Abbraccia la solitudine

Reduce da un “giro” su LinkedIn, mi interrogavo sull’evoluzione di questo network professionale. Qualche anno fa, quando mi sono iscritto, mi piacque molto. C’erano molte discussioni, soprattutto sui gruppi in lingua inglese, si aveva la possibilità di leggere diversi commenti e apprendere nuovi punti di vista. Era molto stimolante. Oggi LinkedIn è una brutta copia di Facebook. Il Facebook dei professionals. Ma solo apparentemente. In ogni gruppo le discussioni non esistono più. Non tecnicamente, ogni post è di per sé suscettibile di generare una discussione. Ma NON CI SONO COMMENTI. Non più. Ogni post parla di solitudine. Un silenzio tombale. Fragoroso.

In questo cambiamento molto deve essere attribuito agli stessi autori dei post. In precedenza si creava una discussione su un tema di pubblico interesse e nel farlo si aveva un genuino interesse culturale. Ora, almeno il 90% dei post è una vera e propria auto-promozione. Ben che vada un link a un proprio post pubblicato sul proprio website o su qualche piattaforma esterna. Spesso pubblicità pura.

Ma LinkedIn è solo lo spunto per parlare di solitudine. La solitudine esistenziale dei nostri tempi. Connessi virtualmente a tutti ma realmente connessi a nessuno. L’illusione di essere lì presenti sulla grande piazza virtuale è, appunto, un’illusione. Spento il pc rimane il silenzio. La tastiera non emette più suoni e ci accorgiamo che non abbiamo sentito una voce umana, né visto un volto. Né toccato nessuno. Toccare ed essere toccati è uno dei bisogni fondamentali del bambino, ma anche da adulti abbiamo bisogno di relazioni vere, in carne ed ossa.

L’importanza delle relazioni “sane”.

Noi non sappiamo chi siamo finché non conosciamo e interagiamo con gli altri. Gli “altri” sono lo specchio per riconoscere sé stessi. E senza specchio non sappiamo più riconoscerci.

Crowd of people with phones

Ci siamo incarnati per vivere una vita di relazioni. Le relazioni interpersonali sono il ponte gettato tra il nostro essere trascendente e il nostro essere sul piano fisico. Se non abbiamo relazioni sane non riusciremo mai a connettere queste due grandi parti di noi: quella trascendente, divina, allineata con il nostro grande scopo cosmico e quella fisica, nelle sue dimensioni di corpo-emozioni-pensiero. Con questa consapevolezza e pur non demonizzando il web e i social, è importante coltivare relazioni dal vivo, incontrare gente, parlare, confrontarsi, arrabbiarsi, perché no, ma dal vivo!

Per qualcuno la sirena di allarme è già scattata. Ed ecco che la solitudine si insinua e scava gallerie. “Sono solo“, “nessuno mi vuole“, “devo trovare un (/una) partner…“, … retropensieri che alimentano convinzioni che ci fanno male. E che possono farci commettere grossi errori, come quello di legarci a qualcuno sentimentalmente solo “per non essere solo (/a)“.

Come scrive Osho nel suo libro “Il Benessere Emotivo“:

Non cercate una relazione perché siete soli, no. In questo caso vi muovete nella direzione sbagliata: userete l’altro come un mezzo, l’altro userà voi come un mezzo; e nessuno vuole essere usato come un mezzo! Ogni singolo individuo è fine a sé stesso. E’ immorale usare l’altro come un mezzo. Prima imparate a stare soli. La meditazione è un modo per essere soli. E se riuscite a essere felici in solitudine, avrete imparato il segreto dell’essere felici. Ora potrete essere felici insieme. Solo se siete felici avete qualcosa da condividere, da dare. E quando dai ricevi, non è mai il contrario. A quel punto nasce il bisogno di amare qualcuno. (…)“.

Abbracciare la solitudine

Il problema con la solitudine non è la solitudine in sé. Il problema è il significato che noi attribuiamo alla solitudine. In pratica la persona “decide” di sprofondare nell’idea che non sta bene da sola. In soldoni, il dolore non sta nella solitudine in sé ma nel modo nel quale la giudichiamo.

Seguendo questo ragionamento, va da sé che per guarire dalla solitudine non dobbiamo necessariamente trovare un partner, bensì cambiare la nostra credenza limitante secondo la quale non è cosa buona stare da soli.

A quanti è capitato di avere le più grandi ispirazioni in momenti di solitudine? A molti, anche a me. Stare soli ogni tanto è una grande opportunità. L’opportunità di contattare il proprio Sé vero e ricevere ispirazione. Le decisioni più belle, azzeccate, importanti, vengono prese da soli. Non nel chiasso di una cena tra colleghi, né nelle micropause delle giornate scandite da impegni e commissioni. E’ la verità.

