Equilibrio, armonia e benessere

Cosa ti viene in mente quando pensi al benessere? Forse salute e felicità, amore e relazioni, sicurezza e protezione, prosperità e successo, dare un significato e uno scopo alla propria vita, e così via. Queste sono tutte cose ovviamente preziose e spesso anche necessarie.

Ma che dire dell’equilibrio e dell’armonia? Queste sono caratteristiche meno ovvie, ma possono essere tra le qualità più importanti di tutte. L’equilibrio e l’armonia non sono solo rilevanti per il benessere, ma una specie di “filo d’oro” che attraversa le sue innumerevoli dimensioni. Potremmo persino dire che il benessere potrebbe consistere nel raggiungimento dinamico dell’equilibrio e dell’armonia in tutti gli aspetti della vita.

Nell’ellenismo l’equilibrio era considerato di fondamentale importanza per l’individuo e per la comunità…

Gli dei punivano ogni eccesso, perché chi “va oltre” mette in pericolo l’ordine del mondo e si macchia di hybris (“tracotanza”, “eccesso”, “superbia”, “orgoglio” o “prevaricazione”). La figura mitologica che meglio esprime questi concetti è la Nemesi. La Nemesi é la giustizia divina o universale, la vendetta di chi ha subito un torto perché impotente o debole, la vendetta divina che punisce il crimine ed abbatte ogni dismisura. Nemesi puniva per esempio l’eccesso di felicita’ in un mortale, o l’orgoglio dei re. Concezione, questa, fondamentale dello spirito ellenico: tutto cio’ che si innalza al di sopra della sua condizione, nel bene come nel male, tende a sconvolgere l’ordine del mondo e mette in pericolo l’equilibrio universale e pertanto si espone ai castighi degli dei che vogliono che tutto l’Universo resti quello che e’. Per esempio Creso, troppo fortunato per le sue ricchezze e la sua potenza, è coinvolto dalla Nemesi nella spedizione contro Ciro che finisce per comportare la sua rovina…

Secondo alcune ricerche sulla felicità percepita dalle persone, la categoria più importante per la felicità è proprio Armonia/Equilibrio (che comprende, oltre all’equilibrio e all’armonia stessi, la pace interiore e la serenità).

Equilibrio e armonia attraversano come detto diverse dimensioni della nostra vita, a partire da quella degli affetti e dei sentimenti. In questo ambito l’equilibrio significa riuscire a provare prevalentemente emozioni positive (ma non SOLO positive), ma soprattutto un ampio ventaglio di emozioni diverse e ben differenziate, idealmente in armonia tra loro e con la capacità di tornare rapidamente a uno stato neutrale dopo i picchi positivi o negativi. Equilibrio e armonia emotivi implicano anche la consapevolezza che lo sviluppo e la realizzazione personale possono a volta implicare esperienze di sofferenza.

Ma l’equilibrio e l’armonia riguardano anche il pensiero. In questa dimensione essere equilibrati e in armonia significa non cadere né nell’apatia né nell’ossessione, estremi opposti del livello motivazionale, così come avere interessi e desideri ben integrati con altri aspetti della vita. E ancora: equilibrio ottimale del controllo di sé, del livello di coinvolgimento e concentrazione, delle risorse messe in gioco (mai sovraccaricarsi di lavoro e impegni insomma, ma mettere sempre una certa dose di impegno in ogni aspetto della nostra esistenza).

Dal punto di vista comportamentale equilibrio e armonia significano:

  • un mix armonioso e integrato di diverse attività e interessi, compreso un buon equilibrio tra lavoro e vita privata
  • un equilibrio ottimale tra riposo e attività
  • evitare di mangiare sia troppo che troppo poco determinati alimenti (e cibo/bevande in generale) e avere una alimentazione complessivamente bilanciata
  • trovare in generale l’equilibrio in ogni componente del proprio comportamento.

E infine, ma forse in cima a tutto, l’equilibrio e l’armonia nelle relazioni. Ogni relazione dovrebbe essere infatti un equilibrio dinamico di dare e avere, essere reciproca, essere piena ma non esclusiva.

La persona equilibrata convive pacificamente e interagisce in modo produttivo con molte persone. E’ inoltre in armonia anche con il resto dell’ambiente, quindi con gli animali, con le piante, con la natura e il pianeta in genere.

L’equilibrio come base dello sviluppo della personalità dell’anima.

Tutto quanto premesso dimostra l’importanza dell’equilibrio e dell’armonia nella personalità umana, come strumenti sui quali costruire il proprio benessere interiore. E infatti proprio equilibrio e armonia sono i mattoncini sui quali si sviluppano i vari Centri Energetici Spirituali, (da qui in avanti: CES), veri e propri archetipi dell’anima pienamente sviluppata. I CES sono chakra esterni che secondo molte antiche tradizioni costituiscono la personalità dell’anima nel suo percorso di crescita e di individuazione.

La sequenza dei primi CES vede alla base anzitutto le caratteristiche “femminili” e “maschili”, seguite poi da diverse espressioni di equilibrio e dall’armonia. Nel dettaglio:

  • CES 13: Yin
  • CES 14: Yang
  • CES 15: Equilibrio delle Polarità
  • CES 16: Equilibrio delle Somiglianze
  • CES 17: Armonia
  • CES 18 — CES 32 (omissis …)

NB: la numerazione del CES inizia dal n° 13 perché i primi 12 numeri sono associati agli archetipi dei dodici chakra principali dell’essere umano (dei quali 7 interni al corpo e 5 esterni).

Ecco nel dettaglio le caratteristiche dei CES elencati.

CESFunzione
YINFornire la prospettiva universale di tipo femminile, nonché le energie necessarie a ricevere, trasformare, proteggere e creare
YANGFornire la prospettiva universale di tipo maschile, nonché le energie necessarie a esprimere, imporsi, costruire e difendere
EQUILIBRIO DELLE POLARITAArmonizzare tutto ciò che di duale esiste fuori e dentro l’individuo, unendo tra loro le energie complementari per dare vigore ad entrambe (comprendere le caratteristiche delle polarità, per poterle poi superare/fondere)
EQUILIBRIO DELLE SOMIGLIANZEArmonizzare tutto ciò che di simile esiste fuori e dentro l’individuo (comprendere le caratteristiche delle cose simili, per poterle poi discriminare e unire allo stesso tempo)
ARMONIAArmonizzare in maniera completa somiglianze e differenze per pervenire all’unicità e all’unità indispensabili alla salute
Centri Energetici Spirituali del fondamento della personalità animica.

Potremmo concludere quindi, che al di là delle priorità che ci suggerisce la nostra società, il percorso di crescita personale dovrebbe iniziare da un lavoro sull’equilibrio e sull’armonia. Tutto ciò che nella scala dei CES viene dopo (volontà, libertà, padronanza, chiarezza, abbondanza/creazione/manifestazione, allineamento, pace interiore, saggezza, leggerezza, capacità di perdono, fede, grazia) si fonda insomma sull’equilibrio e sull’armonia.

Alcuni modi per sviluppare l’equilibrio e l’armonia

Il contrario dell’equilibrio è lo squilibrio. Equilibrio deriva dalla fusione di aequum (uguale) e libra (bilancia), quindi bilancia uguale, o bilancia equa. Lo squilibrio evoca quindi l’immagine di una bilancia che pende da una parte, in sostanza è un sovraccarico (eccesso) di una polarità. Può essere per esempio che siamo troppo pessimisti, in opposizione all’essere ottimisti. Oppure che siamo troppo tristi in opposizione all’essere allegri. C’è squilibrio tutte le volte che non siamo nel giusto mezzo di una certa emozione, o di un certo modo di essere.

Queste considerazioni ci forniscono subito una soluzione, in quanto l’equilibrio è la capacità di esprimere entrambe le polarità in modo bilanciato. Quando ci sono le condizioni per essere tristi, ebbene diamo spazio a questa tristezza, purché capaci di lasciarla andare quando ha esaurito il suo compito. All’opposto, quando ci sono le condizioni per essere allegri, ebbene lasciamoci andare all’allegria. Purché capaci di lasciarla andare quando essa ha esaurito il suo compito… Ogni polarità ha un lato positivo (valori) e un lato negativo (paure) ben identificati. Essi devono essere esplorati insieme per trovare il vero equilibrio.

Lo strumento più potente per cercare l’equilibrio e l’armonia è la consapevolezza. Grazie alla consapevolezza possiamo infatti, intercettare gli squilibri e usare la volontà per correggerli, almeno in parte. Essere consapevoli, ad esempio, che abbiamo sostato troppo tempo nella tristezza ci può dare l’opportunità di uscirne con la volontà di farlo. La volontà a sua volta può avvalersi di altri strumenti: la creatività, la leggerezza, il distacco, ecc. Tutte virtù che possiamo sviluppare in un percorso di crescita personale consapevole.

Sempre grazie alla consapevolezza delle nostre lacune, in termini di equilibrio/armonia, possiamo scegliere una o più azioni da ripetere quotidianamente per allenarci a esercitare quelle qualità che più ci mancano. Magari alzando lentamente l’asticella, mano a mano che riusciamo a realizzarle con facilità.

Oltre alla consapevolezza possiamo attingere ad altri strumenti. Eccone alcuni.

  • Pratiche energetico-vibrazionali, quali la meditazione, l’Hatha Yoga, il Tai-Chi. In particolare è utile la contemplazione degli opposti, una particolare meditazione che si basa sull’osservazione approfondita e prolungata delle differenze tra le due polarità, fino a farne collassare le differenze percepite
  • Cristalli, oli essenziali, fiori, capaci di apportare vibrazioni benefiche per un riequilibrio armonico dolce
  • Esercizi fisici. Nella disciplina della polarity therapy sono inclusi per esempio diversi esercizi fisici, da svolgere lentamente e con grande consapevolezza, che possono aiutarci a restituire equilibrio al nostro corpo sottile. Anche gli esercizi di grounding sono molto utili allo scopo.
  • Visualizzazione dell’Io potenziato, ossia una visualizzazione creativa in stato meditativo, nella quale agiamo come persone in possesso di quelle qualità/caratteristiche che vorremmo possedere nella vita reale
  • Dialogo creativo tra parti di noi in conflitto e che alimentano, entrambe o anche una sola di esse, gli squilibri che più ci infastidiscono. Il dialogo creativo è un colloquio immaginario nel quale più parti di noi (i personaggi) interagiscono tra loro. Per essere efficace deve essere realizzato in stato di profondo rilassamento.
  • Affermazioni positive
  • Scrittura e disegno creativi, anch’essi realizzati in stato di rilassamento, scegliendo a tema uno squilibrio particolare che ci affligge.

A proposito di fiori (australiani e non solo), di oli essenziali per aromaterapia e anche di cristalli, … beh, seguite il blog perché tra non molto pubblicheremo un articolo a cura della nostra naturopata di fiducia, su come riequilibrare vari aspetti della nostra vita attraverso questi doni della natura. A presto!


INFORMAZIONE PROMOZIONALE

Vuoi esercitarti nella ricerca dell’equilibrio e dell’armonia?

Archetipi dell’anima: il fondamento” è un week-end esperienziale progettato per conoscere e approfondire in gruppo i centri energetici spirituali di base sui quali fondiamo la nostra capacità di muoverci, agire e realizzare nel mondo materiale.

Periodicamente a Terni e a Roma. Attivabile su richiesta per gruppi a Firenze, Milano, Perugia, Bari, Napoli e Bologna.

Sono previste agevolazioni per i follower del blog e delle mie pagine social.

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Sono un counselor e operatore olistico professionale. Credo nelle persone e nelle loro infinite risorse, ogni persona è unica, preziosa e ha capacità e talenti attraverso i quali arricchire sé stessa e il mondo.

Affianco le persone attraverso colloqui trasformativi, metodi di PNL, esercizi per riequilibrare le energie sottili, ipnosi (solo se concordata!), tecniche di rilassamento e Mindfulness, Emotional Freedom Technique e Matrix Re-imprinting, Theta Healing, archetipi di personalità.

