pillole – cercare la bellezza in stazione

Mi piace passeggiare per le stazioni affollate. Posso incrociare centinaia di volti in poco tempo e osservare. Osservare l’umanità, questo straordinario crocevia di storie, di provenienze, di colori, di abbigliamenti. In stazione, spesso, i volti sono rilassati. E in questa rilassatezza rivelano la loro bellezza.

6269211911_3724000c15_o__1_.0Mi piace guardare la bellezza di ogni volto, perché ogni volto ne ha. E’ la bellezza dell’anima, che è sempre bambina, anche a 70-80 anni. Ognuno ha la sua bellezza e ognuno la sua speranza. Chi parte, chi arriva ….  Chi è in vacanza, chi si muove per lavoro, chi va a trovare parenti… chi è italiano, chi giapponese, chi africano, chi arabo… che differenza fa, se l’anima è apolide. Se la stessa voglia di amore e di bellezza si muove in ognuno, a volte ingabbiata in sovrastrutture culturali o religiose… ma è lì. E si vede nei volti.

Mi piace cercare la bellezza in stazione … cercarla ovunque.

Annunci

Quello che ti dici è la tua strada

Anche le menti più quiete lavorano molto sotto traccia. Non ce ne accorgiamo, almeno non molto, ma i pensieri circolano nella nostra testa continuamente. Chi più chi meno, tutti sono soggetti a questo bombardamento. La quiete della mente si può allenare pian piano, con la meditazione, lo yoga, il rilassamento, ma di norma i pensieri ci sono e influenzano in modo de-ter-mi-nan-te la nostra esistenza. Sono i nostri pensieri infatti che determinano il nostro destino, “quello che dici è la tua strada”, sia con le parole che escono dalla nostra bocca che, soprattutto, con quelle che ci ruminiamo dentro.

Per lo più si tratta di prodotti del pensiero passivo, che provengono dalla nostra mente subconscia, che derivano dalle nostre esperienze passate, trasformate via via in credenze e convinzioni, spesso limitanti. “La gente mi ignora”, “nessuno mi vuole bene”, “mai fidarsi di nessuno”, “sono un inetto, un fallito”, “non riuscirò mai a farlo”, “ce l’hanno tutti con me”, “tutti mi vogliono raggirare”, “Perché il mio capo vuole farmi presentare questo progetto? Non so parlare, metterò solo in cattiva luce me e la mia azienda.”, “In ogni riunione non riesco a far valere le mie idee e così non farò mai carriera”, “ai miei figli non importa niente di me“, ecc. è solo un piccolo campionario delle convinzioni limitanti che ci ripetiamo continuamente ad ogni occasione, spesso inconsapevolmente. Come una goccia che batte sempre sullo stesso punto, tali pensieri ci erodono, corrodono, condizionano negativamente, fino a farci percepire o vivere le situazioni che confermeranno le convinzioni negative.

Per contrastare questo fenomeno c’è solo una strada: trasformare le convinzioni limitanti in convinzioni potenzianti.

3

Le affermazioni positive: uno strumento di trasformazione

Uno dei metodi possibili è quello di contrastare il pensiero passivo con il pensiero cosciente. Si tratta in estrema sintesi di costruire pensieri positivi e di ripeterli tra noi molto spesso. L’effetto neurofisiologico è di destrutturare lentamente, di sciogliere, le convinzioni limitanti originarie, trasformando fin da subito il nostro modo di atteggiarci, di reagire, di relazionarci con gli altri. Una tecnica che ha trovato la sua massima valorizzazione con il cosiddetto “pensiero positivo”, ma che ha trovato anche tanti detrattori. Prima di proseguire vorrei fare una piccola considerazione: il “pensiero positivo” così come la “legge dell’attrazione” e la “scienza della creazione intenzionale” sono stati fin troppo banalizzati, svenduti e trasformati in una moda momentanea e sterile da libri, film e pubblicazioni meramente commerciali. Come sempre in questi casi è utile recuperare l’antica saggezza ed essere consapevoli che la trasformazione personale non può avvenire senza impegno e coinvolgimento. Il problema di questi tempi è che si vuole star bene pizzicando qua e là metodi che si vorrebbero rapidi, facili, miracolosi. E senza cambiar troppo la nostra maschera sociale. Capite bene che con queste premesse non può esistere alcun metodo veramente efficace.