Tuttavia, il modo più efficace per abbracciare la solitudine è superare la sensazione di essere separati da Dio, dagli altri, da noi stessi.

Valutiamo anzitutto quanto siamo separati da noi stessi… Stiamo assecondando il nostro vero essere? Coltiviamo i nostri talenti? Viviamo con intenzione? Abbiamo sogni che ci ispirano e che vogliamo realizzare? Siamo genuini, spontanei, fedeli alla nostra vera natura o indossiamo una maschera “sociale”? Diamo più importanza all’apparire o all’essere?

Le persone che vivono e comunicano in modo coerente con la propria natura non si sentono mai sole. Viceversa, chi indossa una maschera e si cala in una parte, in un “ruolo” sociale, si sente immancabilmente solo. Ha abbandonato sé stesso in un angolo!!

La sensazione di separatezza dagli altri e dalla Fonte Divina è spesso una conseguenza della separazione da Sé. Quando siamo centrati possiamo attingere a una serena consapevolezza… non ci sentiamo MAI soli. Siamo parte a tutti gli effetti e al pari di tutti gli altri dell’universo e della sorgente divina. Ci sentiamo partecipi al grande disegno universale, perché siamo appagati.

Ma queste sono solo parxrzwueyyrowqt5jgyiuow6gjgkjjcbtq7pvuixklldp7nzi1e2raejvoysh9btjy-ole vuote se stai vivendo separato da Te stesso. Non Ti solleveranno, né Ti potranno sollevare.

Perciò facciamo un passo alla volta. Il primo: per abbracciare la solitudine, sii te stesso (/a), ascolta il tuo cuore, dai voce e forma ai tuoi desideri, esprimi i tuoi talenti (tutti ne hanno), vivi! Finalmente vivi nella Tua verità, non in quella degli altri. Una scelta di libertà, una scelta di Amore.

E con l’Amore, verso Sé stessi e gli altri, you’ll never walk alone.

 

 

Il mondo è come lo pensiamo

L’Homo Sapiens è comparso circa 200mila anni fa. Ma la storia delle cosiddette “civiltà” antiche è roba molto più recente. A circa 6mila anni fa sono collocate sia le prime tracce delle civiltà della Mesopotamia che le prime testimonianze dell’antica agricoltura cinese basata sulle risaie (cultura di Peiligang). Il resto è storia. Nei meandri di questa storia è interessante analizzare le varie metafisiche dei primi popoli che hanno dato origine alla storia. Popoli che vivevano in aree lontane, con rari contatti (e non sempre amichevoli). Eppure, un filo comune sembra legare i diversi modelli metafisici tra loro, con analogie che oggi appaiono straordinarie. In particolare l’esistenza di un campo energetico vibrazionale umano è stato postulato da circa 100 diverse culture dell’antichità, come descritto da J. White e S. Krippner in “Future Science“.  Tra queste le antiche civiltà indiana, cinese, inca, ebrea, egizia, persino quella greca con riferimento a Pitagora e alla sua idea di energia vitale come corpo luminoso in grado di curare le malattie. E tra quelle meno note anche la civiltà dei nativi hawaiani, il popolo polinesiano aborigeno delle Isole Hawaii o dei loro discendenti. 

Molte di queste civiltà, a partire dai vedanta indiani in ordine di datazione, hanno fatto propria una idea oggi assimilata alla New Age, ma in realtà antichissima, che suona più o meno come “Il mondo è come lo pensiamo“. Una frase che si presta a diverse interpretazioni secondo diversi punti di vista. In questo articolo voglio proporre la versione Huna di questa idea.

Huna è un antico termine hawaiano che significa “segreto”. E’ una filosofia, ma con molti risvolti pratici, applicati alla vita di tutti i giorni. Prima di andare avanti è il caso di chiarire che i 7 principi di vita Huna ormai diffusi e conosciuti in tutto il mondo non sono necessariamente quelli professati dagli antichi hawaiani. La loro diffusione nel mondo occidentale è dovuta infatti a Serge King, sulla base degli studi di Max Freedom Long, che visse molto tempo (circa 20 anni) alle isole Hawaii nel tentativo di studiare l’antica metafisica hawaiana, ma senza riuscire a farsi dare udienza dai sciamani locali. La diffusione dei principi portanti della metafisica hawaiana avvenne più tardi da parte di Freedom Long sulla base dello studio approfondito della lingua hawaiana e di una pretesa “rivelazione”. 

