule si può modificare plasticamente in base ai condizionamenti dell’ambiente. Le cellule quindi apprendono dalle esperienze nel loro impatto con l’ambiente e “creano” una memoria cellulare trasmissibile alle generazioni di cellule successive. shutterstock_226624456Di più, in base al concetto di “sintropia” ogni cellula è in grado di comunicare simultaneamente a tutte le altre cellule appartenenti al proprio sistema, come se tutti i miliardi di cellule che possono comporre un organismo evoluto avessero fatto la medesima esperienza. Una conclusione che suona simile alla teoria della centesima scimmia e ci fa intuire una risonanza che vibra a più livelli: cellulare, di organismo, di comunità. Le cellule si coordinano e agiscono in sintonia nei singoli organi. Ogni organo sembra agire come se avesse una sua coscienza. Del resto però gli organi stessi collaborano e si coordinano a livello di individuo. E almeno a questo livello, ovvero l’individuo, non abbiamo dubbi: l’individuo ha una sua coscienza.

Se ci domandiamo cosa succede salendo ancora di livello bè… ognuno ha una sua diversa opinione. Quel che è certo è che diverse specie mostrano chiari segni di una coscienza di comunità che trascende quella individuale: le formiche e le api ne sono l’esempio più lampante. Alcuni parlano dell’alveare in termini di super-organismo. Ogni membro dell’alveare è in grado di comunicare agli altri dove dirigersi per trovare nutrimento graziStock_000023572306_Smallie alle “danze” nelle traiettorie di volo che diventano una conversazione con i suoi simili. La reazione dell’alveare di fronte a un intruso è subitanea e travolgente. Non so se c’è qualche ape che si tira indietro, o che si pone il problema di attaccare o scappare. Di fatto tra l’ape e l’alveare c’è una simbiosi perfetta.

E’ così anche per l’uomo ? Senz’altro no. Ma esiste, anche se a un livello di funzionamento meno efficiente, una coscienza collettiva umana ?

Esistono senz’altro una serie di condizionamenti: il sistema etico, la cultura, le tendenze, le mode, riti di passaggio, ecc. Tutte spinte a uniformarci, a conformarci a quello che la società si aspetta da noi per poter essere considerato membro a tutti gli effetti. Spinte che ci portano però lontano dal nostro essere individuale più vero. Immaginare di essere immuni da condizionamenti e “resistere” ad oltranza ai vari condizionamenti culturali è utopia. Non è nemmeno auspicabile. Pensiamo ad esempio all’archetipo Tarzan: l’individuo che cresce nella foresta e che quindi è assolutamente libero e spontaneo non avendo avuto alcuna forma di condizionamento educativo-culturale. Tarzan è perfettamente inserito nel suo ambiente: la giungla. Possitarzanamo dire che non è stato condizionato da tale ambiente? Certamente no. Se fosse cresciuto su un’isola tropicale sarebbe stato un Tarzan completamente diverso. In più: la sua aspettativa di vita è comunque bassa. Non ha a disposizione cure mediche né un sistema di welfare. Vive per lo più esposto ai vari fenomeni metereologici, non è vaccinato (gasp!), non ha a disposizione mezzi di intrattenimento, non ha relazioni sociali. Per molti di noi una condizione per niente invidiabile…

Una certa dose di condizionamento va quindi ammessa, contrastare a priori ogni forma di condizionamento è una guerra persa. Anzi, contrastandole si darebbe loro ulteriore energia, per cui tutto sta a non esagerare. La strada per l’espressione della propria natura più profonda nei limiti di una convivenza sociale con gli altri non va mai abbandonata. Anzi va cercata e ricercata con tutte le forze. Esprimere i propri talenti e auto-realizzarsi è un diritto inalienabile di ciascun individuo.

Il primo percorso di individuazione inizia dopo i 18 mesi e prosegue in modo deciso fino ai 4 anni. E’ il momento dell’autonomia, dello sviluppo della propria individualità, dei propri punti di forza ma anche delle debolezze. E’ il momento nel quale si iniziano a correre rischi, compiere errori, mettersi alla prova.  Questo percorso che Jung definisce appunto “individuazione” spesso rimane a metà, soffocato da condizionamenti e traumi.  L’individuazione è realizzare se stessi, integrare le parti del sé, dare espressione e vita alla propria unicità, osando, sfidando la disapprovazione altrui, facendo leva sulla propria volontà. Non sempre ci riesce, ma non è mai troppo tardi per riprendere il percorso. Siamo liberi di farlo, liberi di re-indirizzare la vita verso nuovi binari.

Le obiezioni che ci facciamo a questo punto sono ovvie: ma siamo veramente liberi di farlo ? Se abbiamo un lavoro che non ci piace siamo liberi di licenziarci e cercarne uno più adatto a noi ? Se ci sentiamo costretti in una convivenza familiare o lavorativa difficile, quanto ci sentiamo liberi di mandarla all’aria e abbracciare l’ignoto ? I legami, le “responsabilità”, gli impegni presi, sono difficili da superare. Ma possiamo porci obiettivi diluiti nel tempo, decidere di andare verso la nostra vita passo dopo passo, ognuno con i suoi tempi.

In questo cammino ci può essere molto d’aiuto acquisire via via la vera libertà: la libertà emozionale. La libertà cioè di essere immuni dalle critiche, dalle offese, dai sensi di colpa. Libertà di non farci travolgere da emozioni negative, dove la rabbia è la più distruttiva. Ma anche libertà dalla presunzione, dalla vanità, dall’autocommiserazione, il saper ridere di sé stessi. Altrimenti sarà l’ego a eclissare l’esperienza dello spirito e a rendere irrealizzabili le nostre aspirazioni. Solo la libertà emozionale conduce infine a quella psicologica.

Con questo non sto suggerendo però di spegnere le emozioni, tutt’altro! Le emozioni fanno parte della natura umana, il problema non è liberarsene, bensì viverle a pieno, osservarle, trasformarle e poi lasciarle andare. Il modo migliore di procedere è essere in equilibrio tra piacere e dolore, senza spingersi troppo verso l’uno (dipendenze) o verso l’altro (calo della gioia di vivere).

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