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Battere la resistenza al cambiamento

La vita scorre in un baleno. Andiamo sempre di corsa, cerchiamo di essere multi-tasking, di non perdere nessuna opportunità. Non ci accorgiamo, però, di quanto poco viviamo veramente quello che stiamo facendo in un certo momento. Forse tutto questo non è necessario. Forse possiamo rallentare, infondere un significato ad ogni momento e immergerci nella sua profondità.

Questo modo di vivere ci impedisce persino di accorgerci di come e quanto siamo cambiati.

I tuoi obiettivi sono diversi da quelli di qualche anno fa, le tue cerchie di amici sono cambiate, forse il tuo stato di salute è cambiato. La cosa più difficile da definire è quando e come è successo.

Nelle culture antiche, e in molte culture indigene ancora oggi, le persone rallentano il tempo segnando i cambiamenti delle loro vite attraverso cerimonie e rituali. Ma nella cultura occidentale, tali cerimonie – ciò che ne resta – sono tipicamente riservate ai giovani. Durante l’infanzia, festeggiamo la nascita e poi la perdita di un primo dente, filmiamo i primi passi, scriviamo le prime parole e probabilmente conserviamo un po’ di capelli dal primo taglio. Passando all’età adulta, celebriamo compleanni importanti, diplomi di scuola superiore, lauree, matrimoni e alcuni anniversari speciali.

Ma da adulti potremmo prenderci un momento anche per brindare a un nuovo lavoro, una nuova casa o una promozione. O anche più semplicemente quando stanno per accadere delle cose, dei cambiamenti. Quando sappiamo che questi cambiamenti di vita ci potranno trasformare, in meglio, eppure dentro di noi emerge la resistenza al cambiamento.

Ti sei mai sentito come se ci fossero due o più parti dinamiche di te che sono costantemente in contrasto tra loro? Una parte vuole andare avanti, l’altra è terrorizzata e ti trattiene. Una parte è pronta a guarire, l’altra non sa cosa potrebbe succedere nella nuova situazione. Ed ha PAURA.

Una parte è bloccata nel passato, l’altra è persa in una visione del futuro.

 Tutti noi abbiamo parti multiple e meravigliosamente complesse di ciò che siamo. Spesso queste diverse parti hanno idee diverse su cosa dovremmo fare, come dovremmo comportarci e come dovremmo sentirci. Quando ce ne sono troppe che litigano nella nostra coscienza possiamo sentirci sopraffatti.

Quando ti accorgi della resistenza, RALLENTA: infondi alla tua vita significato e profondità attraverso semplici cerimoniali.

Eh sì perché è molto importante che queste diverse parti vengano tutte richiamate e integrate tra loro. Possiamo farlo con un piccolo cerimoniale. La cerimonia, il rito, ci consentono di rendere sacro tutto ciò che stai onorando e richiamando. E in questo spazio sacro l’inconscio avvia un vero cambiamento. Pensaci, se consideri tutto ciò sciocco o stravagante probabilmente hai perso il contatto con la tua parte più autentica. L’anima rimane sempre giovane… e giocosa.

Cerimoniali di riconoscimento

Le cerimonie per onorare i cambiamenti della vita non devono essere fantasiose, grandi o costose. L’esecuzione di una cerimonia di riconoscimento per qualsiasi cambiamento di vita richiede solo quattro ingredienti:

  • La consapevolezza del cambiamento: Non c’è bisogno di negare che l’evento della vita sta cambiando o ti ha cambiato. Non è nemmeno necessario spiegarlo, motivarlo o giustificarlo. Non esiste uno standard che devi soddisfare in termini di dolore o perdita affinché sia valido. Ma puoi affermare ad alta voce cosa provi: le tue parole fanno sapere all’universo che sai che questo momento è importante, che lo accetti e che sei pronto per imparare, crescere, guarire o qualsiasi altra cosa potrebbe esserci in serbo
  • Un luogo speciale o sacro: No, non devi spostarti presso un tempio Maya, né da nessuna altra parte. Puoi tenere la cerimonia nel tuo soggiorno, se lo desideri, purché ti prenda del tempo per rendere sacro lo spazio. Includi nello spazio tutto ciò che rappresenta la perdita o il cambiamento: immagini, e-mail stampate, voci di diario, oggetti sacri e simili. Esalta e allarga questo momento alla sua piena visibilità, così da vedere tutto ciò che puoi vedere in questo momento
  • Parole o azioni di significato e intenzione: Decidi in anticipo l’ordine del giorno della cerimonia. Accenderai una candela, brucerai dell’incenso, reciterai dei mantra? Guarderai un video speciale, scriverai un biglietto o aprirai una bottiglia di champagne? Pianificalo dall’inizio alla fine. Può essere divertente, sciocco, triste o felice, ok, le cerimonie non escludono le nostre emozioni. Forse potresti pronunciare qualche parola sul tipo di guarigione o crescita che ti aspetti. Forse vuoi esprimere le tue paure o speranze per il futuro. Forse ti siederai semplicemente in silenzio per alcuni istanti lasciando scorrere le lacrime. Non esiste un modo giusto o sbagliato di fare una cerimonia; è la tua anima che la guida
  • Un gesto di chiusura: Per tornare consapevolmente dalla cerimonia alla tua giornata puoi pronunciare una formula di chiusura, fare un inchino, abbraccia, stringi una mano… Considera tutto ciò che hai imparato e continuerai a imparare da questo cambiamento di vita. Riporta le cose da dove provengono, o forse considera la creazione di un altare semipermanente su cui puoi tornare ogni giorno per ricordare il potere della tua cerimonia.

La cerimonia dell’integrazione.

Questa che segue è invece una cerimonia di integrazione delle parti del Sé, qualcosa che potrai fare quando sentirai il bisogno di superare dubbi e resistenze.

  1. Inizia creando il tuo spazio: siediti accanto al tuo altare se ne hai uno, circondati di candele, incenso, musica e oggetti che ti piacciono. Crea uno spazio confortevole per sederti e rilassarti.
  2. Porta qualcosa nel tuo spazio che rappresenti ogni parte di te pronta per essere integrata, un piccolo segno di apprezzamento per quella parte di te. Può essere semplice come un fiore di campo, un capo di abbigliamento o una poesia che ti ricorda quella parte.
  3. Mettiti a terra e richiama a Te qualsiasi entità di aiuto di cui hai bisogno energeticamente (guide, angeli, antenati, ancoraggi somatici, ecc.)
  4. Afferma l’intenzione di apprezzare e integrare tutte le parti di te che si sentono escluse, messe da parte o non completamente incarnate. Con parole tue, pronuncia questa intenzione o scrivila.
  5. Chiudi gli occhi e inizia richiamando il tuo sé superiore per supportare l’integrazione. Immagina di incarnare il tuo io più saggio, il te stesso che contiene la compassione, l’accettazione e il perdono finali
  6. Quindi prendi uno degli elementi che hai scelto e chiama la parte corrispondente di te che ha bisogno di integrazione. Puoi affermare: “Chiamo quella parte di me che…” (ha paura, è arrabbiata, ha vissuto la morte di una persona cara, è eccitata per il cambiamento, è un artista, è un guaritore, ecc.).”
  7. Visualizza quella parte come la vedi nella tua mente (può essere un colore, una forma, o un’immagine di te a una certa età).
  8. Dì “Ti accetto completamente e completamente, sei il benvenuto qui” Immagina che quella parte si fonda con il tuo nucleo mentre porti quell’oggetto nel tuo cuore.
  9. Esegui questa pratica per ogni parte che necessita di integrazione.
  10. Quando ti senti completo, permetti alla gioia e alla gratitudine (beatitudine, compassione, amore, qualunque sia la qualità con cui risuoni di più) di inondarti e senti che riempie tutto il tuo corpo per aiutarti a integrare le parti.
  11. Ringrazia i tuoi aiutanti energetici e te stesso. Ritorna al tuo corpo e chiudi la pratica con un respiro o un suono a piacere.

Ricordati di fermarti e riflettere.

Troppi eventi-chiave della nostra vita ci passano accanto senza una nostra convalida esplicita o senza il nostro riconoscimento. Questo ci fa sentire a volte in una bolla di inconsapevolezza. Perché il tempo sembra volare così veloce? Spesso, perché non ci fermiamo a fermarci e riflettere su chi stiamo diventando lungo la strada. Questo stile di vita ci fa andare avanti facendo le stesse cose allo stesso modo, anno dopo anno.

La cerimonia rallenta il passare del tempo, approfondendolo e arricchendolo, e non ci vuole molto sforzo per portare più cerimonia nella nostra vita quotidiana. Inizia con il semplice atto di riconoscere che un evento della vita è più di una semplice carezza sulla nostra pelle. È qualcosa che si insinua in noi e inizia a trasformarci in qualcosa e in qualcuno di nuovo.

La gioia è uno stato interiore

“Non esiste una via per la felicità: la felicità è la via”

(Buddha)

Spesso sentiamo e diciamo “Voglio essere felice” o “Voglio solo che tu sia felice“, ma sappiamo davvero qual è il vero significato della felicità o cosa significa davvero essere felici? Secondo diverse ricerche la FELICITÀ è più di un semplice stato d’animo positivo; è uno stato di benessere che comprende vivere una vita buona con senso di significato e profonda soddisfazione. Molti esperti ritengono che essa non sia il risultato del passaggio da una gioia all’altra, ma consista in una miscela di disagi e soddisfazioni.

Secondo il Dr. Shin le componenti intrinseche della gioia sono: a) divertimento, b) soddisfazione e c) risultato raggiunto. Tra queste, il divertimento è presente quando siamo predisposti e disposti a trovare il lato buffo o un piacere in ciò che facciamo. E’ più una predisposizione individuale che il risultato di qualcosa che risiede all’esterno. Pensiamo a quelle persone che non si divertono mai, o meglio che “si annoiano”. Per loro la possibilità di provare gioia è preclusa in partenza, in qualunque situazione. Viceversa, altre persone possiedono la sana capacità di trovare piacere in molte cose che fanno, trovando più facilmente la via per la gioia.

Similmente, anche la capacità di provare soddisfazione a fronte di qualcosa che si è ottenuto o conquistato è molto condizionata dalla personalità e dalle caratteristiche della persona.

A ben vedere solo la terza componente dipende in qualche misura dagli eventi esterni, ma solo apparentemente. In realtà, se intendiamo l’auto-realizzazione come risultato di un processo nel quale la persona mette in campo visione, capacità di individuare una mission, determinazione e volontà, allora ci accorgiamo che gli esiti sono scritti sempre e immancabilmente da noi e dalle nostre risorse interiori. Non dobbiamo sottovalutare questa componente che è viceversa soffocata da molte “necessità di carriera”, a partire dalla scelta di un determinato filone di studi piuttosto che un altro. Il punto di partenza per qualsiasi scelta di percorso di crescita dovrebbe essere sempre lo stesso: i propri talenti e quell’anelito, quell’aspirazione ardente, quella brama alla quale ci sentiamo destinati (la chiamata).

Secondo un’altra ricerca realizzata in Svezia, ciò che più influisce sulla felicità è lo stato delle relazioni interpersonali, la salute, il tempo libero e il livello di vita (benessere materiale). Questo risultato sembra suggerire che la felicità dipenda da fattori e circostanze in parte scritte da altri o da una serie di fortunate (o sfortunate) circostanze. Tuttavia, la capacità di avere relazioni soddisfacenti è correlata al nostro stato di allineamento e al nostro livello evolutivo. La salute stessa dipende in gran parte dalla presenza/assenza di blocchi emozionali e convinzioni negative dal mio punto di vista. In sostanza le conclusioni di questa ricerca svedese grattano appena in superficie un fenomeno che è in gran parte connesso allo stato di coscienza della persona e al suo modo conseguente di muoversi nel mondo.

In definitiva, la felicità è uno stato mentale interiore, un sentimento che viene dall’interno. Molti di noi mettono in relazione la felicità con fattori esterni e rimangono infelici per sempre. I fattori esterni sono temporanei e di breve durata. Molti di noi credono di non meritare di essere felici e di dover accettare l’infelicità come il proprio destino, anche se non è vero! Per vivere una vita felice abbiamo tutti bisogno di prenderci la responsabilità della nostra vita e scegliere la felicità.