Tutto ciò premesso, mi concentrerò in questo post solo sul primo principio Huna, IKE:

  • IKE: IL MONDO E’ COME PENSI CHE SIA. L’idea fondamentale della filosofia Huna è quindi che ciascuno di noi (ovvero i nostri 3 sé: il subconscio – KU, il sé cosciente – LONO e il supercosciente o Sé superiore – AUMAKUA), crea la propria personale esperienza della realtà, attraverso le proprie convinzioni e interpretazioni, azioni abituali e reazioni, aspettative, paure, desideri, pensieri e sensazioni. Noi siamo creatori, o meglio CO-CREATORI, del mondo e Huna insegna a creare in modo consapevole. Più in generale, questo principio afferma che abbiamo una forte capacità di dare un senso alle cose. Siamo noi a portare la nostra visione del mondo nella situazione in cui ci troviamo. Siamo noi che diamo il nome e il valore alle cose.

Questo principio sottolinea dunque l’importanza delle convinzioni: qualunque cosa tu creda, si manifesterà. Se credi che il mondo sia un luogo pieno di dolore e difficoltà, allora sicuramente le difficoltà e il dolore ti verranno incontro. Se credi che il mondo sia un ottimo posto per l’avventura e la felicità, sicuramente vivrai in modo più soddisfacente.
Ciò significa che siamo noi gli interpreti del nostro mondo e che questo modo di interpretarlo ha effetti concreti, in base al principio di risonanza. Un corollario a questa visione è che nel momento in cui riuscissimo a attenuare tutte le emozioni connesse agli eventi della vita, solo guardando i fatti per quello che sono, ci potremmo accorgere che la maggior parte delle situazioni è in equilibrio tra il bene e il male, avendo cioè sia aspetti positivi (opportunità) che negativi. Vivere bene o male una determinata situazione rienta in definitiva nelle nostre responsabilità individuali: non è un qualcosa di esterno a noi. E’ solo una questione di prospettiva. Un cambiamento di prospettiva può cambiare anche i risultati futuri, perché affrontiamo gli eventi della vita in un modo diverso.

A un livello più elevato anche le credenze e le convinzioni fanno parte di un nostro modo di interpretare la realtà. Quando decidi di accettare alcune teorie come vere e di rifiutarne altre, stai indirizzando buona parte della tua vita futura. Se credi che funziona così, andrà così… isolehawaii-1-1170x778

Pensiamo un attimo a quali potrebbero essere le implicazioni di tutto questo. Potremmo scoprire improvvisamente che se ci sentiamo imprigionati in una relazione ormai logora la responsabilità è nostra. Così come nostra la scelta di cambiare e imboccare una nuova strada. Se stiamo male perché non riusciamo a ottenere quello che desideriamo a livello professionale, ancora una volta la responsabilità è la nostra. Abbiamo seguito una strada che ci ha condotti in una situazione di disagio a causa delle nostre convinzioni. Possiamo cambiare? Senz’altro sì…

Se accettiamo questa idea, si aprono di fronte a noi tantissime opportunità. Se le chiavi del nostro destino sono nelle nostre mani, allora sentiamo in modo concreto che possiamo cambiare in meglio. In un prossimo post vedremo che queste stesse idee, anche se espresse con parole diverse, sono parte della PNL, e che la stessa PNL ci offre gli strumenti per costruire il nostro futuro luminoso.

 

Il senso della reincarnazione

In viaggio da sempre, verso il ricongiungimento con la dimensione divina, del Tutto, universale. E tanti pensieri che in moto circolare, tappa dopo tappa, arrivano sempre lì, alla domanda fondamentale: che senso ha?  Riassumiamo, partendo dal punto di vista dei cosiddetti re-incarnazionisti: per un qualche motivo ci siamo separati da Dio, non si sa perché né come, ma vogliamo riscoprire in modo pieno il nostro essere divini (aham brahmasmì) attraverso un lungo cammino di evoluzione, di scoperta, di esperienza. Il tutto per tornare lì da dove siamo partiti, nella luce. Ma perché?

Sulla re-incarnazione sono stati svolti un certo numero di studi. Non tutti rigorosi rispetto al protocollo scientifico, non tutti accreditati. Ma molti di essi convergenti rispetto al contenuto di ricordi che riemergono, soprattutto in insospettabili bambini dai 2 ai 4 anni, di esperienze pre-morte o simili. Ricordi e contenuti spesso verificati. Ricordiamo ad esempio i contributi di Ian Stevenson, Jim Tucker, Eugene Brody, Gardner Murphy, ecc.

 Tornando al tema che ho sollevato all’inizio e supponendo che la re-incarnazione sia un fenomeno reale, la domanda è: qual è lo scopo di tutto ciò. Alcune risposte sono contenute nelle opere di Edgar Cayce, sensitivo statunitense, famoso per le sue way-on2attività di chiaroveggente e taumaturgo. Il quadro generale che emerge dalle letture di Cayce sulla reincarnazione indica che l’intero scopo del processo è farci sviluppare come manifestazioni individuali del divino, scintille divine, oppure renderci consapevoli del fatto che noi siamo noi stessi tutt’uno con Dio. L’anima deve ricongiungersi con Dio, dato che è fatta “della stessa materia di Dio”.