Le affermazioni positive aiutano a sfidare e trasformare i pensieri sabotanti e negativi. Quando le ripeti e credi in esse, puoi iniziare effettivamente a realizzare cambiamenti positivi. Queste ripetizioni mentali hanno il potere di riprogrammare i nostri schemi di pensiero, cosicché nel tempo cominciamo pensare ed agire in modo diverso. le affermazioni positive sono state utilizzate per trattare con successo persone con bassa autostima, depressione e altre condizioni di salute mentale. E’ stato dimostrato che esse sono in grado di stimolare le aree del nostro cervello che ci rendono più propensi a produrre cambiamenti positivi per quanto riguarda la nostra salute, acquisire un miglior livello di autostima e migliorare infine il benessere.

Di seguito la procedura base che uso per lavorare sulle convinzioni limitanti, suddivisa in due fasi distinte, la progettazione e l’utilizzo corrente.

Progettazione:

  1. Individuare le convinzioni limitanti che si sono nominalizzate e trasformate quindi in frasi negative che ci ripetiamo continuamente, spesso in modo inconscio,  (p.e. “nessuno mi considera“, “la gente mi ritiene imbranata“, ecc.)
  2. Trasformarle in affermazioni positive trovando per ognuna un’eccezione o una qualche nostra caratteristica positiva che abbiamo troppo spesso trascurato  (p.e. da “la gente mi ritiene imbranata” a “quando mi occupo della casa sono sicura e determinata“).  Scrivere le affermazioni positive risultanti su carta o file.

Uso corrente:

  1. Scriverle e stamparle per poterle eventualmente consultare a piacere o anche per affiggerle in posizione strategica, così da ripeterle più volte al giorno. Ogni qualvolta possibile concediamoci una pausa creativa, visualizzando la situazione positiva collegata all’affermazione, evocando nella visualizzazione tutti i sensi. Ripeterle più volte al giorno per almeno dieci giorni
  2. Verificare giornalmente l’effetto, monitorando le emozioni e i pensieri
  3. Proseguire con le ripetizioni anche dopo i 10 giorni, a necessità.

NB: Manutenzione: se un’affermazione diventa obsoleta, non ci crediamo più o non suscita più emozioni positive, allora è il momento di modificarla o semplicemente eliminarla

Come progettare le affermazioni positive

Per essere ben formate le affermazioni positive devono avere le seguenti caratteristiche:

  • strutturate in forma positiva, (quindi non devono contenere la particella “non”, altrimenti finirebbero per avere l’effetto contrario dato che porterebbero la nostra attenzione sull’aspetto negativo, e come noto dare attenzione significa dare energia e rinforzare l’aspetto negativo)
  • verbi rigorosamente al tempo presente (dire a sé stessi “farò…”, “sarò…”, ecc. non è convincente perché pospone al futuro qualcosa che oggi evidentemente non c’è; frasi quindi al presente, magari un classico present continuous, p.e. “sto migliorando giorno dopo giorno la capacità di ignorare i commenti di mia suocera“)
  • evitare l’uso di verbi o altre forme grammaticali del “dovere” e del “volere”  (è un discorso lungo e articolato… in sintesi si tratta di forme linguistiche che possono mettere in contrasto diverse Parti della nostra personalità ed essere pertanto mal tollerate da una o più delle Parti)
  • connettere le affermazioni,  quanto più possibile, ai propri pregi  (che è il miglior modo per renderle effettivamente credibili a noi stessi)
  • l’affermazione deve essere realistica e credibile  (deve essere insomma basata su una valutazione realistica dei fatti. Ad esempio, chi non è soddisfatto di quanto guadagna può usare le affermazioni per aumentare la propria sicurezza per chiedere un aumento o un avanzamento di posizione. Tuttavia, non sarebbe saggio affermare a se stessi che lo stipendio raddoppierà, dato che per la maggior parte delle persone e nella maggior parte delle organizzazioni, raddoppiare ciò che si guadagna non è realistico).
  • usare nella formulazione parole che risuonano, in grado di generare emozioni positive  (una delle caratteristiche fondamentali delle affermazioni positive consiste nel saper generare emozioni positive; solo le emozioni positive intense possono mettere in moto il cambiamento dentro e intorno a noi).