La felicità è una scelta… Scegli di essere felice.

Sì, se vuoi sentirti felice puoi esserlo… ora!

La felicità non deriva dall’ottenere qualcosa che non abbiamo, ma piuttosto dal riconoscere e apprezzare ciò che abbiamo.

Frederick Keonig

Piccoli consigli quotidiani per diventare generatori di gioia

  • Assumiti la responsabilità della tua felicità
  • Mira al tipo più elevato di felicità, quella spirituale e priva di ego
  • Goditi il ​​progetto permanente di costruire la tua identità unica, perché è la prospettiva di un sé realizzato che porta soddisfazione anche di fronte a resistenze, ostacoli e battute d’arresto
  • Porta sempre l’attenzione agli aspetti positivi della tua vita
  • Cosa dà significato alla tua vita? Impegnati in cose che ti danno uno scopo
  • Pratica la meditazione o la preghiera, la contemplazione, lo Yoga o altre discipline simili, la mindfulness, il rilassamento
  • Ispira la tua relazione principale alla felicità reciproca. Lavorate insieme in modo che la felicità del tuo (/della tua) partner sia appagante quanto la tua
  • Sostieni la tua parte social e interattiva, stabilendo tante relazioni feconde e improntate sulla libertà e sul reciproco rispetto
  • Trova ogni giorno del tempo per rilassarti. Trova il tempo ogni giorno per giocare
  • Evita di cadere in atteggiamenti quotidiani negativi, come pettegolezzi, soffermarsi sulle cattive notizie, sfogare la tua rabbia e impazienza incolpando gli altri
  • Fai tutto ciò che è nelle tue possibilità per vivere e lavorare in un ambiente positivo
  • Rispetta i ritmi naturali del sonno
  • Concediti di uscire spesso e di stare in mezzo alla natura
  • Limita al minimo il consumo di alcol, tabacco e cibi non salutari. Bevi acqua pura; respira aria pura

Le ombre dell’Innocente

Le nostre più grandi virtù sono collegate con i nostri più grandi difetti. Come i due lati della stessa medaglia, Luce e Ombra si sostengono a vicenda. L’una non può esistere senza l’altra, e viceversa.

E’ un concetto che vale anche per ogni archetipo di personalità. La comprensione dei principali attributi positivi e negativi di ciascun archetipo può aiutarti a identificare e lasciar andare contenuti sepolti nel subconscio e riprogrammare il tuo inconscio personale. Questo è molto importante per avvicinarsi alla meta ideale: la piena integrazione di tutti gli archetipi nella propria coscienza, nella loro forma più evoluta. Un traguardo che vale la pace interiore, il pieno allineamento con il Sé, la capacità di centratura.

In questo post ci focalizziamo sull’archetipo dell’Innocente, un quadro che ci narra di una persona idealista, con una forte fiducia di base nella vita che gli consente di guardare sempre al lato positivo delle situazioni e delle persone. Un personaggio che si mantiene positivo e ottimista anche quando affronta situazioni complesse e sfidanti, sforzandosi di rimanere fedele alle convinzioni e ai valori che più gli stanno a cuore. Una persona fiduciosa e disposta ad accettare l’aiuto quando ne ha bisogno.

Vale la pena notare che ciascuno degli archetipi ha un’ombra, ossia un insieme di tratti disfunzionali nei quali può cadere. Jung ha classificato l’Ombra come un archetipo a sé stante, ma essenzialmente l’ombra è una fusione di tutti gli aspetti della tua vera natura che sono stati rifiutati dall’ego e quindi non riconosciuti dalla mente cosciente. L’ombra può includere anche altri tratti di personalità di cui avresti bisogno ma che sono stati preventivamente confinati nell’inconscio perché temuti. Queste energie prima o poi emergeranno nella tua personalità come ombra di uno dei tuoi archetipi dominanti. Magari sono già emerse.

Riconoscere gli aspetti di ombra dei tuoi archetipi ti aiuterà a identificare le emozioni intrappolate, a rilasciarle e a guarire emotivamente.

Anche l’ombra è bipolare. Sì, in effetti quando parliamo di “ombra” di un archetipo stiamo trattando in realtà due “ombre”: quella dell’eccesso e quella della scarsità. Un concetto molto simile a quello di eccesso energetico o di bassa energia dei chakra. Del resto anche gli archetipi sono forme di energia, per cui quando un certo tipo di energia archetipica è in eccesso essa provoca uno squilibrio che si traduce in una esagerata manifestazione dei tratti tipici dell’archetipo. Viceversa, quando l’energia archetipica è in deficit allora i tratti caratteristici dell’archetipo risultano assenti o poco incisivi.

“Cosmic child” di EliBlackWolf

Nella tabella che segue ho inserito alcuni tratti caratteristici dell’Innocente, affiancati rispettivamente dalla loro esagerata manifestazione (eccesso) e dalla loro insufficiente manifestazione (deficit).

TrattoEccessoDeficit
IdealistaUtopistaQualunquista
OttimistaIllusoPessimista
PuroIngenuoMaligno
FiduciosoDevotoDiffidente
SinceroSchiettoMendace
Ricettivo/
aperto
IndifesoChiuso
LealeSchiavoTraditore
TenaceOstinatoArrendevole
SerenoImprudenteAllarmato
SognatoreVisionarioDisilluso

Tra i tratti elencati, i più importanti nell’archetipo dell’Innocente sono i primi. L’Innocente è quindi anzitutto un idealista che vede il mondo un pò con gli occhi di un bambino, notando soprattutto le cose positive, i colori, quanto di bello esprimono le persone che incontra… E’ di conseguenza ottimista e non concepisce il male come obiettivo degli altri. In sostanza concede fiducia e sincera apertura a chi incontra, almeno fino a quando non sperimenta cocenti delusioni.

A volte però questi tratti si esprimono in eccesso, cosicché l’Innocente sostiene visioni utopiche che non trovano riscontro nel novero delle possibilità concrete. Può cullare quindi una visione così esageratamente ottimistica da sfociare nell’illusione, mostrandosi poco capace di valutare i segnali negativi provenienti dall’esterno, in sostanza una persona ingenua.

In certi rapporti l’Innocente può sviluppare dipendenza, perdonando all’altra persona più del perdonabile, coltivando cioè la speranza che “sì, (forse) un giorno cambierà…” . Un esempio può essere ritrovato nelle donne vittime di abusi che tornano ciclicamente dall’uomo che le ha abusate, ma anche, in un ambito socio-politico, in tutti quelli che sostengono determinati personaggi al di là di ogni possibile evidenza in merito alle loro responsabilità, alla mancanza di etica, ad azioni malvagie, eccetera.

L’insieme delle caratteristiche di ombra legate a un eccesso dell’energia dell’Innocente sono quindi: utopista, illuso, ingenuo, devoto, schietto, vittima, schiavo, ostinato, imprudente, visionario. Se ne potrebbero aggiungere altre per una descrizione ancora più completa ma queste sono già sufficienti a tratteggiare il personaggio che ne deriva. Specifico per maggior chiarezza, che non è necessario che si presentino TUTTI questi tratti, ne possono bastare anche alcuni, diciamo dai tre in sù, anche in funzione della loro intensità. Tuttavia, se una persona presenta solo uno o due tratti dell’ombra legati a eccesso energetico è possibile che questi siano in realtà legati a elementi di ombra di altri archetipi.

Lo stesso approccio vale anche per i tratti di ombra dovuti a una scarsità dell’energia archetipica dell’Innocente: qualunquista, pessimista, maligno, diffidente, mendace, chiuso, traditore, arrendevole, allarmato, disilluso. Se una persona presenta un certo numero di queste caratteristiche allora si può concludere che abbia in qualche modo soppresso quella parte di sé che corrisponde all’archetipo dell’Innocente. In questo caso il lavoro di attivazione dell’archetipo dell’Innocente può aiutare la persona a superare le proprie limitazioni.

Altri segnali di ombra dell’Innocente si possono ritrovare in diversi atteggiamenti:

  • tendenza a dare la colpa agli altri o alla sfortuna per tutte le situazioni
  • essere lunatico/a o apparentemente freddo/a quando ti senti ferito/a (magari non ti è stato insegnato ad affrontare il fallimento e ad assumerti la responsabilità delle tue azioni)
  • è difficile discutere con te perché non accetti il punto di vista altrui o di essere contraddetto/a
  • eviti le sfide e/o ignori tutto ciò che non va in una situazione.

Capita spesso, inoltre, che le persone cresciute con figure di riferimento molto protettive siano fortemente influenzate dall’archetipo dell’Innocente. Successivamente sono diventate infatti una sorta di adulto-bambino e nutrono tratti di personalità infantili. In effetti la bolla protettiva gli ha impedito di confrontarsi con il mondo sulla base delle proprie forze e di trovare un proprio modo di rispondere alle situazioni difficili.

Dal punto di vista del counselor è importante tenere aperta la porta a tutti gli archetipi (12 se si prende a riferimento il modello costruito dai seguaci di Jung, Hillman, Carol Pearson e altri, ma in generale si possono adottare svariati altri modelli di riferimento archetipici all’interno della coscienza collettiva) e valutare con attenzione tutte le caratteristiche che emergono, per scegliere accuratamente su quali archetipi lavorare.

Per consulenze o maggiori informazioni scrivimi a savoldelli@equilibrio-olistico.it .

Siamo tutti vittime?

Mettere in relazione gli archetipi con lo sviluppo emozionale di una persona può sembrare a molti un esercizio intellettuale. Un vezzo, un elegante argomento di intrattenimento. In realtà c’è molto di più.

In realtà c’è una correlazione forte tra alcuni archetipi e gli atteggiamenti che le persone manifestano nelle loro vite, in particolare l’atteggiamento verso sé stessi e la vita in generale. L’energia segue il pensiero: quando ci sentiamo bene con noi stessi e accettiamo chi siamo e il nostro ruolo noi creiamo lo spazio per accogliere soddisfazioni e successo. Viceversa, quando non riusciamo ad amare noi stessi apriamo la porta ad esperienze dolorose.

Tra gli archetipi ve ne sono alcuni che sono evidentemente disfunzionali ed altri, al contrario, potenzianti. Questo è particolarmente vero se esaminiamo gli stati energetici dei chakra corporei, isolando i “peggiori” e i “migliori” e costruendo intorno alle due configurazioni altrettanti profili archetipici. E cominciando dal primo chakra ci imbattiamo subito nell’archetipo disfunzionale con la minima energia: la Vittima, contrapposto all’archetipo funzionale del primo chakra, che è invece la Madre.

Profilo della Vittima

La Vittima rappresenta, come ho già anticipato, il più basso livello di energia e di consapevolezza. La Vittima, oltre a essere un archetipo, è anche lo stato di coscienza che caratterizza la gran parte dell’umanità secondo il Life Visioning Process, un modello di crescita dello stato di coscienza costituito da 4 step successivi, il primo dei quali è la cosiddetta “coscienza della vittima”, the victim consciousness appunto.

Nello stato di coscienza della Vittima, la vita è percepita come una serie di eventi, relazioni e circostanze che “mi capitano”, dirette e governate da forze esterne, spesso percepite come ostili. Una tale premessa implica che ci sia la convinzione di non poter controllare ciò che succede, che è sempre “colpa di” qualcuno o qualcosa.

Nello stato di coscienza della Vittima non abbiamo alcun potere sulla nostra vita, e spesso in effetti lo cediamo ad altri più scaltri o più semplicemente più furbi, prepotenti o “fortunati”.


Il webinar di Sandro Savoldelli dedicato all’evoluzione dallo stato di coscienza della Vittima a quello del Co-creatore


La Vittima è una persona che ha perso il radicamento e quindi il contatto con la realtà. Essa percepisce sé stessa come alla mercè di forze esterne che agiscono contro di lei, cosicché pensa di non avere nessun controllo sulla sua realtà. La sua mente è paralizzata in uno stato di paura, terrore o disperazione. La Vittima si muove troppo lentamente o, al contrario, in modo troppo veloce e compulsivo senza appoggiare i propri piedi sul terreno cui appartiene. Manca insomma di radicamento, che è il problema principale del primo chakra, quando non sviluppato a sufficienza.