Ma questo non spiegherebbe nulla, se non intervenisse il concetto di co-creazione. Proprio recentemente mi sono imbattuto in un passaggio di Barbara Ann Brennan che recita testualmente (una volta tradotto in italiano…) “(…) l’adulto che si connette al proprio nucleo attraverso l’esperienza diviene consapevole della propria divinità interiore, del fatto di costituire una scintilla di luce divina nell’universo, di essere divinità localizzata. Dunque, mediante questo processo di evoluzione individuale aumenta la consapevolezza dell’intera nostra specie. L’uomo scopre di essere co-creatore dell’universo. Lo scopo dell’incarnazione è di far sì che l’io diventi consapevole della propria partecipazione alla creazione divina dell’universo“.

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Alla ricerca della missione dell’anima

Un vespaio. Affrontare questo argomento in poche righe rischia di essere superficiale. Farlo con un post da leggere in quaranta minuti condannerebbe questo post all’oblio. Anche il tono può essere frainteso. In effetti parliamo di qualcosa che nessuno ha mai dimostrato con certezza. Sul concetto di anima partiamo poi probabilmente da opinioni diverse. Ma non è nelle intenzioni del post convincere il lettore che questa è la verità, perché poi in fondo ognuno ha la propria verità.

Si sta affermando sempre di più la consapevolezza che la realtà non è indipendente dall’osservatore. Anzi, che è ogni osservatore a interagire con la “realtà” , qualcuno si spinge pure ad affermare che è l’osservatore stesso che crea la sua realtà. Ecco perché non vale la pena pontificare dall’alto di una sapienza superiore. Che spesso non è tale. E’ nel diritto di ognuno, però, esprimere le proprie idee. Quindi procedo esponendo le mie. Buona lettura!

L’anima è immortale.

Si tratta di un concetto accettato da praticamente tutte le religioni e gli orientamenti filosofici che postulano l’esistenza dell’anima. Nella tradizione cristiana l’anima si incarna una sola volta e in base agli esiti di questa unica vita sarà determinato il suo futuro: nel Regno dei Cieli o fuori da esso, per sempre o dopo un periodo di purificazione /espiazione (Purgatorio). Nella tradizione buddista l’anima è sottoposta a un ciclo di re-incarnazioni determinate dall’azione combinata di diversi elementi della cosiddetta ruota del Samsara, tra i quali un ruolo fondamentale è giocato dall’attaccamento e dagli effetti karmici del modo nel quale abbiamo vissuto le nostre vite precedenti. Per uscire dal ciclo delle re-incarnazioni, qua inteso come “doloroso”, occorre spegnere l’attaccamento e raggiungere l'”illuminazione”. Molte altre religioni orientali pongono la reincarnazione al centro della propria escatologia.

Nell’uno e nell’altro caso l’anima è immortale e non segue il destino del corpo.

Al di là delle religioni, una visione del cammino dell’anima .

Mi riferirò in questa sezione a una visione del cammino dell’anima condivisa da diversi mistici, sensitivi e guaritori, anche occidentali. Tra questi ultimi sono molto interessanti (oltre che convergenti) vari testi di Anna Brennan e Cindy Dale. Entrambe hanno fatto esperienze personali con il sistema dei chakra e delle energie sottili, occupandosi attivamente e con successo di terapie individuali, sia per la risoluzione di problematiche psicologiche che per la guarigione di malattie. Entrambe hanno approfondito e attinto a piene mani dagli studi e dalle ispirazioni di altri mistici, sensitivi, psicologi, scrittori, artisti e guaritori (Harish Johari, Judith Anodea, Carlos Castaneda, Geneviene Lewis Paulson, Rosalyn Bruyere, Phoebe Bendit, Joel Witton, Michael Talbot …., elenco tra l’altro approssimato e incompleto).

Secondo la mia visione dunque l’anima attraverso un numero indefinito di vite, in un percorso evolutivo nel quale ogni vita è un’esperienza che l’arricchisce e la completa, in una corsa senza fine (o forse sì?) verso il ricongiungimento con la scintilla divina. In sostanza ogni vita è finalizzata a evolvere secondo un particolare aspetto. Questo aspetto da curare in modo particolare è connesso quindi a una “missione” di vita. Spesso questa missione è individuata, dall’anima stessa in collaborazione con le sue guide, proprio al riguardo di un qualcosa nel quale l’anima “è indietro” o ha trovato in precedenza una difficoltà accentuata. In questo senso la missione si connette a quanto fatto (o meglio NON fatto) in precedenza, richiamando il concetto di karma della tradizione buddista.