Risonanza e Amore

“La risonanza è una condizione fisica che si verifica quando un sistema oscillante forzato viene sottoposto a sollecitazione periodica di frequenza pari all’oscillazione propria del sistema stesso” (Wikipedia).

Il concetto di risonanza sembra quindi appannaggio della fisica, ed in particolare dell’elettromagnetismo. Gli esempi più noti per spiegare tale fenomeno sono: il comportamento del diapason (quando un diapason viene percosso e inizia a vibrare, anche un secondo diapason con la stessa frequenza inizia a vibrare insieme al primo) e quello dei metronomi appoggiati su una base elastica metallica comune (i metronomi convergono rapidamente alla medesima frequenza di oscillazione).

Tuttavia, il concetto di risonanza era già noto a civiltà ben precedenti alla nostra e già allora esteso al legame che si sviluppa tra persone che si vogliono bene. Nella tradizione Vishwakarma, per esempio, il concetto di risonanza è legato al cosiddetto “effetto Vaastu”. Il Vaastu è l’antica scienza della costruzione dell’antica India, legato alle tradizioni yoga e ayurveda. Si diceva allora che quando una persona trascorre il tempo in un edificio Vaastu, il filo luminoso della coscienza nel suo cuore (noto come il Brahma Sutra) inizia a vibrare con le qualità speciali del Brahmasutra di un edificio Vaastu costruito correttamente.  Ciò apporterebbe lucentezza e luminosità all’individuo.

Allora, può questo principio essere applicato alle persone ? E’ ciò che si chiede Mauro Lavalle (profilo) nel suo saggio “Fisica quantistica, fisica della vita” (compralo quiintervista-presentazione), affermando che: “Diversi esperimenti hanno dimostrato che persone di un gruppo tenute nello stesso ambiente, per esempio colle515mHvc00ELghi dello stesso ufficio, dopo qualche tempo vedono sincronizzati i battiti del cuore, le donne sincronizzano il ciclo mestruale, le persone subiscono l’influenza reciproca delle vibrazioni (dalle emozioni) dei colleghi più vicini, sia in positivo (…) che in negativo (…). Estendendo il concetto nella gruppoanalisi, possiamo dire che le persone del gruppo risuonano, cioè possono vibrare alla stessa frequenza se condividono lo stesso vissuto e può quindi avvenire un contagio emotivo (…)”. 

Ecco allora che persone che si amano possono avere delle improvvise intuizioni, captare a distanza, non importa quale, stati d’animo e pensieri della persona amata. Trascendere ogni distanza, è una caratteristica della risonanza emozionale.

L’Amore è una qualità peculiare dell’essere, è uno stato di coscienza che non può evitare in alcun modo, di rispondere alla Legge di Risonanza.” (Grazia Foti, fonte). E ancora: “La risonanza è la Legge dell’energia e quest’ultima segue il pensiero per poi trasformarsi in emozione e precipitare sul piano fisico.” (Hermes).  In base a quest’ultimo concetto la risonanza si ottiene quando il pensiero si trasforma in emozione. E’ l’emozione quindi il motore della risonanza, il suo substrato. E sembra strano, o forse no, che in un universo dove la risonanza trova sempre più posto, grazie alle scoperte della fisica quantistica, l’emozione si trova a diventare protagonista, fino a rivelarsi ciò che muove ogni cosa. Tra le emozioni, l’Amore è quella principale. Che l’Universo sia fondato sull’Amore del resto è una intuizione antica. Si tratta solo di chiudere il cerchio tra spiritualità e scienza. Riconciliarle, finalmente, sotto il segno dell’Amore.