La mente della Vittima è bloccata in un turbinio di paure, terrore o disperazione, con nessuna percezione di potere o di forza. E’ a tutti gli effetti una condizione psichica paralizzante, con effetti anche sul corpo. Una condizione che può far cadere in dipendenze nonché “attrarre” esperienze traumatizzanti che la rafforzano ulteriormente (divorzi, malattie, prigionia, fallimento economico-finanziario, …).

In qualche misura siamo tutti vittime. Quanto lo siamo dipende da quanto permettiamo all’energia di fluire attraverso di noi piuttosto che trattenerla. Come Vittime ci deve sempre essere un cattivo, qualcuno o qualcosa che ti ha fatto qualcosa; tuttavia i cattivi da temere di più sono i nostri pensieri, le nostre emozioni negative e le nostre paure.

Tipologie di Vittime

  • Il Paziente – sempre malato e desideroso di attenzioni, non si assume la responsabilità della guarigione
  • Lo Zerbino – si lascia usare, rivendica amore, sostegno, accettazione e amicizia
  • Il Prigioniero – non può sfuggire alla schiavitù, chiama vendetta, anela giustizia e il diritto ad essere arrabbiato o risentito ma non fa nulla per cambiare veramente il suo stato.
  • Il Nascosto – ama nascondersi dietro le proprie inadeguatezze e la presunta mancanza di fiducia come scusa per non fare qualcosa
  • L’idiota: si presenta a tutti come poco intelligente per evitare responsabilità
  • Il complice: si lascia manipolare, abituato a chiedere pietà, con una particolare capacità di incolpare gli altri per qualsiasi cosa
  • Il Lamentoso – si lamenta sempre, cerca in modo spasmodico vicinanza, empatia, attenzione e sostegno
  • Il Robot – vittima di schemi passati e di programmazione “così l’ho sempre fatto“, può diventare disconnesso, giudicante e altezzoso
  • Il Debole – sopraffatto, si sente impotente, soffre di inazione e confusione, chiede sempre soccorso e aiuto
  • Il Mendicante – costantemente preoccupato per la scarsità, qualunque aspetto della sua vita è una questione di soldi, cerca di ottenere qualunque cosa al minimo costo, spesso elemosina denaro o beni materiali
  • La Vittima Virtuosa – “deve” sopportare prove e tribolazioni, afflizioni e disgrazie, spesso puritano, avere una vita difficile è il suo destino percepito. Brama rispetto, ricompense, fama, adulazione e complimenti. Ma allo stesso tempo si mantiene in una condizione di scarsità per rimanere coerente con il suo destino.

La via di uscita: evolvere verso l’archetipo della Madre.

La Vittima può uscire dal proprio stato cominciando a percepire di avere una chance. Tutti noi abbiamo la possibilità di scegliere. Il dove, il quando e il come sono spesso il risultato di come percepiamo noi stessi, per cui il cambiamento delle condizioni esterne comincia sempre da un cambiamento interiore. Essere onesti circa i propri sentimenti, riconoscerli e accettarli, è il primo passo.

In particolare l’evoluzione è più rapida se la Vittima prende a riferimento l’archetipo della Madre…

L’archetipo della Madre e i passi principali della transizione da Vittima a Madre saranno gli argomenti sviluppati nel prossimo post.


Sono aperte le iscrizioni al week-end intensivo esperienziale “Archetipi per evolvere: da Vittima a Madre di sé stessi”


Come crescere i bambini con rispetto e fiducia.

Nella mia attività di counseling olistico ho spesso a che fare con persone adulte che lamentano difficoltà nelle relazioni con altre persone, che fanno fatica ad affermarsi, che non riescono a gestire o ad esprimere le proprie emozioni.

Molte di loro hanno dei blocchi emotivi associati a ferite emozionali riconducibili all’infanzia. In altri post avevo già riportato che almeno il 90% dei traumi e microtraumi che causano la formazione di blocchi emozionali nel nostro sistema energetico, risalgono ai primi 5 anni di vita. A volte si tratta di episodi di una certa gravità (p.e. abusi sessuali), più spesso di comportamenti dei genitori che per molto tempo sono stati considerati “normali” se non addirittura necessari per educare un figlio. Ecco allora che era considerato accettabile schiaffeggiare, sculacciare, cinturare se del caso. Oppure urlare e minacciare i figli con un linguaggio più o meno colorito. O indirizzare relazioni, attività da svolgere, a volte l’intero progetto di vita dei propri figli, nella direzione ritenuta congrua dai genitori, sulla base di valori come la posizione sociale, l’immagine della famiglia e così via.

Ancora oggi alcuni di questi comportamenti sono diffusi persino tra gli educatori. Ancora oggi si tende a pensare che il bambino di 3 o 4 anni possa “manipolare” i grandi o “fare il furbo”, cosicché il pianto è un capriccio da sopprimere, magari con un urlo piazzato a dovere.

Purtroppo l’effetto di questa repressione danneggia il bambino, che può trarre da queste esperienze convinzioni svalutanti su sé stesso e sulle emozioni. Richiamo di seguito alcuni altri miei contributi in modo da non risultare ripetitivo rispetto a chi mi segue già, né da appesantire ulteriormente un post che si preannuncia piuttosto articolato.

Per quanto premesso la maggior parte di quanto esposto in questo post trova applicazione nei bambini di tenera età, diciamo fino ai 5-6 anni. Ma i concetti portanti del metodo valgono per tutte le età, vanno solo adattati progressivamente con il crescere del bambino (o bambina, da ora in poi userò per semplicità solo il riferimento maschile ma non c’è alcuna differenza tra bambini e bambine).


Ho descritto il meccanismo di formazione dei blocchi emotivi e il processo di creazione delle convinzioni autosabotanti in una pagina del mio sito, ecco il link:

… mentre per leggere come nascono le convinzioni autosabotanti nei bambini, in conseguenza del cosiddetto making sense process, con alcuni esempi reali, clicca quest’altro pulsante


“(…) Un bambino, invece, è un libro bianco. Spesso siamo noi adulti che vi scriviamo sopra pagine buie. Tonnellate di pagine di letteratura psicologica ci spiegano che eventi che possono sembrare ordinari per un adulto, possono invece causare dei traumi a un bambino. Il trauma è tanto più profondo quanto più intensa è la sensazione di minaccia, per sé stesso o per uno dei suoi genitori, e quanto più intensa è l’emozione provata nell’occasione. Vari studi hanno messo in luce meccanismi in base ai quali i bambini più piccoli, che ancora non hanno ben sviluppato la percezione di separazione tra sé stessi e l’ambiente circostante, si fanno carico degli eventi negativi sviluppando un senso di colpa. Anche quando è evidente che non sono loro la causa, possono però auto-accusarsi per non aver prevenuto eventuali episodi successivi al primo, sviluppando anche un crescente senso di vergogna e di inadeguatezza.” (dal blog VivereLaVita)

Negli ultimi anni, mia moglie e io abbiamo preso sempre di più coscienza di questi meccanismi. Abbiamo studiato e analizzato approcci educativi più appropriati e, infine, ci siamo creati l’opportunità di metterli in pratica con l’ultimo arrivato tra i nostri figli, che oggi ha tre anni. In questo post descriverò il nostro approccio, che è basato soprattutto sul Respectful Parenting di Magda Gerber.

Magda Gerber (1 novembre 1910 – 27 aprile 2007) è stata un’educatrice statunitense specializzata in prima infanzia, ed è nota per aver insegnato a genitori e caregiver come comprendere i bambini e interagire con loro rispettosamente, fin dalla nascita.

Riporto qua sotto l’infografica del nostro approccio, con l’avvertenza che essa, pur essendo quasi per intero basata sui concetti principali del Respectful Parenting, costituisce una nostra autonoma rielaborazione e schematizzazione del metodo. Inoltre abbiamo integrato nello schema anche qualche concetto della cosiddetta Disciplina Dolce, un filone educativo basato sul rispetto, il frequente contatto fisico e la comunicazione non violenta.

Rispetto e fiducia alla base del rapporto con il nostro bambino.

Tutto quello che sto per scrivere ha un presupposto: ogni bambino è unico, ha proprie tendenze e propri talenti fin dalla nascita. E ha anche una grande capacità di apprendimento, delle emozioni (che magari non esprime ai nostri occhi, oppure le esprime a suo modo) e dei suoi pensieri specifici, che seguono però un modello intuitivo e non linguistico come è invece quello degli adulti. Insomma una persona completa che può provare gioia ma che può essere anche ferita da determinati comportamenti. Accantoniamo quindi il vecchio schema del “tanto non capisce” perché non corrisponde alla realtà. Certamente le capacità di ragionamento logico-analitico sono limitate e dovranno svilupparsi nel tempo, ma abbiamo a che fare con una persona che mostra determinate inclinazioni, che ha sue preferenze, cose che gradisce e cose che non gradisce.

Il nostro obiettivo è valorizzare il bambino e non quello di addestrarlo (…forse stai pensando che avrei dovuto scrivere “educarlo”?). Valorizzarlo significa permettergli di essere la migliore versione di sé stesso e non una nostra minicopia.

Valorizzarlo significa che tutti i nostri sforzi sono volti a renderlo competente, curioso, premuroso, cooperativo, sicuro, pacifico, concentrato, intraprendente, pieno di risorse, coinvolto, centrato, consapevole e interessato. E magari anche di più, puoi aggiungere altri aggettivi se vuoi (suggeriscili con dei commenti a questo post).

Attenzione! Se non avrai fatto tue queste premesse sarà difficile applicare questo metodo. Sarebbe un esercizio di scarsa efficacia perché nei momenti di stress e di difficoltà cederesti ai tuoi istinti. Del resto siamo umani. E’ necessaria una profonda motivazione e questa deriva solo dal credere/sapere che ciò che ho appena scritto vale anche per tuo figlio. Permettiti di percepire che il cucciolo che si è affidato a Te ha tutte le caratteristiche di cui abbiamo parlato. Dedica quindi un adeguato tempo iniziale a riflettere e a sentire come tuoi questi presupposti.

Le componenti principali dell’approccio educaring sono RISPETTO e FIDUCIA.

Il RISPETTO deve essere lo stesso che riserveresti a un qualunque altro tuo caro adulto. Picchieresti tua madre o tuo padre? Presumo di no. E allora perché farlo con Tuo figlio? La prima componente del rispetto dovrà essere infatti la totale assenza di qualsiasi forma di violenza. Né fisica (schiaffi, sculacciate, buffetti, strattonate, ecc.), né verbale (minacce, insulti…), né paraverbale (urla, mimica aggressiva o minacciosa, ecc.). Se riuscirai in questo avrai fatto già il 50% del lavoro perché avrai ridotto al minimo la probabilità di indurre, spesso involontariamente, quei blocchi emozionali di cui parlavo all’inizio del post.