La missione viene fissata prima della re-incarnazione, nella cosiddetta “zona bianca”.  La zona bianca è uno stato nel quale l’anima sosta brevemente prima della re-incarnazione e dopo la sosta (più lunga) nella “zona nera” dove viene invece riesaminata la vita appena vissuta, ricomposta l’unità dell’anima e dove questa riceve dalla proprie guide l’esortazione ad andare oltre e a sanare quelle parti che richiedono particolare attenzione.

Tornando alla zona bianca è questo il momento nel quale l’anima determina le circostanze terrene delle quali farà esperienza nella vita successiva, allo scopo di mettersi nelle condizioni di assolvere alla sua missione. Queste circostanze possono essere definite in modo preciso o casuale, ma possono essere cambiate, durante la vita, se la persona ha modo di prendere consapevolezza di tali decisioni, del suo stato evolutivo attuale e sulla base di una forte spinta emotiva. A volte il cambiamento di “decisioni” o “accordi tra anime” può essere realizzato con l’ipnosi regressiva o la time-line therapy.

Dal momento dell’incarnazione l’anima entra a far parte del corpo, ma questa associazione non è mai necessariamente stabile e completa. Non è stabile perché l’anima può uscire ed entrare dal corpo, soprattutto nella fase della gestazione e nella fase pre-morte, ma a volte anche in particolari stati di coscienza alterati (diverse persone hanno sperimentato viaggi “astrali” fuori dal corpo anche durante il sonno). Non è necessariamente completa perché essa può esercitare sull’individuo un influsso più o meno accentuato, in certi individui in effetti è come se l’anima si tenesse in disparte, a volte “chiusa fuori” da blocchi energetici particolarmente importanti. In termini di energie sottili l’anima ha sede nel nono chakra, che è extracorporeo (25-30 cm al di sopra della testa) ma pienamente compreso nel campo energetico della persona, se consideriamo che esso si spinge fino a un metro dal nostro corpo su ogni lato. Nei primi anni di vita l’anima fa essenzialmente da spettatore e non esercita un’influenza tangibile sul bambino, impegnato con tutte le sue energie nel processo di crescita (periodo di latenza). Più tardi l’anima comincia a interagire in modo progressivamente più marcato, fino al periodo di sviluppo pieno del nono chakra, ovvero dai 28 ai 35 anni. E’ in questo periodo che l’individuo è chiamato ad aprirsi del tutto al proprio scopo spirituale. Da qui in avanti è in grado, se lo desidera, di approfondire gli aspetti relativi al proprio ruolo nel mondo, al significato di questa vita, al modo nel quale realizzarsi in modo completo.

Missione dell’anima e astrologia karmica.

Sono stato sempre piuttosto tiepido nei confronti di temi astrologici. Ma a seguito di colloqui con persone molto aperte ai temi spirituali me ne sono interessato, non per giocare con l’oroscopo, cosa della quale continuo a diffidare e che trovo molto banalizzata, sia sui media che nella visione popolare, bensì in stretto collegamento agli aspetti karmici. In particolare ho cominciato ad esaminare per diverse persone i nodi lunari, scoprendo straordinarie convergenze tra le difficoltà lamentate anche in questa vita da quelle persone e la “spinta” a superare tali difficoltà che esse sentivano. In sostanza l’analisi dei nodi lunari può costituire una prima chiave di lettura della missione dell’anima in questa vita, oltre che delle principali difficoltà sperimentate in quella precedente e che ora è chiamata a superare. In rete esistono diversi siti che offrono a tutti la possibilità di calcolare i nodi lunari e di leggere direttamente un’analisi di livello forse superficiale ma illuminante anche per il profano.

Una guida per scovare la missione: i desideri

Assolvere la propria missione è tutt’altro che facile. Il problema numero 1 è che la missione è connessa al superamento di precedenti difficoltà che tendiamo a replicare anche in questa vita. In sostanza siamo portati a ripetere i vecchi errori e a riprodurre i vecchi schemi. Andare verso la propria missione implica la rottura di tali schemi, il superarli per aprire nuove prospettive e arricchire la nostra anima con nuove capacità. Avere consapevolezza della propria missione fondamentale può ovviamente costituire il nostro punto di riferimento, il nostro faro. Il problema è che per quanto prima descritto l’anima non è sempre in grado di ispirare le soluzioni giuste e resta prigioniera di schemi passati, oltre a essere segnata da eventuali esperienze negative, anche nuove, ossia di questa vita, che la condizionano negativamente. Per quanto detto in precedenza molte delle esperienze negative erano già, per così dire, programmate. Una sorta di auto-palestra. Ma tutto questo non è quasi mai pienamente chiaro alla nostra coscienza umana. A questo si aggiunge che la stessa connessione tra anima e persona olisticamente intesa (ossia come insieme di corpo, emozioni, mente e, appunto, anima) può non essere soddisfacente. Succede quindi che non si riesca a imboccare la strada giusta, nonostante i molti “messaggi” che l’anima stessa ma soprattutto le guide ci inviano sotto forma di segnali, inconvenienti e coincidenze sincronicistiche, persino di malattie.