love_resonance_by_lynnwood-d9k1sgg.png

Inizia con l’accettazione

“Inizia con l’accettazione”. E’ questo il titolo di uno dei capitoli più significativi de “Il Benessere Emotivo” di Osho. L’accettazione è un atteggiamento di accoglimento di qualcosa. Nella sua accezione più negativa può sfociare nella rinuncia, ma non ti sto dicendo di rinunciare. Intendo invece l’accettazione come quel modo di pensare che ti fa prendere semplicemente atto di quello che c’è. Lottare contro la realtà esterna a noi è inutile, concentriamoci piuttosto nel trasformare noi stessi e la realtà circostante con l’azione.

Abbiamo l’opportunità anzitutto di accettare incondizionatamente noi stessi, con i nostri limiti e i nostri “difetti”. Nel farlo, abbandoniamo la tensione della lotta interna, ci rilassiamo finalmente e ci apriamo al nuovo. E’ solo in quel momento che rendiamo possibile la trasformazione. Questa (la trasformazione) non è quindi favorita da una lotta accanita contro la natura e contro una parte di noi stessi, ma al contrario dall’accettazione di ciò che è, compreso tutto quello che non ci piace. Solo accettandoci riusciremo quindi a realizzare il miracolo dell’integrazione. Dell’emergere di un Sé integrato, dove tutte le Parti collaborano nel nome di un’esigenza superiore. Dove ogni Parte si vede riconosciuta la propria funzione positiva.

Il primo passo verso la beatitudine è essere un tutt’uno. Nessuna Parte di noi, nessun orientamento, nessuna sensazione, nessuna emozione, nessun pensiero .. dovranno essere ricacciati indietro e negati. Cosa che facciamo invece quando agiamo in nome di ideali superiori o idee limitanti su noi stessi.

In merito agli ideali superiori, in cima alla lista di quelli più devastanti ci sono quelli religiosi. Niente a che fare con la spiritualità e quel senso di religiosità individuale e di connessione con Dio che è patrimonio di ogni essere libero e completo. Mi riferisco invece alle limitazioni che tante dottrine “impongono” ai propri adepti: castità, digiuni, rinunce varie. Non so se ti è mai capitato di trascorrere un giorno di vigilia in una qualunque famiglia molto osservante. Quando tutti vengono attanagliati dai morsi della fame ma “non possono” mangiare, neanche un po’. Perché è proibito, è peccato, non sarebbe accettato e giudicato positivamente dagli altri. E allora quel morso della fame repressa e ricacciata indietro si trasforma prima in tensione, poi in rabbia. E tutti si scoprono improvvisamente pronti ad azzannarsi l’un con l’altro, in una atmosfera sempre più tesa. Niente affatto gioiosa. Perché soffrire così? Una Parte di noi protesta e ci chiede di seguire le esigenze del corpo. Un’altra è invece pronta a fustigare e reprimere, in nome … dell’ideale.

Acceptance-criteria-Purposes-Formats-and-Best-Practices

Un’altra importante categoria che ci impedisce di essere un tutt’Uno sono le idee (limitanti) di Sé. Se crediamo e pensiamo per esempio di essere sempre miti e gentili, vorremo probabilmente salvaguardare questa immagine ad ogni costo. Cosa direbbero i nostri familiari se improvvisamente manifestassimo un’indole rabbiosa? In nome del ruolo di persona gentile siamo quindi attenti a reprimere la rabbia, a comprimerla, a contenerla in qualche parte nascosta di noi. Da lì, dall’Ombra, la rabbia continuerà però a chiedere di uscire. La repressione sarà tanto più dannosa e pericolosa quanto più esercitata con continuità e metodicità. Fino a quando la rabbia uscirà, perché non può non uscire. E lo farà in modo dirompente, diretta verso di noi (p.e. sotto forma di malattia autoimmune) o verso l’esterno, in modo distruttivo. Quanti insospettabili omicidi erano “un bravo ragazzo, che mai avrei pensato potesse fare una cosa così” ?