Un altro importante ingrediente del rispetto è la nostra disponibilità a garantire al bambino la piena libertà di espressione delle emozioni. Anche di quelle “negative”, certamente. La corteccia prefrontale dei bambini non è ancora sviluppata (pare che raggiunga un grado di maturazione adeguato intorno ai 20 anni!), quindi il bambino non è in grado di riconoscere il suo stato emotivo e di uscirne volontariamente. Di conseguenza non è in grado di interrompere prontamente né una crisi di pianto né un accesso di rabbia. Qualcuno obietterà che un urlo piazzato al momento opportuno può riuscire a calmare il bambino. Risposta: in questo modo abbiamo solo sovrapposto un’altra emozione, quella del terrore, all’emozione originaria. Con i danni, potenziali, che ho già descritto. Viceversa, la strategia più rispettosa è quella di accettare l’emozione, consolare il bambino e mostrarsi partecipi, lasciandola fluire. Un’emozione che fluisce liberamente, (vale anche per gli adulti), attraversa il sistema energetico del piccolo senza ostacoli e poi si esaurisce rapidamente. In questo modo il bambino impara a considerare naturali le sensazioni associate all’emozione senza attribuire ad esse nessun disvalore: né sensi di colpa, né vergogna, né paura. Essere disposti a permettere il libero fluire delle emozioni non è facile. Sentiti pure un super-eroe o una super-eroina, perché se avrai avuto successo in certi momenti lo sarai a pieno titolo. Può capitare ad esempio di essere morsi o picchiati dal bambino in crisi. E’ del tutto naturale e ciò non significa affatto che il bambino ci odia. Tutt’altro. Sta solo esprimendo un disagio con i mezzi che gli permette l’attuale stato di sviluppo della corteccia prefrontale. In sostanza è il cervello rettile che per un pò prende il comando della situazione, esprimendosi in un modo che può infastidire il genitore inconsapevole e provocare la sua reazione irrazionale/istintiva.

Ultimo elemento inserito nell’infografica sotto la voce “RISPETTO” è l’autenticità della comunicazione. Sì è vero che i neonati e i bambini piccolissimi in genere, gradiscono toni flautati, lirici, delicati. Ma ciò non significa che dobbiamo sempre parlare col bambino emettendo suoni vocalici. Soprattutto: non rinunciare a un dialogo vero, nel quale parliamo con le nostre parole, esprimendo magari concetti che ancora non sono alla portata del piccolo. La comunicazione non è fatta solo di parole e quella che è più vicina ai piccoli è la comunicazione emozionale. Usare le “nostre” parole ci consentirà di emettere verso il bambino l’energia emozionale che noi associamo a quelle parole. Il bambino potrà quindi percepire il nostro sentire autentico, imparando a riconoscere il nostro stato d’animo e a connettersi con i genitori in modo più profondo. Una comunicazione autentica contiene in sé un messaggio implicito: “ho fiducia in te e mi apro completamente nei tuoi confronti”.

Il RISPETTO è anche altro, l’infografica del resto ha uno spazio limitato e sono sicuro che avrai molto da aggiungere. Certamente, rispetto implica anche il non sentirsi superiori al bambino. Il fatto che momentaneamente il bambino abbia della facoltà logico-analitiche inferiori alle nostre non deve indurci a pensare che noi siamo in assoluto “superiori”. Certamente la sua conoscenza del mondo è minima. Dovrà apprendere, dovrà soprattutto fare esperienza della realtà materiale. Dovrà “ricordare” una serie di nozioni. Tutti ci siamo passati. Non per questo il nostro valore era inferiore. Probabilmente però avremo incontrato decine di persone che ci hanno considerati mocciosi ignoranti(…) Lascia perdere (…), la storiella della “ruota che gira” è fatta per chi è destinato a permanere nello stato della vittima. La “vittima” deve infatti trovare qualcuno che è “più vittima” di lui/lei per avere un suo effimero momento di riscatto. Ti è capitato mai di incontrare bambini più grandi del Tuo che ad un certo punto escono con dichiarazioni tipo “lui porta ancora il pannolinoooo… Ah, ah, io sono grande non lo porto più!” con tono ironico? Sappi che hai incontrato un bambino che è stato spesso umiliato, allo stesso modo, dai suoi caregiver di riferimento. Una vittima insomma.

La FIDUCIA si esprime consentendo al bambino di apprendere progressivamente a fare da solo ciò che lo riguarda. Fiducia può significare quindi permettere al bambino di provare a mettersi le scarpe, ben sapendo che non ci riuscirà. Significa permettergli di scegliere le attività di gioco che preferisce in un dato momento. Significa lasciarlo esprimere liberamente nel gioco. Ha messo un elemento rosso in mezzo ai verdi? Lascialo fare, osserva e basta. Arriverà il momento giusto per insegnargli a dividere gli elementi per colore, per forma o per grandezza. Troverai questo momento giusto nelle pause, nei suoi momenti fisiologici di noia, in quelli nei quali sarà lui a chiederti di interagire. Intervenire costantemente per correggere ciò che ai nostri occhi è un errore non lo aiuterà a conquistare autostima e indipendenza. Tutt’altro! Nell’osservarlo chiediti anzi perché ha messo quell’elemento rosso in mezzo ai verdi. A volte la creatività si esprime in forme del tutto estranee ai nostri schemi. Spesso siamo noi che impariamo qualcosa di nuovo.

I tre concetti associati alla fiducia, nella grafica che ho proposto, sono quindi: a) libertà di sperimentazione, b) partecipazione alle attività di accudimento, c) libertà di giocare come gli va e quanto gli va. Per quanto concerne la libertà di sperimentare è chiaro che essa richiede che a un certo punto venga proposta al bambino una soluzione. Lasciarlo provare per mezzora a infilarsi una scarpetta senza infine aiutarlo non è funzionale. Se possibile dovremmo essere presenti durante le sue prove, mostrando pazienza e supporto silenzioso. Poi, quando avremo giudicato come congruo il numero di prove oppure sempre ai primi segni di frustrazione del bambino, potremo intervenire con dolcezza e mostrargli come si fa, facendolo insieme. La sensazione di aver collaborato, che sia più o meno corrispondente al vero, è qualcosa che è molto gratificante per il bambino.

Egli si sentirà infatti protagonista attivo della sua vita e si predisporrà a diventare un responsabile co-creatore della propria realtà, piuttosto che una vittima in balia del fato.

E’ per questo che potremo stimolarlo a partecipare alle attività di accudimento. Potrebbe infilare i tubetti delle cremine nel contenitore, o, se più abile, avvitarli. Potrebbe andare a prendere una seggiola da sistemare sotto al lavabo prima di lavargli le manine. Potrebbe spostare alcuni oggetti leggeri dal carrello al nastro quando siamo al supermercato. Potrebbe partecipare attivamente nel mettere a posto i suoi giochi o nel pulire il suo tavolino. Non a caso ho citato tutte attività che compie abitualmente e spontaneamente il nostro piccolo di tre anni (ah, la routine!).

Un bambino che gode della fiducia dei genitori e partecipa attivamente alle attività diventa rapidamente competente, sicuro nel suo ambiente e soprattutto proattivo. Qualche giorno fa, stando al parco qualche ora dopo una pioggia, dopo aver detto a mio figlio che le altalene erano bagnate e che non avremmo potuto usarle, l’ho visto andare a raccogliere più foglie secche e poi usarle per asciugare l’altalena. Non ho potuto esimermi dall’aiutarlo e poi farlo dondolare. Era orgoglioso e felice.

Le altre componenti del nostro modello educativo: amore, osservazione, dare l’esempio.

Sembra scontato, e quasi certamente lo è. L’amore incondizionato è importantissimo in questo schema. Senza amore non riusciremmo ad assicurare rispetto e fiducia. Ci sono infatti momenti critici, fonte potenziale di stress, che sollecitano le nostre immancabili debolezze e che possono essere superati solo grazie all’amore incondizionato. L’approccio della Disciplina Dolce in particolare, sostiene il contatto emotivo e fisico come fattore basilare per la crescita psico-fisica dei piccoli. Si parla in questo caso di Alto Contatto, tra i cui principi troviamo il nutrire con amore e rispetto, mantenersi quanto possibile sereni ed empatici, offrire senza alcun limite affetto e contatto fisico (abbracci, carezze e quanto altro richiesto e che è nelle nostre corde), assicurare un sonno tranquillo (nel lettone tutte le volte che è necessario, intervenire se ha freddo, se ha paura, ecc.), una cura costante-coerente-amorevole, equilibrio personale (un genitore sereno è la prima risorsa per il bambino).

L’osservazione è un altro fattore importante. Con l’osservazione riusciamo ad apprendere le propensioni del bambino, i suoi potenziali talenti, le sue preferenze, le sue paure, i suoi disagi. Osservare senza giudizio e senza pregiudizio ci permette di acquisire informazioni utilissime. Alla lunga ci fa sentire ancora più vicini, emotivamente, al piccolo. Riusciamo infatti a cogliere la sua unicità. E quindi sarà per noi ancora più speciale.

E non ci dimentichiamo di dare l’esempio. Anzi, dovremmo ESSERE esempio. L’apprendimento dei bambini è soprattutto una conseguenza del modo nel quale mostriamo loro come sappiamo stare al mondo. Il modo nel quale ci rapportiamo agli altri, come ci esprimiamo, le azioni che mettiamo in atto… Osservandolo attentamente ci accorgeremo delle tante piccole cose che non abbiamo mai detto ma che il bambino ha appreso osservandoci a sua volta. A volte non sono cose che avremmo voluto insegnare, per la verità. E questo ci spinge a cogliere l’occasione per perfezionarci. Per esempio, se vogliamo un bimbo educato dovremo dare l’esempio mantenendoci educati in tutte le circostanze (sì, anche alla guida, … LOL). Se vogliamo un bambino sicuro nei rapporti coi coetanei, siamo noi per primi che dovremmo mostrarci sicuri nelle relazioni con gli altri genitori, con i vicini, con i parenti, eccetera. Se vogliamo che nostro figlio saluti gioiosamente, noi per primi possiamo farlo con le persone che incontriamo. In alcune zone del Centro Italia si dice “da fico nasce ficuzza“, il che equivale a dire che ogni bambino finisce con l’assumere gli atteggiamenti dei propri genitori. Sta a noi spezzare questa catena, se riteniamo che sia importante farlo.

Nell’infografica c’è anche un rettangolo dedicato all’ambiente sicuro. E’ molto importante, infatti, che il bambino possa muoversi liberamente in un ambiente privo di pericoli significativi. Naturalmente, ogni casa è fonte potenziale di pericoli: spigoli, prese della corrente, ostacoli vari… Vale la pena spendere un pò di energie per modificare l’ambiente, anche temporaneamente, e renderlo a misura di bambino. A partire da un certo punto in poi il bambino si muoverà in casa come una scheggia impazzita. Lasciamo che corra e salti come vuole ma per la nostra tranquillità bonifichiamo prima gli ambienti che frequenta più spesso. L’alternativa è imporre dei limiti. E questo andrebbe a penalizzare il diritto del bambino a muoversi liberamente, diritto associato soprattutto alla fase di sviluppo del secondo chakra, quindi dai sei mesi ai due anni e mezzo circa.

Chi vuole saperne di più può contattarmi via mail o cercare in rete con le parole chiave “respectful parenting” o “disciplina dolce“. Ci sono molti altri aspetti che non ho trattato ma che fanno parte di questi approcci, come per esempio: l’abbandono della logica premi-punizioni, come fissare regole e farle rispettare (educaring non significa permissivismo né lassismo!), come gestire i conflitti, risposte ai dubbi più comuni che esprimono diversi genitori su questo metodo (vizierò mio figlio? R. “No!”; mostrarmi debole mi renderà manipolabile? R. “No! Amore ed empatia non sono sinonimi di debolezza, anzi…”; mio figlio si troverà in difficoltà una volta che entrerà in un mondo regolato ancora da altri valori? R. “No! Anzi avrà immagazzinato le risorse necessarie per essere resiliente”; Dire sempre di sì non è sbagliato? R. “E’ sbagliato nella misura in cui non mi sto veramente sintonizzando con i bisogni del bambino o nella misura in cui non sono coerente con i confini e con le regole che voglio siano rispettate. Infatti non devi dire sempre di sì, non è questo ciò che richiede la disciplina dolce. Dirai di no quando serve, ma amorevolmente.”).

L’autore

Ricercatore esperto di studi sociali e sui mercati, formatore, counselor e operatore olistico nonché Theta Healing Practitioner®, si occupa da oltre 20 anni di ricerca interiore, della natura dell’essere umano e del suo rapporto con tutto ciò che lo circonda.

Docente dell’Accademia Opera, autore di corsi online, webinar e seminari, blogger, ha perfezionato negli anni un approccio olistico integrato per l’autorealizzazione e per la conoscenza di sé stessi e delle proprie convinzioni auto-sabotanti.