Una strada per capirne di più di noi stessi è costituita dai nostri desideri. Non tanto quelli materiali (la macchina nuova, una bella casa, ecc.) quanto quelli relativi a quelle che sentiamo come vocazioni, spinte, aspirazioni profonde, e che riguardano il nostro modo di esprimerci, di amare, di concederci al mondo. E’ proprio dall’individuazione dei desideri non materiali che possiamo scorgere la nostra strada.

Recentemente, Vishen Lakhiani, uno dei fondatori di Mindvalley ha tracciato questo semplice percorso in tre fasi:

  1. analizzare e scoprire i nostri desideri più autentici, legati a quello che ci piacerebbe fare in questa vita
  2. impegnarsi per acquisire gli skill necessari per realizzarli
  3. individuare il proprio contributo al mondo e offrire generosamente al mondo questo contributo.

Sebbene sia un modo indiretto per arrivare ad assolvere la nostra missione (che potrebbe rimanere anche non ben delineata, indefinita…) è però un modo efficace per centrarla, molto probabilmente.

Il percorso in tre fasi richiede infatti una forte connessione con le proprie aspirazioni e una forte determinazione a perseguirle. Non si tratta di seguire il ruolo o i modelli che ci vengono proposto dall’ambiente intorno a noi (famiglia, partner, società in genere), ma di aderire alle nostre specifiche e uniche “spinte” motivazionali. Si tratta poi di viverle appieno, con coraggio e voglia di apprendere e di fare esperienza. Per poi finire con lo scoprire in quale modo donare al mondo queste nuove abilità.

Perché siamo qui a fare un’esperienza che non è solitaria ma in compagnia di miliardi di persone. Perché vogliamo assorbire tutto il potenziale positivo dell’interazione con gli altri e cooperare in modo spontaneo, amorevole, personale, al progresso dell’umanità tutta.

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pillole – cercare la bellezza in stazione

Mi piace passeggiare per le stazioni affollate. Posso incrociare centinaia di volti in poco tempo e osservare. Osservare l’umanità, questo straordinario crocevia di storie, di provenienze, di colori, di abbigliamenti. In stazione, spesso, i volti sono rilassati. E in questa rilassatezza rivelano la loro bellezza.

6269211911_3724000c15_o__1_.0Mi piace guardare la bellezza di ogni volto, perché ogni volto ne ha. E’ la bellezza dell’anima, che è sempre bambina, anche a 70-80 anni. Ognuno ha la sua bellezza e ognuno la sua speranza. Chi parte, chi arriva ….  Chi è in vacanza, chi si muove per lavoro, chi va a trovare parenti… chi è italiano, chi giapponese, chi africano, chi arabo… che differenza fa, se l’anima è apolide. Se la stessa voglia di amore e di bellezza si muove in ognuno, a volte ingabbiata in sovrastrutture culturali o religiose… ma è lì. E si vede nei volti.

Mi piace cercare la bellezza in stazione … cercarla ovunque.

Quello che ti dici è la tua strada

Anche le menti più quiete lavorano molto sotto traccia. Non ce ne accorgiamo, almeno non molto, ma i pensieri circolano nella nostra testa continuamente. Chi più chi meno, tutti sono soggetti a questo bombardamento. La quiete della mente si può allenare pian piano, con la meditazione, lo yoga, il rilassamento, ma di norma i pensieri ci sono e influenzano in modo de-ter-mi-nan-te la nostra esistenza. Sono i nostri pensieri infatti che determinano il nostro destino, “quello che dici è la tua strada”, sia con le parole che escono dalla nostra bocca che, soprattutto, con quelle che ci ruminiamo dentro.

Per lo più si tratta di prodotti del pensiero passivo, che provengono dalla nostra mente subconscia, che derivano dalle nostre esperienze passate, trasformate via via in credenze e convinzioni, spesso limitanti. “La gente mi ignora”, “nessuno mi vuole bene”, “mai fidarsi di nessuno”, “sono un inetto, un fallito”, “non riuscirò mai a farlo”, “ce l’hanno tutti con me”, “tutti mi vogliono raggirare”, “Perché il mio capo vuole farmi presentare questo progetto? Non so parlare, metterò solo in cattiva luce me e la mia azienda.”, “In ogni riunione non riesco a far valere le mie idee e così non farò mai carriera”, “ai miei figli non importa niente di me“, ecc. è solo un piccolo campionario delle convinzioni limitanti che ci ripetiamo continuamente ad ogni occasione, spesso inconsapevolmente. Come una goccia che batte sempre sullo stesso punto, tali pensieri ci erodono, corrodono, condizionano negativamente, fino a farci percepire o vivere le situazioni che confermeranno le convinzioni negative.

