Alla ricerca della missione dell’anima

Un vespaio. Affrontare questo argomento in poche righe rischia di essere superficiale. Farlo con un post da leggere in quaranta minuti condannerebbe questo post all’oblio. Anche il tono può essere frainteso. In effetti parliamo di qualcosa che nessuno ha mai dimostrato con certezza. Sul concetto di anima partiamo poi probabilmente da opinioni diverse. Ma non è nelle intenzioni del post convincere il lettore che questa è la verità, perché poi in fondo ognuno ha la propria verità.

Si sta affermando sempre di più la consapevolezza che la realtà non è indipendente dall’osservatore. Anzi, che è ogni osservatore a interagire con la “realtà” , qualcuno si spinge pure ad affermare che è l’osservatore stesso che crea la sua realtà. Ecco perché non vale la pena pontificare dall’alto di una sapienza superiore. Che spesso non è tale. E’ nel diritto di ognuno, però, esprimere le proprie idee. Quindi procedo esponendo le mie. Buona lettura!

L’anima è immortale.

Si tratta di un concetto accettato da praticamente tutte le religioni e gli orientamenti filosofici che postulano l’esistenza dell’anima. Nella tradizione cristiana l’anima si incarna una sola volta e in base agli esiti di questa unica vita sarà determinato il suo futuro: nel Regno dei Cieli o fuori da esso, per sempre o dopo un periodo di purificazione /espiazione (Purgatorio). Nella tradizione buddista l’anima è sottoposta a un ciclo di re-incarnazioni determinate dall’azione combinata di diversi elementi della cosiddetta ruota del Samsara, tra i quali un ruolo fondamentale è giocato dall’attaccamento e dagli effetti karmici del modo nel quale abbiamo vissuto le nostre vite precedenti. Per uscire dal ciclo delle re-incarnazioni, qua inteso come “doloroso”, occorre spegnere l’attaccamento e raggiungere l'”illuminazione”. Molte altre religioni orientali pongono la reincarnazione al centro della propria escatologia.

Nell’uno e nell’altro caso l’anima è immortale e non segue il destino del corpo.

Al di là delle religioni, una visione del cammino dell’anima .

Mi riferirò in questa sezione a una visione del cammino dell’anima condivisa da diversi mistici, sensitivi e guaritori, anche occidentali. Tra questi ultimi sono molto interessanti (oltre che convergenti) vari testi di Anna Brennan e Cindy Dale. Entrambe hanno fatto esperienze personali con il sistema dei chakra e delle energie sottili, occupandosi attivamente e con successo di terapie individuali, sia per la risoluzione di problematiche psicologiche che per la guarigione di malattie. Entrambe hanno approfondito e attinto a piene mani dagli studi e dalle ispirazioni di altri mistici, sensitivi, psicologi, scrittori, artisti e guaritori (Harish Johari, Judith Anodea, Carlos Castaneda, Geneviene Lewis Paulson, Rosalyn Bruyere, Phoebe Bendit, Joel Witton, Michael Talbot …., elenco tra l’altro approssimato e incompleto).

Secondo la mia visione dunque l’anima attraverso un numero indefinito di vite, in un percorso evolutivo nel quale ogni vita è un’esperienza che l’arricchisce e la completa, in una corsa senza fine (o forse sì?) verso il ricongiungimento con la scintilla divina. In sostanza ogni vita è finalizzata a evolvere secondo un particolare aspetto. Questo aspetto da curare in modo particolare è connesso quindi a una “missione” di vita. Spesso questa missione è individuata, dall’anima stessa in collaborazione con le sue guide, proprio al riguardo di un qualcosa nel quale l’anima “è indietro” o ha trovato in precedenza una difficoltà accentuata. In questo senso la missione si connette a quanto fatto (o meglio NON fatto) in precedenza, richiamando il concetto di karma della tradizione buddista.

La missione viene fissata prima della re-incarnazione, nella cosiddetta “zona bianca”.  La zona bianca è uno stato nel quale l’anima sosta brevemente prima della re-incarnazione e dopo la sosta (più lunga) nella “zona nera” dove viene invece riesaminata la vita appena vissuta, ricomposta l’unità dell’anima e dove questa riceve dalla proprie guide l’esortazione ad andare oltre e a sanare quelle parti che richiedono particolare attenzione.

Tornando alla zona bianca è questo il momento nel quale l’anima determina le circostanze terrene delle quali farà esperienza nella vita successiva, allo scopo di mettersi nelle condizioni di assolvere alla sua missione. Queste circostanze possono essere definite in modo preciso o casuale, ma possono essere cambiate, durante la vita, se la persona ha modo di prendere consapevolezza di tali decisioni, del suo stato evolutivo attuale e sulla base di una forte spinta emotiva. A volte il cambiamento di “decisioni” o “accordi tra anime” può essere realizzato con l’ipnosi regressiva o la time-line therapy.