La piena accettazione subentra quando ci liberiamo dei fardelli degli ideali e delle false immagini di noi stessi. Non può farlo altrimenti, non c’è spazio affinché entri e prenda dimora. Dobbiamo prima svuotarci degli ideali e delle false convinzioni. Fatto questo ogni stato Acceptance Puzzle Piece Complete Inner Peace Admit Fault Shortcod’animo potrà manifestarsi per quello che è. Arriva la rabbia? Bene, accolgo questa rabbia e la esprimo nel modo più naturale possibile. Potrei urlare, protestare, battere un pugno sul tavolo… Se non resisto la rabbia mi attraversa… per poi uscire e andarsene. Non c’è nulla che la può trattenere, ingabbiare, rendere nociva.

Le cosiddette emozioni negative non sono una parte oscura del nostro essere. Sono una faccia della medaglia. Non può esserci Amore senza l’Odio, o  Allegria senza la Tristezza. Questi contrari si possono alternare e fluire senza ostacoli. Sta a noi permettercelo. E’ solo allora che smettono di essere duali, di ostacolarsi, di lottare l’uno con l’altro.  E’ solo allora che siamo Uno.

Imbrigliare le emozioni, oppure no

Ci sono momenti della giornata o di un certo periodo dove non ci sentiamo bene con noi stessi, con gli altri, con determinate situazioni. Emergono in queste occasioni sentimenti che usiamo definire “negativi”: tristezza, rabbia, paura, vergogna e quant’altro. Vorremmo a volte eliminare per sempre queste spiacevoli presenze nella nostra esistenza, ma a pensarci bene la loro presenza è essenziale. Queste emozioni sono state importanti per la nostra evoluzione, non saremmo qui se non sapessimo provar paura, per esempio. Quella sana paura che ci ha impedito tantissime volte di metterci nei guai, in situazioni scellerate. Che ne sarebbe della razza umana se non avessimo provato l’impulso di fuggire di fronte a un pericolo?

Le emozioni sono energie, una parte importante della forza vitale che ci attraversa. Eppure troppo spesso le emozioni “negative” condizionano così tanto la nostra vita da renderla molto difficile. Tuttavia, non sono le emozioni in sé la causa bensì il nostro modo di affrontarle. In particolare, esse ci danneggiano quando non sono espresse completamente e non le lasciamo fluire.

L’atteggiamento ideale sarebbe quello di porsi come osservatore di sé stessi, prendere un po’ le distanze , osservare le proprie energie in movimento, accogliere senza resistenza l’onda d’urto dell’emozione, lasciarla passare e trasformarla. Trasformare l’energia delle emozioni è quella capacità che rende l’uomo divino. Eppure ce lo permettiamo troppo raramente, impegnati piuttosto a resistere, a reprimere, a comprimere dentro di noi l’energia emozionale fino a distruggerci dall’interno.

Imbrigliare l’inquietudine emozionale. E’ il concetto di Moksha, sostantivo maschile della lingua sanscrita dal significato di “liberazione”, “affrancamento”, “emancipazione”, “salvezza” (definizione di Wikipedia), che ha assunto anche il significato di liberazione dal Samsara, il ciclo delle rinascite, nella tradizione induista. Ma mi rifaccio qui al significato letterale originario di liberazione ed emancipazione dalle emozioni, o meglio da un cattivo uso delle emozioni stesse. Quando le tratteniamo, l’energia negativa che si accumula dentro di noi diventa un grande ostacolo alla realizzazione del sé e dei nostri desideri. Moksha è diventare immuni da risentimenti, offese, ostilità e sensi di colpa, ma anche liberi da presunzione, vanità, autocommiserazione.  Moksha è lasciar fluire la rabbia, saper ridere di sé stessi, vivere a pieno tutte le emozioni, osservarle, trasformarle e poi lasciarle andare.