Come counselor/operatore olistico offre un supporto a 360° per per diventare co-creatori della propria realtà, secondo una strategia che include quattro aspetti complementari: – individuare la chiamata, ossia quell’anelito verso il quale ci sentiamo irresistibilmente attratti e che vogliamo portare a compimento, attraverso l’atteggiamento del vivere con intenzione e scopo; – rimuovendo quegli ostacoli che noi stessi frapponiamo tra noi e le nostre aspirazioni, a volte con veri e propri autosabotaggi, a causa di blocchi emozionali e convinzioni limitanti; – imparando ad accelerare la manifestazione nella propria vita dei propri desideri ed obiettivi; – imparando a raggiungere e mantenere uno stato generativo, ossia quello stato di coscienza nel quale diamo il meglio di noi stessi e siamo in uno stato di benessere olistico.

Il demone dell’illusione

Viviamo indubbiamente in una fase di passaggio, caratterizzata da pesanti tensioni, conflitti, trasformazioni. Una fase di intensa dualità, nella quale ci si divide ferocemente su molti fronti e per molti motivi. Ogni fazione (dal latino factio, =fare comune; la fazione è quel gruppo che si associa per fare qualcosa insieme) riversa sulla controparte odio, rabbia, insulti. In qualche caso si arriva anche a episodi di violenza fisica, i quali contribuiscono a esacerbare ancor di più il clima e i sentimenti negativi. Chi vive intensamente la propria “appartenenza” a una fazione tende ad attaccarsi alle proprie idee, identificandosi completamente con esse. Ecco, quindi, che ogni opinione o pensiero diverso dal proprio è percepito come un’aggressione subita. Ecco, quindi, che ogni argomento proposto dal “nemico” è considerato falso, subdolo, minaccioso e come tale va contrastato in qualsiasi modo, anche in modo apertamente capzioso (/fazioso, appunto…). Come in ogni “guerra”, ogni mezzo è considerato lecito per eliminare la controparte, cosicché ognuno attacca strumentalmente, o meno, qualunque ragionamento degli “altri”.

In queste condizioni è facile cadere preda di visioni estreme, di vere e proprie illusioni.

Ma prima di addentrarci nel tema dell’illusione, che ho scelto non a caso per il post odierno, vorrei illustrare quale è il mio pensiero generale sulle opinioni e sul modo di vedere il mondo. In estrema sintesi…

La “realtà non esiste. Non esiste una sola realtà.

–.

Una, cento, mille realtà

La realtà non esiste. E’ una affermazione forte, in qualche modo di difficile comprensione. Noi siamo reali, il nostro corpo è reale. Possiamo toccarlo, pizzicarlo…, ahi! Io Ti vedo, Tu mi vedi. Se getto una pallina dal secondo piano questa cadrà inesorabilmente di sotto, magari frantumandosi o rimbalzando e questo dipende dal materiale e dalla foggia della pallina. E’ così per tutti, tutti noi ci aspettiamo che accada. E allora? Come pensare che tutto questo sia una nostra costruzione?

Certamente è dura da digerire. Ma non dimentichiamoci che tutti i nostri giudizi sul mondo materiale sono frutto del modo nel quale possiamo conoscerlo. Attraverso i sensi e poi con l’analisi logico-razionale.

Il primo passo verso “La “realtà non esiste. Non esiste una sola realtà.” l’ho fatto con lo studio della PNL (Programmazione Neuro-Linguistica). La mappa personale del mondo, la piramide di Dilts (vedi figura successiva), eccetera, eccetera. In sintesi: ognuno di noi si crea la sua personale mappa del mondo, frutto di una lenta costruzione di un sistema piramidale, appunto, a più livelli, guidato dal “chi voglio essere” e dal “chi sono“, che però viene costruita dal basso (e quindi anzitutto a partire dagli stimoli ambientali e le esperienze concrete, soprattutto quelle relative alla prima infanzia e all’adolescenza).

Piramide di Dilts

Una volta che la nostra mappa del mondo è consolidata abbiamo un nostro personale modo di interpretare gli eventi e di reagire ad essi, con conseguenti comportamenti e azioni. Nessuno di noi ha una mappa del mondo uguale a quella di un altro individuo. Ogni mappa è unica. Possiamo dire che ognuno vive nel “suo” mondo secondo la PNL? Senz’altro sì, e questo è già sufficiente per porci una serie di domande:

  • Qual’è la migliore mappa del mondo? … E’ la mia? … E perché?
  • Esiste una mappa del mondo migliore delle altre?
  • E se avessi “torto”?
  • E se la mia visione fosse distorta?
  • (…)

Ecco quindi che già la conoscenza di questo concetto base della PNL dovrebbe aiutarci a comprendere che esistono milioni o miliardi di modi diversi di vedere il mondo. Certamente su un certo argomento le opinioni tendono a polarizzarsi (trovatemi però due persone che la pensano E-SAT-TA-MEN-TE allo stesso modo su un certo argomento …), ma ognuna di queste opinioni può essere “sbagliata”. Sono solo opinioni. Tutte sullo stesso piano in termini di valore. Attenzione! Anche le opinioni di minoranza hanno la stessa dignità delle altre. Il fatto che la “maggioranza” la pensi in un certo modo non assicura che tale opinione sia migliore in valore assoluto. E’ solo quella preferita, in un certo momento storico e in determinate condizioni (a volte illusorie, si pensi all’ascesa del nazismo…) dalla cosiddetta “maggioranza”.

Il secondo passo, quello decisivo, verso la conclusione “La “realtà non esiste. Non esiste una sola realtà.” è dovuto alle mie approfondite e appassionate letture delle opere di Barbara Ann Brennan, uno dei riferimenti principali della mia attuale mappa del mondo. In particolare quelle sulla quarta dimensione del nostro essere multidimensionale.

La quarta dimensione energetica è quella che va oltre al mondo fisico e alla realtà materiale. E’ qualcosa che fa parte di noi, precisamente la parte trascendente del nostro campo aurico, dal quarto livello in sù. Comprende quindi la sfera delle relazioni (Idee e convinzioni sul valore personale e sui rapporti interpersonali), la nostra volontà superiore (insieme delle possibilità percepite, scelta delle nostre credenze, verità e realtà), i nostri sentimenti superiori (pensieri su noi stessi, grado di accettazione di sé, ecc.) e il nostro modo unico di essere divini e identificarci con la Sorgente creatrice di tutto ciò che è (ognuno la chiami a suo modo, in base alle proprie convinzioni, religiose o non).

Ebbene, nella quarta dimensione ognuno di noi “abita” in “territori” determinati non da coordinate geografiche bensì dai suoi pensieri e dalle sue credenze. Nella quarta dimensione gli oggetti più comuni sono le forme-pensiero, aggregati energetici che contengono idee o, appunto, “pensieri”. E le forme-pensiero rispondono alla Legge di Risonanza, cosicché attraggono forme-pensiero a loro simili, che tendono ad aggregarsi insieme. Ogni individuo tende pertanto ad “abitare” in territori della quarta dimensione dove ci sono le forme-pensiero che più gli piacciono. Qua trova individui a lui simili, di conseguenza anche nella realtà fisica tenderà ad attrarre persone ed eventi correlate con le forme-pensiero a lui (/lei) gradite, avendo una serie di “conferme” che rafforzeranno o confermeranno le sue credenze. E’ il gatto che si morde la coda.

Ecco perché non c’è apparentemente, possibilità di dialogo tra due persone che sostengono fazioni opposte e che vivono intensamente la loro appartenenza.

Il ruolo del sesto chakra

Il sesto chakra corporeo, anche detto “terzo occhio“, è situato come noto in corrispondenza della ghiandola pineale, quindi all’incrocio delle linee ideali che partono dal centro della fronte, poco al di sopra del naso, in orizzontale verso il cervello, con la linea verticale che scende dalla parte superiore del cranio verso il cervello.

E’ il chakra della visione, del “comando” (inteso come direzione impressa alla propria vita). È qui che si raggiunge l’integrità e l’integrazione della personalità. Quando equilibrato è caratterizzato dalla sapiente unione di opposti, intuizione, saggezza, chiaroveggenza, visualizzazione, fantasia, concentrazione, determinazione, auto-iniziazione, potere di proiezione e comprensione del proprio scopo. Padroneggiare il Sesto Chakra significa non essere mai confuso da nessuna delle polarità della vita ed essere in grado di leggere tra le polarità, tra le righe.

Purtroppo non è sempre così. Quando il sesto chakra riceve o metabolizza poca energia, allora l’individuo prova confusione, depressione, rifiuto della spiritualità e iper-intellettualizzazione. Quando l’energia è troppa, viceversa, si originano e si alimentano ossessioni e illusioni.

L’illusione è il “demone” del sesto chakra. Ecco quindi che quello che doveva essere il luogo energetico nel quale l’ego spirituale diventa più forte, trasforma invece la chiarezza e la concentrazione in illusione. Illusione e superiorità spirituale: ovvero la convinzione di essere “migliore di…“, “sapere più di…“, o di “aver capito più di…“. Quindi, esattamente l’opposto di ciò che riguarda il percorso dell’autorealizzazione. Quando incontrate qualcuno che vi dice, o dice ad altri, che vi dovete “svegliare“, che “non capite…“, e che lui/lei sa e conosce cose che solo pochi illuminati hanno scoperto, con la massima compassione e il più grande amore che possa sgorgare dal vostro cuore, considerate la possibilità (POS-SI-BI-LI-TA’, mai certezza…) che sia preda di un’ossessione e/o di una illusione.

Illusione e attaccamento

Le ossessioni fissano una quantità insolita di energia su un particolare problema, assemblando elaborate illusioni attorno a un tema centrale. Quando rimossi dalla connessione radicata del primo chakra, i chakra superiori girano selvaggiamente, come un motore con la frizione disinnestata: in sostanza molta attività ma senza movimento in avanti. Più investiamo in un’illusione, più è difficile lasciarla andare. Sigillati, siamo intrappolati in cicli ripetitivi che ci impediscono di accedere alla vera comprensione.

Osho, tra le altre e tante cose, ci ha detto: “Ogni persona vive circondandosi di illusioni. Solo Dio sa tutto quello di cui ti fai carico. E’ tutto falso, … Maya! Sembra, solo, vero. Ma non lo è. Lo credono solo quelli che vogliono crederlo. Se guardi attentamente, Ti accorgerai che la valigia (che Ti porti sempre dietro, – ndr) è vuota. Non c’è niente dentro. I saggi dicono che le Tue illusioni e gli attaccamenti, il Tuo Ego, si organizza in circoli concentrici. Il Tuo mondo illusorio è il cerchio più grande che Ti circonda. Dentro ad esso c’è poi il cerchio degli attaccamenti e dei desideri. Al centro di tutto c’è l’Ego e tutti i cerchi hanno l’Ego come punto centrale. Sono tutte estensioni dell’Ego (…)

E allora?

Per mia formazione (sono laureato in Scienze Statistiche e ho studiato a fondo il calcolo delle probabilità e varie discipline collaterali), sono portato a non considerare nulla seccamente e assolutamente VERO o FALSO.

Vivo nel dubbio in un mondo di probabilità. Nulla è assolutamente certo, né assolutamente falso.

Assumere una meta-posizione, elevarsi al di sopra…, vedere dall’alto e con distacco…, perseguire l’unità piuttosto che la divisione e la dualità…, sicuramente aiuta. E’ una strada difficile da percorrere, perché le sollecitazioni sono tante, ma sono convinto che sia la strada giusta per chi vuole fare un salto quantico sul suo percorso animico.

Il tutto saldamente ancorato alla propria missione percepita di vita, all’Amore, ai propri talenti, unici.

Sia chiaro che questo non è un invito a isolarsi dal mondo, a esprimere idee e pareri. Solo a guadagnare libertà. E con questa libertà, anche affermare chiaramente la propria verità diventa un gesto più potente.

Grazie! Sono graditi commenti.

Apprezza il genio che è in Te

La creatività e la genialità fanno parte del corredo naturale di ogni essere umano, anche se in gran parte nascoste e sepolte sotto la polvere dell’odio di sé.