Dal momento dell’incarnazione l’anima entra a far parte del corpo, ma questa associazione non è mai necessariamente stabile e completa. Non è stabile perché l’anima può uscire ed entrare dal corpo, soprattutto nella fase della gestazione e nella fase pre-morte, ma a volte anche in particolari stati di coscienza alterati (diverse persone hanno sperimentato viaggi “astrali” fuori dal corpo anche durante il sonno). Non è necessariamente completa perché essa può esercitare sull’individuo un influsso più o meno accentuato, in certi individui in effetti è come se l’anima si tenesse in disparte, a volte “chiusa fuori” da blocchi energetici particolarmente importanti. In termini di energie sottili l’anima ha sede nel nono chakra, che è extracorporeo (25-30 cm al di sopra della testa) ma pienamente compreso nel campo energetico della persona, se consideriamo che esso si spinge fino a un metro dal nostro corpo su ogni lato. Nei primi anni di vita l’anima fa essenzialmente da spettatore e non esercita un’influenza tangibile sul bambino, impegnato con tutte le sue energie nel processo di crescita (periodo di latenza). Più tardi l’anima comincia a interagire in modo progressivamente più marcato, fino al periodo di sviluppo pieno del nono chakra, ovvero dai 28 ai 35 anni. E’ in questo periodo che l’individuo è chiamato ad aprirsi del tutto al proprio scopo spirituale. Da qui in avanti è in grado, se lo desidera, di approfondire gli aspetti relativi al proprio ruolo nel mondo, al significato di questa vita, al modo nel quale realizzarsi in modo completo.

Missione dell’anima e astrologia karmica.

Sono stato sempre piuttosto tiepido nei confronti di temi astrologici. Ma a seguito di colloqui con persone molto aperte ai temi spirituali me ne sono interessato, non per giocare con l’oroscopo, cosa della quale continuo a diffidare e che trovo molto banalizzata, sia sui media che nella visione popolare, bensì in stretto collegamento agli aspetti karmici. In particolare ho cominciato ad esaminare per diverse persone i nodi lunari, scoprendo straordinarie convergenze tra le difficoltà lamentate anche in questa vita da quelle persone e la “spinta” a superare tali difficoltà che esse sentivano. In sostanza l’analisi dei nodi lunari può costituire una prima chiave di lettura della missione dell’anima in questa vita, oltre che delle principali difficoltà sperimentate in quella precedente e che ora è chiamata a superare. In rete esistono diversi siti che offrono a tutti la possibilità di calcolare i nodi lunari e di leggere direttamente un’analisi di livello forse superficiale ma illuminante anche per il profano.

Una guida per scovare la missione: i desideri

Assolvere la propria missione è tutt’altro che facile. Il problema numero 1 è che la missione è connessa al superamento di precedenti difficoltà che tendiamo a replicare anche in questa vita. In sostanza siamo portati a ripetere i vecchi errori e a riprodurre i vecchi schemi. Andare verso la propria missione implica la rottura di tali schemi, il superarli per aprire nuove prospettive e arricchire la nostra anima con nuove capacità. Avere consapevolezza della propria missione fondamentale può ovviamente costituire il nostro punto di riferimento, il nostro faro. Il problema è che per quanto prima descritto l’anima non è sempre in grado di ispirare le soluzioni giuste e resta prigioniera di schemi passati, oltre a essere segnata da eventuali esperienze negative, anche nuove, ossia di questa vita, che la condizionano negativamente. Per quanto detto in precedenza molte delle esperienze negative erano già, per così dire, programmate. Una sorta di auto-palestra. Ma tutto questo non è quasi mai pienamente chiaro alla nostra coscienza umana. A questo si aggiunge che la stessa connessione tra anima e persona olisticamente intesa (ossia come insieme di corpo, emozioni, mente e, appunto, anima) può non essere soddisfacente. Succede quindi che non si riesca a imboccare la strada giusta, nonostante i molti “messaggi” che l’anima stessa ma soprattutto le guide ci inviano sotto forma di segnali, inconvenienti e coincidenze sincronicistiche, persino di malattie.

Una strada per capirne di più di noi stessi è costituita dai nostri desideri. Non tanto quelli materiali (la macchina nuova, una bella casa, ecc.) quanto quelli relativi a quelle che sentiamo come vocazioni, spinte, aspirazioni profonde, e che riguardano il nostro modo di esprimerci, di amare, di concederci al mondo. E’ proprio dall’individuazione dei desideri non materiali che possiamo scorgere la nostra strada.

Recentemente, Vishen Lakhiani, uno dei fondatori di Mindvalley ha tracciato questo semplice percorso in tre fasi:

  1. analizzare e scoprire i nostri desideri più autentici, legati a quello che ci piacerebbe fare in questa vita
  2. impegnarsi per acquisire gli skill necessari per realizzarli
  3. individuare il proprio contributo al mondo e offrire generosamente al mondo questo contributo.

Sebbene sia un modo indiretto per arrivare ad assolvere la nostra missione (che potrebbe rimanere anche non ben delineata, indefinita…) è però un modo efficace per centrarla, molto probabilmente.

Il percorso in tre fasi richiede infatti una forte connessione con le proprie aspirazioni e una forte determinazione a perseguirle. Non si tratta di seguire il ruolo o i modelli che ci vengono proposto dall’ambiente intorno a noi (famiglia, partner, società in genere), ma di aderire alle nostre specifiche e uniche “spinte” motivazionali. Si tratta poi di viverle appieno, con coraggio e voglia di apprendere e di fare esperienza. Per poi finire con lo scoprire in quale modo donare al mondo queste nuove abilità.