Per contrastare questo fenomeno c’è solo una strada: trasformare le convinzioni limitanti in convinzioni potenzianti.

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Le affermazioni positive: uno strumento di trasformazione

Uno dei metodi possibili è quello di contrastare il pensiero passivo con il pensiero cosciente. Si tratta in estrema sintesi di costruire pensieri positivi e di ripeterli tra noi molto spesso. L’effetto neurofisiologico è di destrutturare lentamente, di sciogliere, le convinzioni limitanti originarie, trasformando fin da subito il nostro modo di atteggiarci, di reagire, di relazionarci con gli altri. Una tecnica che ha trovato la sua massima valorizzazione con il cosiddetto “pensiero positivo”, ma che ha trovato anche tanti detrattori. Prima di proseguire vorrei fare una piccola considerazione: il “pensiero positivo” così come la “legge dell’attrazione” e la “scienza della creazione intenzionale” sono stati fin troppo banalizzati, svenduti e trasformati in una moda momentanea e sterile da libri, film e pubblicazioni meramente commerciali. Come sempre in questi casi è utile recuperare l’antica saggezza ed essere consapevoli che la trasformazione personale non può avvenire senza impegno e coinvolgimento. Il problema di questi tempi è che si vuole star bene pizzicando qua e là metodi che si vorrebbero rapidi, facili, miracolosi. E senza cambiar troppo la nostra maschera sociale. Capite bene che con queste premesse non può esistere alcun metodo veramente efficace.

Le affermazioni positive aiutano a sfidare e trasformare i pensieri sabotanti e negativi. Quando le ripeti e credi in esse, puoi iniziare effettivamente a realizzare cambiamenti positivi. Queste ripetizioni mentali hanno il potere di riprogrammare i nostri schemi di pensiero, cosicché nel tempo cominciamo pensare ed agire in modo diverso. le affermazioni positive sono state utilizzate per trattare con successo persone con bassa autostima, depressione e altre condizioni di salute mentale. E’ stato dimostrato che esse sono in grado di stimolare le aree del nostro cervello che ci rendono più propensi a produrre cambiamenti positivi per quanto riguarda la nostra salute, acquisire un miglior livello di autostima e migliorare infine il benessere.

Di seguito la procedura base che uso per lavorare sulle convinzioni limitanti, suddivisa in due fasi distinte, la progettazione e l’utilizzo corrente.

Progettazione:

  1. Individuare le convinzioni limitanti che si sono nominalizzate e trasformate quindi in frasi negative che ci ripetiamo continuamente, spesso in modo inconscio,  (p.e. “nessuno mi considera“, “la gente mi ritiene imbranata“, ecc.)
  2. Trasformarle in affermazioni positive trovando per ognuna un’eccezione o una qualche nostra caratteristica positiva che abbiamo troppo spesso trascurato  (p.e. da “la gente mi ritiene imbranata” a “quando mi occupo della casa sono sicura e determinata“).  Scrivere le affermazioni positive risultanti su carta o file.

Uso corrente:

  1. Scriverle e stamparle per poterle eventualmente consultare a piacere o anche per affiggerle in posizione strategica, così da ripeterle più volte al giorno. Ogni qualvolta possibile concediamoci una pausa creativa, visualizzando la situazione positiva collegata all’affermazione, evocando nella visualizzazione tutti i sensi. Ripeterle più volte al giorno per almeno dieci giorni
  2. Verificare giornalmente l’effetto, monitorando le emozioni e i pensieri
  3. Proseguire con le ripetizioni anche dopo i 10 giorni, a necessità.

NB: Manutenzione: se un’affermazione diventa obsoleta, non ci crediamo più o non suscita più emozioni positive, allora è il momento di modificarla o semplicemente eliminarla

Come progettare le affermazioni positive

Per essere ben formate le affermazioni positive devono avere le seguenti caratteristiche:

  • strutturate in forma positiva, (quindi non devono contenere la particella “non”, altrimenti finirebbero per avere l’effetto contrario dato che porterebbero la nostra attenzione sull’aspetto negativo, e come noto dare attenzione significa dare energia e rinforzare l’aspetto negativo)
  • verbi rigorosamente al tempo presente (dire a sé stessi “farò…”, “sarò…”, ecc. non è convincente perché pospone al futuro qualcosa che oggi evidentemente non c’è; frasi quindi al presente, magari un classico present continuous, p.e. “sto migliorando giorno dopo giorno la capacità di ignorare i commenti di mia suocera“)
  • evitare l’uso di verbi o altre forme grammaticali del “dovere” e del “volere”  (è un discorso lungo e articolato… in sintesi si tratta di forme linguistiche che possono mettere in contrasto diverse Parti della nostra personalità ed essere pertanto mal tollerate da una o più delle Parti)
  • connettere le affermazioni,  quanto più possibile, ai propri pregi  (che è il miglior modo per renderle effettivamente credibili a noi stessi)
  • l’affermazione deve essere realistica e credibile  (deve essere insomma basata su una valutazione realistica dei fatti. Ad esempio, chi non è soddisfatto di quanto guadagna può usare le affermazioni per aumentare la propria sicurezza per chiedere un aumento o un avanzamento di posizione. Tuttavia, non sarebbe saggio affermare a se stessi che lo stipendio raddoppierà, dato che per la maggior parte delle persone e nella maggior parte delle organizzazioni, raddoppiare ciò che si guadagna non è realistico).
  • usare nella formulazione parole che risuonano, in grado di generare emozioni positive  (una delle caratteristiche fondamentali delle affermazioni positive consiste nel saper generare emozioni positive; solo le emozioni positive intense possono mettere in moto il cambiamento dentro e intorno a noi).

Risonanza e Amore

“La risonanza è una condizione fisica che si verifica quando un sistema oscillante forzato viene sottoposto a sollecitazione periodica di frequenza pari all’oscillazione propria del sistema stesso” (Wikipedia).

Il concetto di risonanza sembra quindi appannaggio della fisica, ed in particolare dell’elettromagnetismo. Gli esempi più noti per spiegare tale fenomeno sono: il comportamento del diapason (quando un diapason viene percosso e inizia a vibrare, anche un secondo diapason con la stessa frequenza inizia a vibrare insieme al primo) e quello dei metronomi appoggiati su una base elastica metallica comune (i metronomi convergono rapidamente alla medesima frequenza di oscillazione).

Tuttavia, il concetto di risonanza era già noto a civiltà ben precedenti alla nostra e già allora esteso al legame che si sviluppa tra persone che si vogliono bene. Nella tradizione Vishwakarma, per esempio, il concetto di risonanza è legato al cosiddetto “effetto Vaastu”. Il Vaastu è l’antica scienza della costruzione dell’antica India, legato alle tradizioni yoga e ayurveda. Si diceva allora che quando una persona trascorre il tempo in un edificio Vaastu, il filo luminoso della coscienza nel suo cuore (noto come il Brahma Sutra) inizia a vibrare con le qualità speciali del Brahmasutra di un edificio Vaastu costruito correttamente.  Ciò apporterebbe lucentezza e luminosità all’individuo.

Allora, può questo principio essere applicato alle persone ? E’ ciò che si chiede Mauro Lavalle (profilo) nel suo saggio “Fisica quantistica, fisica della vita” (compralo quiintervista-presentazione), affermando che: “Diversi esperimenti hanno dimostrato che persone di un gruppo tenute nello stesso ambiente, per esempio colle515mHvc00ELghi dello stesso ufficio, dopo qualche tempo vedono sincronizzati i battiti del cuore, le donne sincronizzano il ciclo mestruale, le persone subiscono l’influenza reciproca delle vibrazioni (dalle emozioni) dei colleghi più vicini, sia in positivo (…) che in negativo (…). Estendendo il concetto nella gruppoanalisi, possiamo dire che le persone del gruppo risuonano, cioè possono vibrare alla stessa frequenza se condividono lo stesso vissuto e può quindi avvenire un contagio emotivo (…)”. 

Ecco allora che persone che si amano possono avere delle improvvise intuizioni, captare a distanza, non importa quale, stati d’animo e pensieri della persona amata. Trascendere ogni distanza, è una caratteristica della risonanza emozionale.

L’Amore è una qualità peculiare dell’essere, è uno stato di coscienza che non può evitare in alcun modo, di rispondere alla Legge di Risonanza.” (Grazia Foti, fonte). E ancora: “La risonanza è la Legge dell’energia e quest’ultima segue il pensiero per poi trasformarsi in emozione e precipitare sul piano fisico.” (Hermes).  In base a quest’ultimo concetto la risonanza si ottiene quando il pensiero si trasforma in emozione. E’ l’emozione quindi il motore della risonanza, il suo substrato. E sembra strano, o forse no, che in un universo dove la risonanza trova sempre più posto, grazie alle scoperte della fisica quantistica, l’emozione si trova a diventare protagonista, fino a rivelarsi ciò che muove ogni cosa. Tra le emozioni, l’Amore è quella principale. Che l’Universo sia fondato sull’Amore del resto è una intuizione antica. Si tratta solo di chiudere il cerchio tra spiritualità e scienza. Riconciliarle, finalmente, sotto il segno dell’Amore.

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