Eppure se guardiamo indietro nella nostra vita, possiamo senz’altro ritrovare momenti di sublime creatività. La nostra genialità è solo in attesa di manifestarsi, naturalmente in ognuno di noi a suo modo, secondo le attitudini individuali. Nel suo manifestarsi la creatività sembra quasi scaturire da fuori. Attingiamo in effetti alla forza dell’Intenzione universale, a quelle scintille di intuizione che appaiono per lo più inspiegabili.

La creatività pura è umile e totalmente sganciata dall’Ego. Non consiste necessariamente nel fare qualcosa, né richiede una manifestazione materica. Essa è energia di luce e può rimanere così, sospesa tra l’essere e il non essere. In effetti le vibrazioni più elevate esistono anzitutto nella realtà della cosiddetta quarta dimensione. E quelle della creatività non possono essere scisse dalle frequenze della fiducia, dell’ottimismo, del rispetto e dell’apprezzamento (per sé stessi e per gli altri), della gioia e dell’amore.

Eh, sì, anzitutto la fiducia. Fiducia in noi stessi e nelle nostre buone qualità. Solo permettendoci di avere fiducia potremo lasciar scoccare la scintilla creativa. Viceversa, se lasciamo che il dubbio prevalga allora saremo indotti a rinunciare in partenza, o peggio ancora in corso d’opera.

“Non ho mai fatto nemmeno una delle mie scoperte attraverso il processo del pensiero razionale.”

— Albert Einstein

Programma in dieci passi per trasformare l’intenzione in realtà

  • Riconoscere verso sé stessi di essere un Genio (“Io possiedo un dono esclusivo [quale?] da elargire al mondo e all’umanità, e sono un essere unico “)
  • Impegnarsi a riconoscere e ad ascoltare con più attenzione le intuizioni interiori (a volte giudichiamo sciocche e bislacche le nostre intuizioni, e così le lasciamo morire, accontentandoci del poco o rimanendo nella nostra zona di comfort)
  • Passare immediatamente all’azione (anche con piccole realizzazioni, ma che lascino un segno concreto della grande idea che è in noi e che cerca di farsi strada)
  • Considerare validi e degni di nota tutti i pensieri al riguardo delle nostre capacità e dei nostri interessi (a volte per preservarli è utile tenerli per noi, almeno fino a quando non avranno acquisito quella forza e quella fiducia che li renderanno inattaccabili)
  • Allinearsi con la nostra spiritualità (abbiamo già visto come la creatività pura scaturisca dal potere dell’Intenzione: non c’è spazio per il genio laddove prevalgono vibrazioni di dualità, come paura, odio, giudizio…)
  • Rimanere umili (contempliamo le nostre intuizioni sapendo che esse non sono necessariamente “nostre”, ma che esprimono invece l’intenzione universale; a noi spetta solo di permettere all’intenzione creatrice di attraversarci e di riversarsi nella realtà materiale)
  • Accompagnare all’umiltà una grande gratitudine (la gratitudine è alla scala massima delle vibrazioni positive, per cui essere grati per le nostre migliori intuizioni è una abitudine da coltivare per amplificare al massimo la nostra forza creatrice).
  • Eliminare le resistenze (è sempre il pensiero razionale che tenta di boicottare l’intuizione e la creatività, instillando dubbi e seminando i tanti “ma…” che evocano i nostri giudizi autolimitanti. Lasciando prevalere i dubbi ci impediamo di vibrare al livello richiesto per creare ciò che ci viene richiesto di creare)
  • Riconoscere e apprezzare la genialità degli altri (oltre a prestare attenzione alle nostre intuizioni, è necessario anche permettersi di onorare le tante forme di genialità espresse dagli altri, riconoscendo la bellezza che si manifesta nelle opere degli altri)
  • Eliminare obblighi inutili, semplificare (“si deve” e “bisogna” devono semplicemente sparire dal nostro vocabolario, soprattutto se servono solo a complicarci l’esistenza).

“Ci sono pittori che trasformano il sole in una macchia gialla, ma ce ne sono altri che con l’aiuto della loro arte e della loro intelligenza, trasformano una macchia gialla in sole”

–Pablo Picasso

Le tradizioni: quella linea sottile tra bellezza e schiavitù

Ci sono momenti della vita, ritmicamente scanditi dal calendario, nei quali ci immergiamo in contesti di festa collettiva o di celebrazione a volte più “severi”, austeri.

Può trattarsi di eventi di natura storica o folkloristica, oppure di determinati riti religiosi. Alcuni di essi hanno una dimensione transnazionale, altri nazionale, altri ancora, infine, di respiro regionale o cittadino.

Pensiamo al Natale o alla Pasqua. Così come al Ramadan di tradizione musulmana, al Capodanno Ebraico, al Visakha Pūjā buddista, al Pongal induista, eccetera. Oppure al Primo Maggio che ricorre proprio nel giorno in cui scrivo questo articolo. O alla Festa della Repubblica. A livello locale nella mia città si festeggiano oltre alla festa del patrono, San Valentino, altre feste la cui origine si perde nella notte dei tempi dopo una ovvia rivisitazione in chiava cristiana, come il Cantamaggio (rivisitazione di una usanza di origine celtica). Nella vicina Narni la Corsa dell’Anello, a Sangemini la Giostra dell’Arme, e così via.

Si tratta per lo più di occasioni di incontro, di atmosfere magiche, di scambio di auguri, più o meno sinceri (“(…) a Te e famiglia“), momenti di catarsi collettiva in un contesto al di là del tempo e dello spazio.

Preservare le tradizioni e tramandarle di generazione in generazione ci permette di conservare e tenere vive alcune importanti conquiste spirituali, storiche o identitarie. A volte però non sono tutte rose e fiori. In particolare, visto che di counseling mi occupo e vista la natura di questo blog, ho verificato che ci sono persone che vivono con disagio queste ricorrenze.

Persone che entrano in ansia giorni prima del pranzo di Natale e che temono di non essere all’altezza delle aspettative dei familiari. Persone che ripetono meccanicamente rituali che detestano. Persone che entrano in uno stato tutt’altro che gioioso e si sentono prigioniere di un cerimoniale che sentono distante dal loro essere.

Chi mi conosce meglio sa quanto sia stata importante Barbara Ann Brennan nella mia formazione di counselor olistico. Ebbene proprio la Brennan ha dedicato diverse pagine ai legami ancestrali, spiegando con dovizia di particolari perché a volte le tradizioni siano deleterie. Per accostarci a questo argomento dobbiamo però fare un salto ulteriore rispetto al concetto di tradizione che abbiamo delineato finora. Infatti, oltre a includere tutte le celebrazioni di tipo collettivo già citate, dobbiamo ora riconsiderare all’interno delle “tradizioni”, anche tutte quelle consuetudini tipiche della famiglia di appartenenza. Si tratta delle cose più svariate… Qualche esempio:

  • Attività lavorativa o economica tramandata da padre a figlio (p.e. avvocato padre, avvocato figlio, oppure il “portare avanti” l’azienda di famiglia …)
  • Il pranzo della domenica a casa dei nonni
  • Le vacanze trascorse insieme, magari nella casa di campagna, eccetera
  • Trascorrere rigorosamente con la famiglia determinate giornate di festa, p.e. il pranzo di Natale, il pranzo di Pasqua…
  • “obblighi” che non sono vere e proprie tradizioni ma che attengono alla classe sociale della famiglia e che possono in particolare condizionare la scelta del/della partner, il tipo di lavoro che “si può fare”, le persone che “si possono” frequentare, il tipo di casa che “si può” abitare, e così via.

Prima di andare avanti voglio precisare che molte delle cose elencate sono belle e importanti. Spesso portano gioia e alimentano dolci ricordi di condivisione, di amore e di unità.

Ciò che dobbiamo altresì considerare è che non è sempre così, e che a volte certe aspettative possono incidere in modo molto forte sul modo di esercitare il libero arbitrio di una persona, nonché sul suo umore e sul suo stato di salute. In molti casi ci possono essere forti contrasti a causa di tradizioni e consuetudini “non rispettate”, fino a episodi di violenza, anche estremi.

Di seguito svilupperò l’articolo secondo tre step, prima delle conclusioni: a) la posizione di chi è “a favore” delle tradizioni a prescindere; b) le argomentazioni di chi è “contro” a prescindere; c) gli insegnamenti di Barbara Brennan sulle radici ancestrali.

In un post successivo mi occuperò invece delle metodologie di “guarigione” dai danni delle tradizioni imposte.

Dico subito che la mia posizione è del tutto neutrale, in generale. Il focus del counselor olistico non è sul giudizio ma sul benessere. Il tema non è “tradizione sì, tradizione no”, bensì la libertà di scelta che ogni persona deve garantire a sé stessa e alle altre persone più vicine, siano esse figli, sorelle, fratelli, cugini o studenti.

Sì alle tradizioni, perché

  • La tradizione fa parte del nostro spazio sicuro, è un’area di comfort psicologico.
  • … contribuisce a sviluppare un senso di appartenenza. Riunisce le famiglie e consente alle persone di ricongiungersi con gli amici.
  • … rafforza valori come la libertà, la fede, l’onestà, una buona educazione, la responsabilità personale, una forte etica del lavoro o il valore dell’essere altruisti.
  • … contribuisce ad affermare modelli di ruolo e a celebrare le cose che contano davvero nella vita.
  • … offre la possibilità di dire “grazie” per il contributo che qualcuno ha dato nel passato.
  • … è un mezzo per creare ricordi duraturi per le nostre famiglie e gli amici.
  • … offre l’occasione di fare una pausa e una riflessione significativa su aspetti importanti della società.
  • In particolare, le tradizioni familiari generano ed educano i valori importanti nelle persone: amore per la famiglia, rispetto per le loro famiglie, cura dei propri cari, una corretta comprensione della famiglia e del suo ruolo nella vita.

In qualità di genitori, insegnanti, o più in generale in qualsiasi ruolo significativo, dobbiamo sforzarci di utilizzare ogni opportunità a nostra disposizione per rafforzare i valori e le convinzioni che ci stanno a cuore….

L’alternativa al rispetto della tradizione è dare per scontati questi valori. Il risultato è che le nostre convinzioni si indeboliranno così tanto, nel tempo, che il nostro modo di vivere ci diventerà estraneo...”

Se ignoriamo i nostri valori, un giorno apriremo gli occhi e non saremo più in grado di riconoscere il “nostro mondo”. I valori che sostengono la spina dorsale della nostra società, della nostra famiglia e della nostra fede saranno andati alla deriva per così tanto tempo che il tessuto della nostra società sarà lacerato...”

La mancata osservanza dei costumi e delle fondamenta della famiglia può portare all’indebolimento dei legami tra i suoi membri, alla distruzione dei legami familiari...”

NO alle tradizioni perché

  • La tradizione limita la libertà della persona.
  • … soffoca la crescita personale
  • … ti impedisce di essere autentico/a, di essere Te stesso/a
  • … può andare in forte contrasto con i Tuoi valori e le Tue convinzioni.
  • … condiziona in modo determinante i rapporti sociali tra membri di una stessa famiglia o di una stessa comunità.

“La tradizione può essere un punto di riferimento, ma non deve mai essere un carcere…

Gli insegnamenti della Brennan

Tu hai scelto una famiglia che ha determinati interessi, talenti, consuetudini.
Il Tuo mondo fisico e il contesto familiare sono stati attentamente considerati e "scelti" da Te prima dell'incarnazione.
Ciò include quegli aspetti di Te che Tu avevi già sviluppato come essenza dell'anima attraverso varie generazioni. Potresti essere stato il Tuo bisnonno o la Tua bisnonna, e ancora a ritroso fino a molte vite fa.
Di solito si tende a saltare diverse generazioni nello scegliere questo percorso "familiare".
Pertanto, da questa prospettiva, considera la possibilità che Tu sia stato/a, o che Tu sia ancora, il Tuo stesso guardiano o la Tua stessa guida.    (Heyoan).