Perché siamo qui a fare un’esperienza che non è solitaria ma in compagnia di miliardi di persone. Perché vogliamo assorbire tutto il potenziale positivo dell’interazione con gli altri e cooperare in modo spontaneo, amorevole, personale, al progresso dell’umanità tutta.

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pillole – cercare la bellezza in stazione

Mi piace passeggiare per le stazioni affollate. Posso incrociare centinaia di volti in poco tempo e osservare. Osservare l’umanità, questo straordinario crocevia di storie, di provenienze, di colori, di abbigliamenti. In stazione, spesso, i volti sono rilassati. E in questa rilassatezza rivelano la loro bellezza.

6269211911_3724000c15_o__1_.0Mi piace guardare la bellezza di ogni volto, perché ogni volto ne ha. E’ la bellezza dell’anima, che è sempre bambina, anche a 70-80 anni. Ognuno ha la sua bellezza e ognuno la sua speranza. Chi parte, chi arriva ….  Chi è in vacanza, chi si muove per lavoro, chi va a trovare parenti… chi è italiano, chi giapponese, chi africano, chi arabo… che differenza fa, se l’anima è apolide. Se la stessa voglia di amore e di bellezza si muove in ognuno, a volte ingabbiata in sovrastrutture culturali o religiose… ma è lì. E si vede nei volti.

Mi piace cercare la bellezza in stazione … cercarla ovunque.

Quello che ti dici è la tua strada

Anche le menti più quiete lavorano molto sotto traccia. Non ce ne accorgiamo, almeno non molto, ma i pensieri circolano nella nostra testa continuamente. Chi più chi meno, tutti sono soggetti a questo bombardamento. La quiete della mente si può allenare pian piano, con la meditazione, lo yoga, il rilassamento, ma di norma i pensieri ci sono e influenzano in modo de-ter-mi-nan-te la nostra esistenza. Sono i nostri pensieri infatti che determinano il nostro destino, “quello che dici è la tua strada”, sia con le parole che escono dalla nostra bocca che, soprattutto, con quelle che ci ruminiamo dentro.

Per lo più si tratta di prodotti del pensiero passivo, che provengono dalla nostra mente subconscia, che derivano dalle nostre esperienze passate, trasformate via via in credenze e convinzioni, spesso limitanti. “La gente mi ignora”, “nessuno mi vuole bene”, “mai fidarsi di nessuno”, “sono un inetto, un fallito”, “non riuscirò mai a farlo”, “ce l’hanno tutti con me”, “tutti mi vogliono raggirare”, “Perché il mio capo vuole farmi presentare questo progetto? Non so parlare, metterò solo in cattiva luce me e la mia azienda.”, “In ogni riunione non riesco a far valere le mie idee e così non farò mai carriera”, “ai miei figli non importa niente di me“, ecc. è solo un piccolo campionario delle convinzioni limitanti che ci ripetiamo continuamente ad ogni occasione, spesso inconsapevolmente. Come una goccia che batte sempre sullo stesso punto, tali pensieri ci erodono, corrodono, condizionano negativamente, fino a farci percepire o vivere le situazioni che confermeranno le convinzioni negative.

Per contrastare questo fenomeno c’è solo una strada: trasformare le convinzioni limitanti in convinzioni potenzianti.

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Le affermazioni positive: uno strumento di trasformazione

Uno dei metodi possibili è quello di contrastare il pensiero passivo con il pensiero cosciente. Si tratta in estrema sintesi di costruire pensieri positivi e di ripeterli tra noi molto spesso. L’effetto neurofisiologico è di destrutturare lentamente, di sciogliere, le convinzioni limitanti originarie, trasformando fin da subito il nostro modo di atteggiarci, di reagire, di relazionarci con gli altri. Una tecnica che ha trovato la sua massima valorizzazione con il cosiddetto “pensiero positivo”, ma che ha trovato anche tanti detrattori. Prima di proseguire vorrei fare una piccola considerazione: il “pensiero positivo” così come la “legge dell’attrazione” e la “scienza della creazione intenzionale” sono stati fin troppo banalizzati, svenduti e trasformati in una moda momentanea e sterile da libri, film e pubblicazioni meramente commerciali. Come sempre in questi casi è utile recuperare l’antica saggezza ed essere consapevoli che la trasformazione personale non può avvenire senza impegno e coinvolgimento. Il problema di questi tempi è che si vuole star bene pizzicando qua e là metodi che si vorrebbero rapidi, facili, miracolosi. E senza cambiar troppo la nostra maschera sociale. Capite bene che con queste premesse non può esistere alcun metodo veramente efficace.

Le affermazioni positive aiutano a sfidare e trasformare i pensieri sabotanti e negativi. Quando le ripeti e credi in esse, puoi iniziare effettivamente a realizzare cambiamenti positivi. Queste ripetizioni mentali hanno il potere di riprogrammare i nostri schemi di pensiero, cosicché nel tempo cominciamo pensare ed agire in modo diverso. le affermazioni positive sono state utilizzate per trattare con successo persone con bassa autostima, depressione e altre condizioni di salute mentale. E’ stato dimostrato che esse sono in grado di stimolare le aree del nostro cervello che ci rendono più propensi a produrre cambiamenti positivi per quanto riguarda la nostra salute, acquisire un miglior livello di autostima e migliorare infine il benessere.