Le emozioni bloccate, trattenute e represse hanno un effetto deleterio sulla salute del corpo. Corpo, emozioni, mente e anima sono legate indissolubilmente. Il 95% dei nostri malanni prima della vecchiaia ha un’origine vibrazionale. Si tratta di manifestazioni di disarmonie dei corpi eterici, con le emozioni in prima fila nell’alimentare quelle lacerazioni dei nostri corpi sottili che si traducono infine in malattia. 5677

Abbiamo pertanto il dovere di prenderci cura del nostro stato emozionale, e con esso del nostro benessere inteso in senso olistico. Il primo passo nella trasformazione del nostro approccio verso le emozioni è assumersi le responsabilità di cosa si sta provando, iniziando anzitutto a riconoscere l’emozione e percepirla a livello fisico dove si è manifestata. Quindi, assumere il ruolo del testimone silenzioso, osservando in modo imparziale, per poi esprimere pienamente la sofferenza, abbandonarla e condividerla con gli altri (soprattutto con le persone che pensiamo siano coinvolte nell’emozione trattenuta).

randal-roberts-moksha-art_1024x1024

Da “Il Benessere Emotivo” di Osho: “Per esempio quando c’è rabbia , siedi in silenzio e osservane la presenza: lasciala restare. Per quanto può durare? Pensi che sia qualcosa di immortale, di eterno? Com’è arrivata, se ne andrà. Tu devi solo aspettare; non fare nulla, né prò né contro. Se fai qualcosa la esprimerai, ed esprimendola ti metterai nei pasticci, perché l’altro potrebbe non essere un meditatore – molto probabilmente NON lo è – e reagirebbe a sua volta con una rabbia ancora maggiore: adesso sei in un circolo vizioso. Ti arrabbi, fai arrabbiare l’altro, e continuate ad arrabbiarvi a vicenda sempre di più. prima o poi tutta questa rabbia diventerà simile a una solida roccia di odio, di violenza, e nel muoverti in questo circolo vizioso perderai consapevolezza. Potresti fare qualcosa di cui poi ti pentirai: potresti uccidere , assassinare o almeno provarci e dopo potresti pensare <<mai avrei creduto di essere capace di uccidere !>> Ma sei stato tu a creare quell’energia, e l’energia può fare di tutto: è neutrale; può creare, può distruggere, può illuminare una casa o incenerirla.“.

Usare gli archetipi per aumentare il proprio potere personale (2)

Gli archetipi sono le forze segrete che determinano il comportamento umano.
Dato che risiedono nell’inconscio, la parte della nostra mente di cui non siamo consapevoli, gli archetipi ci influenzano “a nostra insaputa”. Solo quando possiamo prendere coscienza e “osservare” un archetipo che opera in noi, allora ci stiamo differenziando dall’archetipo stesso. Questa differenziazione è importante perché quando riusciamo a separarci da un archetipo, è meno probabile che influenzi il nostro comportamento in modo deleterio.

L’archetipo, o meglio ancora, gli archetipi che ci influenzano, 1) danno un’impronta al nostro comportamento, 2) innescano determinate emozioni (p.e. gli amanti sono appassionati, i re sono magnanimi, i guerrieri sono coraggiosi, …), 3) danno alla nostra vita un senso ben preciso.

Avendo la consapevolezza del modo in cui gli archetipi influenzano e scandiscono il nostro atteggiamento, possiamo trovare il modo di utilizzare queste forze per liberare la nostra vera essenza e aumentare la nostra coscienza e potere personale. Nei prossimi paragrafi passeremo in rassegna le metodologie di lavoro più interessanti sugli archetipi.

different-archetypes-1024x1021-2

Interpretazione dei sogni

Fu lo stesso C. Jung ad analizzare due metodi distinti per lavorare con gli archetipi: i sogni e la visualizzazione creativa. I sogni in particolare sono il mezzo attraverso il quale l’inconscio ci parla. Tuttavia la comunicazione dei sogni non è diretta, né logica, dato che essi comunicano attraverso simboli. E questi simboli rappresentano spesso forze archetipiche.