Ogni persona cerca tra i suoi antenati esempi particolari di persone speciali, o che hanno avuto ruoli importanti, o fatto cose importanti. Usiamo queste notazioni storiche come strumento per affermare noi stessi, la nostra importanza, la nostra stessa esistenza. E’ un qualcosa che può darci sicurezza e delle fondamenta solide. Un qualcosa che può farci sentire orgogliosi, importanti, sostenuti. Che può farci sentire profondamente connessi agli antenati.

Ma non sempre funziona.

La Brennan ha descritto l’esistenza dei cosiddetti cordoni relazionali, che sono cordoni energetici che ci uniscono alle persone care e più in generale a tutte le persone che abbiamo conosciuto. In qualche modo anche ad anime o altri esseri che abbiamo incontrato in vite precedenti. I cordoni connettono i chakra corrispondenti delle persone collegate, per esempio il quarto chakra di una persona con il quarto chakra di un’altra. Tra familiari i cordoni si generano su tutti i chakra. Con persone meno importanti nella nostra sfera affettiva si svilupperanno invece solo i cordoni corrispondenti al tipo di legame instaurato. Per esempio se si tratta di un rapporto di lavoro si svilupperanno soprattutto cordoni tra i rispettivi chakra del plesso solare, della gola e talvolta tra i rispettivi “terzo occhio”, in base alla natura del lavoro e ai rispettivi ruoli. Attraverso i cordoni energetici scorre energia di coscienza e la connessione è rapidissima, immediata. Al di là di ogni distanza.

I cordoni possono essere in salute o meno. Quando non sono “in salute” ciò è dovuto a rapporti logori o difficili. O persino impostati in modo improprio, tanto che a volte si connettono tra le due persone chakra non corrispondenti.

Esempio di cordone sano al quarto chakra

Oltre ai cordoni relazionali esistono i cordoni ancestrali, che la Brennan chiama “radici ancestrali”. Le radici ancestrali, osservate dalla Brennan grazie alle sue capacità percettive, sono “forti, solide, nere e flessibili”.

Sono cappi che ci legano alla nostra famiglia di origine. E’ molto difficile lavorare con esse e richiedono una particolare concentrazione. Esse si dipanano dai sigilli (seals) interni di ogni chakra e scorrono attraverso la linea harica fino a sfociare nel nucleo-stella.

Attraversano quindi diverse dimensioni del nostro essere fino ad arrivare alla nostra essenza. Quando determinate tradizioni/consuetudini familiari vengono imposte con la costrizione esse si riverberano anche per più generazioni e frenano lo sviluppo culturale dei discendenti. L’intento buono di chi le impone è di salvare un patrimonio antropologico e culturale ma spesso l’effetto è proprio l’opposto: la distruzione di questo patrimonio.

Dal punto di vista energetico, quando un membro anziano della famiglia vuole assolutamente imporre una certa usanza a un membro più giovane, si strappa i propri cordoni genetici e li inserisce a forza all’interno dei chakra del giovane. Ciò accade ovviamente in modo inconsapevole, ma tant’è… Tale inserzione, secondo la Brennan, può poi replicarsi per più generazioni successive.

Ma quali sono i principali effetti negativi descritti dalla Brennan?

  • Interferenza continua con la volontà spontanea del membro giovane
  • Disturbi nella corretta percezione della realtà, che si traducono in pregiudizi, cioè il membro giovane diventa come accecato nel suo osservare i fatti per quello che sono e la realtà che lo circonda. Questa è una delle ragioni per cui diverse culture faticano così tanto a comunicare. Le tradizioni di rivalità tendono a creare “blind spots” nei chakra dei propri appartenenti che sono letteralmente non in grado di comprendere le ragioni dei rivali.

Prime conclusioni

In attesa di proseguire l’argomento con i metodi di “guarigione” delle tradizioni imposte, voglio tracciare alcune conclusioni.

  • Le tradizioni sono spesso una cosa divertente e coinvolgente. Tuttavia, troppo spesso vengono seguite senza riflettere sul motivo per cui sono state adottate inizialmente. Ne sono un esempio talune ricorrenze di origine religiosa che sono state via via commercializzate fino a disperdere lo spirito originario della ricorrenza stessa. Per esempio molti bambini (e anche molti adulti!) considerano il Natale come la festa dei regali di Babbo Natale. Così come la Pasquetta è la gita fuori porta.
  • Le tradizioni sono eventi di cui fare tesoro se aggiungono valore alla nostra vita, se sono legati a ciò che consideriamo importante perché esse sono un bel modo per collegarci al passato, se tale passato è qualcosa che vogliamo perpetuare. Ma solo se esse ci permettono di rimanere fedeli a chi siamo veramente, di risplendere e di non soffocare le nostre tante bellezze interiori.
  • Come sempre il giusto equilibrio sta… nell’equilibrio! La tradizione è un patrimonio, un modo per coltivare gli stessi valori e per stare bene insieme. Allo stesso tempo possiamo viverle in libertà, discostandocene se vogliamo farlo e soprattutto…
  • … soprattutto rispettando la libertà degli altri di comportarsi come ritengono più opportuno fare.

Quanto è importante essere ascoltati

Tra le righe di questo blog ci siamo detti molte volte che se c’è un motivo, valido per tutti, per il quale siamo scesi sulla terra, beh…, questo motivo è amare ed essere amati. Questo va al di là di ogni altro scopo, anzi, è ciò che sta dietro ad ogni altro scopo.

E per quanto riguarda l’amare e l’essere amati questo presuppone che vengano scambiati (o solo ricevuti, o solo regalati) sentimenti. E, infine, questi sentimenti devono essere espressi in qualche forma, sia verbale (parole tenere e amorevoli) sia non verbale. E’ importante quindi che i sentimenti vengano comunicati correttamente.

Come diceva George Bernard Show: il (più grande) problema della comunicazione è l’illusione che essa sia stata portata a termine (correttamente).

Più in generale la qualità della comunicazione è influenzata anche dall’atteggiamento con il quale ci approcciamo a un’altra persona. Ci sono atteggiamenti che rendono la comunicazione ruvida, sgradevole, svalutante. Questo riguarda soprattutto la comunicazione attiva. Ma anche quella passiva può essere insoddisfacente. Mi riferisco a chi non sa ascoltare o non vuole ascoltare. Affinché avvenga una buona comunicazione infatti, dobbiamo rispettare ciò che l’altro sta dicendo, anche se non siamo d’accordo. Per onorare veramente l’altra persona dobbiamo soprattutto permettergli di parlare, senza trascurare né la persona né ciò che viene detto. Molto spesso i bambini o gli adolescenti non vengono ascoltati, perché i genitori “sanno meglio”. Così come, spesso, un coniuge non viene ascoltato perché il partner deve avere “ragione” o non vuole ascoltare il messaggio che gli viene dato.

Gli effetti negativi del non essere ascoltati

Quando non si viene ascoltati, ciò provoca risentimento o isolamento. Dopo un pò, gli sforzi per comunicare vengono abbandonati e la relazione si raffredda. Del resto, è difficile fidarsi di qualcuno che nemmeno ti ascolta. Sentire che gli altri ci conoscono realmente poco o che non si interessano di noi, può farci sentire irrimediabilmente scollegati dal resto dell’umanità. Può darsi pure che sentirsi capiti sia un prerequisito perché gli altri nostri desideri siano soddisfatti in modo soddisfacente.
È una situazione deprimente e può portare a sentimenti di vuoto e sconforto. La solitudine viene spesso interpretata praticamente come sinonimo di depressione, anche se per alcuni è solo una scelta.

Gli effetti positivi dell’essere ascoltati

Quando invece abbiamo chi ci ascolta cambia tutto. Gli effetti positivi dell’essere ascoltati sono molti. Eccone alcuni.

  • Conferma della propria identità (siccome gli altri sono uno specchio, essere ascoltato/a per quello che sono conferma che quello che “penso di essere” è vero)
  • Io esisto! (provare a lungo la sensazione di non essere capiti provoca in molte persone il terrore che ciò equivalga a “non essere mai esistiti” a questo mondo)
  • Sentirsi accolti e di “appartenere” (sentirsi quindi connessi alla persona che si ha di fronte, ma anche inseriti nella comunità, da cui un senso di appartenenza)
  • Sentirsi accettato/a (simile alla voce precedente, ma qua il focus è soprattutto sulla sensazione di approvazione rispetto a quello che si dice, alle proprie idee, al proprio modo di essere)
  • Sentire di avere il “potere” (l’approvazione degli altri ci dà la convinzione di poter realizzare progetti e idee, e quindi una maggiore convinzione nel proporli e nel portarli avanti)
  • Relazioni più soddisfacenti (per tutto quello che ho scritto nei punti precedenti, sentirsi compresi aiuta a lasciarsi andare, a stabilire relazioni più profonde, a esprimere meglio noi stessi, e tutto questo è appagante).

La magia dell’ascolto attivo

L’ascolto “attivo” è chiamato così proprio perché consiste nell’interagire con la persona che parla, piuttosto che stare solo in silenzio ad ascoltare. L’interazione dell’ascolto attivo ha uno scopo ben preciso: quello di capire veramente il punto di vista della persona che parla, ma anche farle sentire vicinanza. Insomma, farla sentire compresa.

Nell’ascolto attivo si possono usare vere e proprie tecniche del colloquio. Ce ne sono molte, ma quelle più importanti sono essenzialmente tre: a) empatia, b) conferma, c) riformulazione.

L’empatia è l’atteggiamento di sincero interesse e vicinanza. Avere empatia verso una persona significa fare il proprio meglio per comprendere a fondo le sue motivazioni e, in qualche modo, “tifare” per la persona, cioè sentire amorevolmente di augurarle il bene. L’empatia non significa condividere a priori quello che dice la persona: si può essere empatici anche quando si dice che la nostra opinione è diversa. Inoltre l’empatia non richiede di voler per forza “risolvere” i problemi della persona fornendo consigli che nascono dal nostro personale punto di vista. I consigli sono preziosi, ma solo quando richiesti e non, invece, quando sono imposti.

Le conferme sono quei segnali, sia verbali che non verbali, con i quali facciamo capire alla persona che abbiamo compreso ciò che sta dicendo. Servono a incoraggiare la persona a continuare il suo racconto, magari anche ad andare più a fondo.

La riformulazione invece consiste nel restituire dei feedback alla persona, sotto forma di brevi ripetizioni di quello che sta dicendo. Esistono diversi tipi di riformulazione che chi si occupa di relazione di aiuto dovrebbe conoscere e saper utilizzare. La tipologia più comune sono le parafrasi, in particolare la risposta-eco, che consiste nel ripetere le ultime parole dell’interlocutore esattamente come le ha dette, oppure la riformulazione-riflesso, con la quale l’ascoltatore ripropone gli stessi contenuti espressi da chi parla ma utilizzando parole proprie.

Quale che sia la capacità e l’abilità dell’ascoltatore, essere ascoltati è un grande momento di liberazione. Il momento nel quale tirare fuori tutte le emozioni represse, le preoccupazioni, i dubbi, avendo di fronte una persona che ti accoglie e Ti mette a tuo agio, con empatia e senza giudicarti, se possibile.

Confidarsi e “sfogarsi” ha un grande effetto liberatorio soprattutto se chi ascolta “presta” sé stesso come “contenitore vuoto”, pronto a ricevere quanto ti sentirai di poter trasmettere, accogliendoTi con calore e mettendo da parte ogni pre-giudizio…

Ricordo che sia in classe, al liceo, che nel gruppo di amici che frequentavo, c’era sempre qualcuno capace di ascoltare, dedito all’ascolto, che dedicava parte del suo tempo a compagni di classe o amici che ne avevano bisogno. A volte ascoltare salva pure una vita. Ascoltare è un dono meraviglioso!

Tra i servizi dello studio olistico VivereLaVita c’è anche quello di ascolto attivo. Se hai bisogno di “tirare fuori il rospo”, di essere ascoltato/a senza giudizio, con empatia e accoglienza, prenota un appuntamento, in presenza (a Terni, prenota qui ) oppure online (riempi il modulo di contatto – qui – poi sarai contattato/a)