Di seguito la procedura base che uso per lavorare sulle convinzioni limitanti, suddivisa in due fasi distinte, la progettazione e l’utilizzo corrente.

Progettazione:

  1. Individuare le convinzioni limitanti che si sono nominalizzate e trasformate quindi in frasi negative che ci ripetiamo continuamente, spesso in modo inconscio,  (p.e. “nessuno mi considera“, “la gente mi ritiene imbranata“, ecc.)
  2. Trasformarle in affermazioni positive trovando per ognuna un’eccezione o una qualche nostra caratteristica positiva che abbiamo troppo spesso trascurato  (p.e. da “la gente mi ritiene imbranata” a “quando mi occupo della casa sono sicura e determinata“).  Scrivere le affermazioni positive risultanti su carta o file.

Uso corrente:

  1. Scriverle e stamparle per poterle eventualmente consultare a piacere o anche per affiggerle in posizione strategica, così da ripeterle più volte al giorno. Ogni qualvolta possibile concediamoci una pausa creativa, visualizzando la situazione positiva collegata all’affermazione, evocando nella visualizzazione tutti i sensi. Ripeterle più volte al giorno per almeno dieci giorni
  2. Verificare giornalmente l’effetto, monitorando le emozioni e i pensieri
  3. Proseguire con le ripetizioni anche dopo i 10 giorni, a necessità.

NB: Manutenzione: se un’affermazione diventa obsoleta, non ci crediamo più o non suscita più emozioni positive, allora è il momento di modificarla o semplicemente eliminarla

Come progettare le affermazioni positive

Per essere ben formate le affermazioni positive devono avere le seguenti caratteristiche:

  • strutturate in forma positiva, (quindi non devono contenere la particella “non”, altrimenti finirebbero per avere l’effetto contrario dato che porterebbero la nostra attenzione sull’aspetto negativo, e come noto dare attenzione significa dare energia e rinforzare l’aspetto negativo)
  • verbi rigorosamente al tempo presente (dire a sé stessi “farò…”, “sarò…”, ecc. non è convincente perché pospone al futuro qualcosa che oggi evidentemente non c’è; frasi quindi al presente, magari un classico present continuous, p.e. “sto migliorando giorno dopo giorno la capacità di ignorare i commenti di mia suocera“)
  • evitare l’uso di verbi o altre forme grammaticali del “dovere” e del “volere”  (è un discorso lungo e articolato… in sintesi si tratta di forme linguistiche che possono mettere in contrasto diverse Parti della nostra personalità ed essere pertanto mal tollerate da una o più delle Parti)
  • connettere le affermazioni,  quanto più possibile, ai propri pregi  (che è il miglior modo per renderle effettivamente credibili a noi stessi)
  • l’affermazione deve essere realistica e credibile  (deve essere insomma basata su una valutazione realistica dei fatti. Ad esempio, chi non è soddisfatto di quanto guadagna può usare le affermazioni per aumentare la propria sicurezza per chiedere un aumento o un avanzamento di posizione. Tuttavia, non sarebbe saggio affermare a se stessi che lo stipendio raddoppierà, dato che per la maggior parte delle persone e nella maggior parte delle organizzazioni, raddoppiare ciò che si guadagna non è realistico).
  • usare nella formulazione parole che risuonano, in grado di generare emozioni positive  (una delle caratteristiche fondamentali delle affermazioni positive consiste nel saper generare emozioni positive; solo le emozioni positive intense possono mettere in moto il cambiamento dentro e intorno a noi).

Risonanza e Amore

“La risonanza è una condizione fisica che si verifica quando un sistema oscillante forzato viene sottoposto a sollecitazione periodica di frequenza pari all’oscillazione propria del sistema stesso” (Wikipedia).

Il concetto di risonanza sembra quindi appannaggio della fisica, ed in particolare dell’elettromagnetismo. Gli esempi più noti per spiegare tale fenomeno sono: il comportamento del diapason (quando un diapason viene percosso e inizia a vibrare, anche un secondo diapason con la stessa frequenza inizia a vibrare insieme al primo) e quello dei metronomi appoggiati su una base elastica metallica comune (i metronomi convergono rapidamente alla medesima frequenza di oscillazione).

Tuttavia, il concetto di risonanza era già noto a civiltà ben precedenti alla nostra e già allora esteso al legame che si sviluppa tra persone che si vogliono bene. Nella tradizione Vishwakarma, per esempio, il concetto di risonanza è legato al cosiddetto “effetto Vaastu”. Il Vaastu è l’antica scienza della costruzione dell’antica India, legato alle tradizioni yoga e ayurveda. Si diceva allora che quando una persona trascorre il tempo in un edificio Vaastu, il filo luminoso della coscienza nel suo cuore (noto come il Brahma Sutra) inizia a vibrare con le qualità speciali del Brahmasutra di un edificio Vaastu costruito correttamente.  Ciò apporterebbe lucentezza e luminosità all’individuo.

Allora, può questo principio essere applicato alle persone ? E’ ciò che si chiede Mauro Lavalle (profilo) nel suo saggio “Fisica quantistica, fisica della vita” (compralo quiintervista-presentazione), affermando che: “Diversi esperimenti hanno dimostrato che persone di un gruppo tenute nello stesso ambiente, per esempio colle515mHvc00ELghi dello stesso ufficio, dopo qualche tempo vedono sincronizzati i battiti del cuore, le donne sincronizzano il ciclo mestruale, le persone subiscono l’influenza reciproca delle vibrazioni (dalle emozioni) dei colleghi più vicini, sia in positivo (…) che in negativo (…). Estendendo il concetto nella gruppoanalisi, possiamo dire che le persone del gruppo risuonano, cioè possono vibrare alla stessa frequenza se condividono lo stesso vissuto e può quindi avvenire un contagio emotivo (…)”. 

Ecco allora che persone che si amano possono avere delle improvvise intuizioni, captare a distanza, non importa quale, stati d’animo e pensieri della persona amata. Trascendere ogni distanza, è una caratteristica della risonanza emozionale.

L’Amore è una qualità peculiare dell’essere, è uno stato di coscienza che non può evitare in alcun modo, di rispondere alla Legge di Risonanza.” (Grazia Foti, fonte). E ancora: “La risonanza è la Legge dell’energia e quest’ultima segue il pensiero per poi trasformarsi in emozione e precipitare sul piano fisico.” (Hermes).  In base a quest’ultimo concetto la risonanza si ottiene quando il pensiero si trasforma in emozione. E’ l’emozione quindi il motore della risonanza, il suo substrato. E sembra strano, o forse no, che in un universo dove la risonanza trova sempre più posto, grazie alle scoperte della fisica quantistica, l’emozione si trova a diventare protagonista, fino a rivelarsi ciò che muove ogni cosa. Tra le emozioni, l’Amore è quella principale. Che l’Universo sia fondato sull’Amore del resto è una intuizione antica. Si tratta solo di chiudere il cerchio tra spiritualità e scienza. Riconciliarle, finalmente, sotto il segno dell’Amore.

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Inizia con l’accettazione

“Inizia con l’accettazione”. E’ questo il titolo di uno dei capitoli più significativi de “Il Benessere Emotivo” di Osho. L’accettazione è un atteggiamento di accoglimento di qualcosa. Nella sua accezione più negativa può sfociare nella rinuncia, ma non ti sto dicendo di rinunciare. Intendo invece l’accettazione come quel modo di pensare che ti fa prendere semplicemente atto di quello che c’è. Lottare contro la realtà esterna a noi è inutile, concentriamoci piuttosto nel trasformare noi stessi e la realtà circostante con l’azione.

Abbiamo l’opportunità anzitutto di accettare incondizionatamente noi stessi, con i nostri limiti e i nostri “difetti”. Nel farlo, abbandoniamo la tensione della lotta interna, ci rilassiamo finalmente e ci apriamo al nuovo. E’ solo in quel momento che rendiamo possibile la trasformazione. Questa (la trasformazione) non è quindi favorita da una lotta accanita contro la natura e contro una parte di noi stessi, ma al contrario dall’accettazione di ciò che è, compreso tutto quello che non ci piace. Solo accettandoci riusciremo quindi a realizzare il miracolo dell’integrazione. Dell’emergere di un Sé integrato, dove tutte le Parti collaborano nel nome di un’esigenza superiore. Dove ogni Parte si vede riconosciuta la propria funzione positiva.

Il primo passo verso la beatitudine è essere un tutt’uno. Nessuna Parte di noi, nessun orientamento, nessuna sensazione, nessuna emozione, nessun pensiero .. dovranno essere ricacciati indietro e negati. Cosa che facciamo invece quando agiamo in nome di ideali superiori o idee limitanti su noi stessi.

In merito agli ideali superiori, in cima alla lista di quelli più devastanti ci sono quelli religiosi. Niente a che fare con la spiritualità e quel senso di religiosità individuale e di connessione con Dio che è patrimonio di ogni essere libero e completo. Mi riferisco invece alle limitazioni che tante dottrine “impongono” ai propri adepti: castità, digiuni, rinunce varie. Non so se ti è mai capitato di trascorrere un giorno di vigilia in una qualunque famiglia molto osservante. Quando tutti vengono attanagliati dai morsi della fame ma “non possono” mangiare, neanche un po’. Perché è proibito, è peccato, non sarebbe accettato e giudicato positivamente dagli altri. E allora quel morso della fame repressa e ricacciata indietro si trasforma prima in tensione, poi in rabbia. E tutti si scoprono improvvisamente pronti ad azzannarsi l’un con l’altro, in una atmosfera sempre più tesa. Niente affatto gioiosa. Perché soffrire così? Una Parte di noi protesta e ci chiede di seguire le esigenze del corpo. Un’altra è invece pronta a fustigare e reprimere, in nome … dell’ideale.

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Un’altra importante categoria che ci impedisce di essere un tutt’Uno sono le idee (limitanti) di Sé. Se crediamo e pensiamo per esempio di essere sempre miti e gentili, vorremo probabilmente salvaguardare questa immagine ad ogni costo. Cosa direbbero i nostri familiari se improvvisamente manifestassimo un’indole rabbiosa? In nome del ruolo di persona gentile siamo quindi attenti a reprimere la rabbia, a comprimerla, a contenerla in qualche parte nascosta di noi. Da lì, dall’Ombra, la rabbia continuerà però a chiedere di uscire. La repressione sarà tanto più dannosa e pericolosa quanto più esercitata con continuità e metodicità. Fino a quando la rabbia uscirà, perché non può non uscire. E lo farà in modo dirompente, diretta verso di noi (p.e. sotto forma di malattia autoimmune) o verso l’esterno, in modo distruttivo. Quanti insospettabili omicidi erano “un bravo ragazzo, che mai avrei pensato potesse fare una cosa così” ?

La piena accettazione subentra quando ci liberiamo dei fardelli degli ideali e delle false immagini di noi stessi. Non può farlo altrimenti, non c’è spazio affinché entri e prenda dimora. Dobbiamo prima svuotarci degli ideali e delle false convinzioni. Fatto questo ogni stato Acceptance Puzzle Piece Complete Inner Peace Admit Fault Shortcod’animo potrà manifestarsi per quello che è. Arriva la rabbia? Bene, accolgo questa rabbia e la esprimo nel modo più naturale possibile. Potrei urlare, protestare, battere un pugno sul tavolo… Se non resisto la rabbia mi attraversa… per poi uscire e andarsene. Non c’è nulla che la può trattenere, ingabbiare, rendere nociva.

Le cosiddette emozioni negative non sono una parte oscura del nostro essere. Sono una faccia della medaglia. Non può esserci Amore senza l’Odio, o  Allegria senza la Tristezza. Questi contrari si possono alternare e fluire senza ostacoli. Sta a noi permettercelo. E’ solo allora che smettono di essere duali, di ostacolarsi, di lottare l’uno con l’altro.  E’ solo allora che siamo Uno.

Imbrigliare le emozioni, oppure no

Ci sono momenti della giornata o di un certo periodo dove non ci sentiamo bene con noi stessi, con gli altri, con determinate situazioni. Emergono in queste occasioni sentimenti che usiamo definire “negativi”: tristezza, rabbia, paura, vergogna e quant’altro. Vorremmo a volte eliminare per sempre queste spiacevoli presenze nella nostra esistenza, ma a pensarci bene la loro presenza è essenziale. Queste emozioni sono state importanti per la nostra evoluzione, non saremmo qui se non sapessimo provar paura, per esempio. Quella sana paura che ci ha impedito tantissime volte di metterci nei guai, in situazioni scellerate. Che ne sarebbe della razza umana se non avessimo provato l’impulso di fuggire di fronte a un pericolo?

Le emozioni sono energie, una parte importante della forza vitale che ci attraversa. Eppure troppo spesso le emozioni “negative” condizionano così tanto la nostra vita da renderla molto difficile. Tuttavia, non sono le emozioni in sé la causa bensì il nostro modo di affrontarle. In particolare, esse ci danneggiano quando non sono espresse completamente e non le lasciamo fluire.

L’atteggiamento ideale sarebbe quello di porsi come osservatore di sé stessi, prendere un po’ le distanze , osservare le proprie energie in movimento, accogliere senza resistenza l’onda d’urto dell’emozione, lasciarla passare e trasformarla. Trasformare l’energia delle emozioni è quella capacità che rende l’uomo divino. Eppure ce lo permettiamo troppo raramente, impegnati piuttosto a resistere, a reprimere, a comprimere dentro di noi l’energia emozionale fino a distruggerci dall’interno.

Imbrigliare l’inquietudine emozionale. E’ il concetto di Moksha, sostantivo maschile della lingua sanscrita dal significato di “liberazione”, “affrancamento”, “emancipazione”, “salvezza” (definizione di Wikipedia), che ha assunto anche il significato di liberazione dal Samsara, il ciclo delle rinascite, nella tradizione induista. Ma mi rifaccio qui al significato letterale originario di liberazione ed emancipazione dalle emozioni, o meglio da un cattivo uso delle emozioni stesse. Quando le tratteniamo, l’energia negativa che si accumula dentro di noi diventa un grande ostacolo alla realizzazione del sé e dei nostri desideri. Moksha è diventare immuni da risentimenti, offese, ostilità e sensi di colpa, ma anche liberi da presunzione, vanità, autocommiserazione.  Moksha è lasciar fluire la rabbia, saper ridere di sé stessi, vivere a pieno tutte le emozioni, osservarle, trasformarle e poi lasciarle andare.

Le emozioni bloccate, trattenute e represse hanno un effetto deleterio sulla salute del corpo. Corpo, emozioni, mente e anima sono legate indissolubilmente. Il 95% dei nostri malanni prima della vecchiaia ha un’origine vibrazionale. Si tratta di manifestazioni di disarmonie dei corpi eterici, con le emozioni in prima fila nell’alimentare quelle lacerazioni dei nostri corpi sottili che si traducono infine in malattia. 5677

Abbiamo pertanto il dovere di prenderci cura del nostro stato emozionale, e con esso del nostro benessere inteso in senso olistico. Il primo passo nella trasformazione del nostro approccio verso le emozioni è assumersi le responsabilità di cosa si sta provando, iniziando anzitutto a riconoscere l’emozione e percepirla a livello fisico dove si è manifestata. Quindi, assumere il ruolo del testimone silenzioso, osservando in modo imparziale, per poi esprimere pienamente la sofferenza, abbandonarla e condividerla con gli altri (soprattutto con le persone che pensiamo siano coinvolte nell’emozione trattenuta).

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Da “Il Benessere Emotivo” di Osho: “Per esempio quando c’è rabbia , siedi in silenzio e osservane la presenza: lasciala restare. Per quanto può durare? Pensi che sia qualcosa di immortale, di eterno? Com’è arrivata, se ne andrà. Tu devi solo aspettare; non fare nulla, né prò né contro. Se fai qualcosa la esprimerai, ed esprimendola ti metterai nei pasticci, perché l’altro potrebbe non essere un meditatore – molto probabilmente NON lo è – e reagirebbe a sua volta con una rabbia ancora maggiore: adesso sei in un circolo vizioso. Ti arrabbi, fai arrabbiare l’altro, e continuate ad arrabbiarvi a vicenda sempre di più. prima o poi tutta questa rabbia diventerà simile a una solida roccia di odio, di violenza, e nel muoverti in questo circolo vizioso perderai consapevolezza. Potresti fare qualcosa di cui poi ti pentirai: potresti uccidere , assassinare o almeno provarci e dopo potresti pensare <<mai avrei creduto di essere capace di uccidere !>> Ma sei stato tu a creare quell’energia, e l’energia può fare di tutto: è neutrale; può creare, può distruggere, può illuminare una casa o incenerirla.“.

Usare gli archetipi per aumentare il proprio potere personale (2)

Gli archetipi sono le forze segrete che determinano il comportamento umano.
Dato che risiedono nell’inconscio, la parte della nostra mente di cui non siamo consapevoli, gli archetipi ci influenzano “a nostra insaputa”. Solo quando possiamo prendere coscienza e “osservare” un archetipo che opera in noi, allora ci stiamo differenziando dall’archetipo stesso. Questa differenziazione è importante perché quando riusciamo a separarci da un archetipo, è meno probabile che influenzi il nostro comportamento in modo deleterio.

L’archetipo, o meglio ancora, gli archetipi che ci influenzano, 1) danno un’impronta al nostro comportamento, 2) innescano determinate emozioni (p.e. gli amanti sono appassionati, i re sono magnanimi, i guerrieri sono coraggiosi, …), 3) danno alla nostra vita un senso ben preciso.

Avendo la consapevolezza del modo in cui gli archetipi influenzano e scandiscono il nostro atteggiamento, possiamo trovare il modo di utilizzare queste forze per liberare la nostra vera essenza e aumentare la nostra coscienza e potere personale. Nei prossimi paragrafi passeremo in rassegna le metodologie di lavoro più interessanti sugli archetipi.

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Interpretazione dei sogni

Fu lo stesso C. Jung ad analizzare due metodi distinti per lavorare con gli archetipi: i sogni e la visualizzazione creativa. I sogni in particolare sono il mezzo attraverso il quale l’inconscio ci parla. Tuttavia la comunicazione dei sogni non è diretta, né logica, dato che essi comunicano attraverso simboli. E questi simboli rappresentano spesso forze archetipiche.

Secondo diversi autori le persone o gli animali che ci comunicano qualcosa nei sogni, sono personalità autonome che coesistono, insieme ad altre, nella nostra psiche, cosicché ogni figura del sogno può essere pensata come a una parte reale che vive dentro di noi. Partendo da questo assunto, un sogno ben ricordato eanimalsindreams1 che percepiamo come significativo può essere analizzato in stato di veglia o meglio ancora in uno stato meditativo, cercando associazioni tra le figure del sogno e determinati archetipi, collegando poi queste associazioni archetipiche a nostre sub-personalità più o meno note a noi stessi, e infine interpretandole in determinati contesti o situazioni che caratterizzano la nostra esistenza. Se il sogno sembra suggerirci l’attivazione di determinati archetipi che magari non abbiamo sviluppato a dovere e sono, per così dire, “latenti”, allora quella è la direzione da prendere. Non resta ora che attivarli, con l’immaginazione e con il potere dell’intenzione.

L’immaginazione attiva.

Con la visualizzazione, o “immaginazione attiva” usando la terminologia junghiana, mettiamo in atto una partecipazione cosciente che nel sogno non può essere agita. In sostanza ci mettiamo volontariamente in dialogo con parti del nostro inconscio attraverso l’immaginazione. Questo tipo di lavoro può essere svolto in stato di veglia, anche se personalmente ritengo sia molto più efficace in stato di trance meditativa, una condizione nella quale la mente razionale smette di dominare la scena, e spesso di “inquinarla” con ragionamenti e costruzioni logiche. Se vogliamo arrivare a un risultato ottimale, a volte sorprendente, dobbiamo attivare quindi il pensiero analogico dell’emisfero destro, cosa possibile solo alle frequenze cerebrali dello stato di trance meditativa. Un lavoro che può essere svolto anche da soli, se abituati alla meditazione o se capaci di praticare l’auto-ipnosi. Altrimenti si potrà chiedere la mediazione di un professionista.

Il processo di lavoro con gli archetipi attraverso la visualizzazione richiede che si richiami una parte di sé, meglio se identificata attraverso un archetipo, e si inizi un dialogo intorno a un determinato aspetto della nostra esistenza che vorremmo cambiare (in meglio). Se il dialogo si innesca con la partecipazione attiva dell’inconscio esso comincerà a fluire spontaneamente, con parole e/o immagini e una vera e propria trama. Potrà allora succedere che una nostra parte faccia (nella nostra immaginazione) determinate azioni o pronunci determinate parole. Può esserci un’interazione, a volte anche drammatica, con altre parti e la situazione produrrà un esito finale. Di per sé il lavoro di risanamento a livello psicologico e spesso spirituale è già avvenuto, grazie al simbolismo utilizzato dall’inconscio e dal potere di riorganizzazione che esso è capace di attuare. Tuttavia, per una valorizzazione piena dell’esperienza è utile associare attivcreative-visualizationamente un significato al film che è scorso davanti ai nostri occhi. Ossia ciò che viene definito in letteratura  “Adding the ethical element of values” , ovvero l’atto del trarre coscientemente un insegnamento dalla scena vissuta.

Ora siamo pronti per portare l’insegnamento (ciò che, finalmente, “abbiamo capito”) nella vita reale. Magari rafforzandolo con qualche “rituale” da iniziare immediatamente, già dall’indomani (per esempio, se l’insegnamento che abbiamo tratto dalla visualizzazione è che dobbiamo prendere in mano la nostra vita e risvegliare il Sovrano che è in noi, potremmo decidere di rinforzare questa scoperta stilando ogni mattina una lista ben definita degli obiettivi della giornata, con la determinazione di raggiungerli).

Per consolidare il lavoro fatto è molto utile scrivere un racconto della visualizzazione e in particolare i dialoghi tra le Parti del Sé che si sono svolti. In questo modo potremo di tanto in tanto rileggerli rinnovando il benefico effetto del messaggio.

Scoprire e abbracciare i nostri archetipi di riferimento

Last but not least il semplice scoprire quali sono gli archetipi che impersoniamo in questa fase della nostra vita ha un effetto di potenziamento globale del nostro modo di essere. Ognuno di noi è unico, ma troppo spesso lo dimentichiamo. Anzi, facciamo di tutto per omologarci alle mode, al modo di vivere e comportarci che i più giudicano congruo, o “etico” o “morale” o, semplicemente, conveniente e di “buon senso”. Ed è così che anneghiamo la nostra unicità in “ruoli” standardizzati: il giusto “capo-ufficio”, il giusto “insegnante”, il “padre”, la “figlia”, il “giudice”, ecc. Secondo Robert Hopcke possiamo svilupparci a livello psicologico solo se permettiamo ai nostri archetipi di entrare nella nostra consapevolezza cosciente, coltivando una relazione tra i nostri due livelli di esistenza: quello personale quotidiano e quello archetipico. Possiamo attingere intuizione, conforto e forza quando possiamo relazionarci con miti, storie e folclore, perché questi possono fornirci una sorta di mappa per navigare e ottenere una comprensione più profonda dei temi delle nostre vite. Riattivando, spesso, anche le nostre capacità intuitive e creative. Attingere al significato degli archetipi è trasformativo perché aumenta il livello di significato e di connessione con la nostra vita e con il mondo che ci circonda.

Questa via implica:

  1. scoprire i propri archetipi-guida. Ci sono diversi test disponibili online e quindi ci si può sbizzarrire. L’importante è non prenderli troppo sul serio. In realtà il vero lavoro di scoperta implica soprattutto un’attenta auto-osservazione e la scoperta dei propri valori, delle proprie convinzioni, della molla delle nostre motivazioni.
  2. conoscerli meglio. Dato che gli archetipi sono ben definiti e “universali”, soprattutto con riferimento a quelli junghiani (consolidati poi da Hillman e da altri autori, come descritto nell’articolo precedente), possiamo analizzarne le caratteristiche, comprenderne la vera essenza, associare a tale essenza dei personaggi, storici o contemporanei, per avere degli esempi di come questi archetipi possono inserirsi nella realtà del mondo. E’ anche importante prendere coscienza di cosa l’archetipo può diventare nella sua ombra, (ossia quando si manifesta in un modo non equilibrato fino a diventare negativo) e cosa lo caratterizza al contrario nella sua manifestazione di luce.
  3. scoprire come possono contribuire alla nostra realizzazione. Ogni archetipo ha dei propri “superpoteri“. Saperlo può indicarci in quale direzione risolvere determinati problemi, attraverso il potere e l’energia dei nostri archetipi di riferimento.
  4. usarli come guida. Una volta abbracciati i nostri archetipi, avremo infatti le idee più chiare su come andare avanti  e come comportarci. Come scriveva Jung “Se ti metti nell’icona, l’icona ti parlerà … ha un effetto magico“.

Quando la trasformazione non è necessaria

Spesso in questo lavoro di scoperta e trasformazione, ci rendiamo conto che il vero problema non è scoprire qualcosa di nuovo che dobbiamo ancora diventare, quanto il permetterci di esser ciò che già siamo. Il riconoscimento che l’essenza di chi siamo è sempre stata presente. Il cambiamento allora non implica una aggiunta, ma il “lasciar andare” le attività, le credenze e i falsi sé che si sono manifestati lungo il cammino.
Il momento eureka nel processo di scoperta e presa di coscienza, è quando finalmente lasciamo andare la finzione che ci ha sostenuti e intrappolati in molti anni della nostra vita adulta.

L’autenticità implica l’essere onesti con te stesso su chi sei, dove stai andando, cosa ti spinge, cosa non ti piace, cosa ti incanta, cosa ami. È la tua prospettiva unica. È la tua impronta digitale psichica.