Secondo diversi autori le persone o gli animali che ci comunicano qualcosa nei sogni, sono personalità autonome che coesistono, insieme ad altre, nella nostra psiche, cosicché ogni figura del sogno può essere pensata come a una parte reale che vive dentro di noi. Partendo da questo assunto, un sogno ben ricordato eanimalsindreams1 che percepiamo come significativo può essere analizzato in stato di veglia o meglio ancora in uno stato meditativo, cercando associazioni tra le figure del sogno e determinati archetipi, collegando poi queste associazioni archetipiche a nostre sub-personalità più o meno note a noi stessi, e infine interpretandole in determinati contesti o situazioni che caratterizzano la nostra esistenza. Se il sogno sembra suggerirci l’attivazione di determinati archetipi che magari non abbiamo sviluppato a dovere e sono, per così dire, “latenti”, allora quella è la direzione da prendere. Non resta ora che attivarli, con l’immaginazione e con il potere dell’intenzione.

L’immaginazione attiva.

Con la visualizzazione, o “immaginazione attiva” usando la terminologia junghiana, mettiamo in atto una partecipazione cosciente che nel sogno non può essere agita. In sostanza ci mettiamo volontariamente in dialogo con parti del nostro inconscio attraverso l’immaginazione. Questo tipo di lavoro può essere svolto in stato di veglia, anche se personalmente ritengo sia molto più efficace in stato di trance meditativa, una condizione nella quale la mente razionale smette di dominare la scena, e spesso di “inquinarla” con ragionamenti e costruzioni logiche. Se vogliamo arrivare a un risultato ottimale, a volte sorprendente, dobbiamo attivare quindi il pensiero analogico dell’emisfero destro, cosa possibile solo alle frequenze cerebrali dello stato di trance meditativa. Un lavoro che può essere svolto anche da soli, se abituati alla meditazione o se capaci di praticare l’auto-ipnosi. Altrimenti si potrà chiedere la mediazione di un professionista.

Il processo di lavoro con gli archetipi attraverso la visualizzazione richiede che si richiami una parte di sé, meglio se identificata attraverso un archetipo, e si inizi un dialogo intorno a un determinato aspetto della nostra esistenza che vorremmo cambiare (in meglio). Se il dialogo si innesca con la partecipazione attiva dell’inconscio esso comincerà a fluire spontaneamente, con parole e/o immagini e una vera e propria trama. Potrà allora succedere che una nostra parte faccia (nella nostra immaginazione) determinate azioni o pronunci determinate parole. Può esserci un’interazione, a volte anche drammatica, con altre parti e la situazione produrrà un esito finale. Di per sé il lavoro di risanamento a livello psicologico e spesso spirituale è già avvenuto, grazie al simbolismo utilizzato dall’inconscio e dal potere di riorganizzazione che esso è capace di attuare. Tuttavia, per una valorizzazione piena dell’esperienza è utile associare attivcreative-visualizationamente un significato al film che è scorso davanti ai nostri occhi. Ossia ciò che viene definito in letteratura  “Adding the ethical element of values” , ovvero l’atto del trarre coscientemente un insegnamento dalla scena vissuta.

Ora siamo pronti per portare l’insegnamento (ciò che, finalmente, “abbiamo capito”) nella vita reale. Magari rafforzandolo con qualche “rituale” da iniziare immediatamente, già dall’indomani (per esempio, se l’insegnamento che abbiamo tratto dalla visualizzazione è che dobbiamo prendere in mano la nostra vita e risvegliare il Sovrano che è in noi, potremmo decidere di rinforzare questa scoperta stilando ogni mattina una lista ben definita degli obiettivi della giornata, con la determinazione di raggiungerli).

Per consolidare il lavoro fatto è molto utile scrivere un racconto della visualizzazione e in particolare i dialoghi tra le Parti del Sé che si sono svolti. In questo modo potremo di tanto in tanto rileggerli rinnovando il benefico effetto del messaggio.

Scoprire e abbracciare i nostri archetipi di riferimento

Last but not least il semplice scoprire quali sono gli archetipi che impersoniamo in questa fase della nostra vita ha un effetto di potenziamento globale del nostro modo di essere. Ognuno di noi è unico, ma troppo spesso lo dimentichiamo. Anzi, facciamo di tutto per omologarci alle mode, al modo di vivere e comportarci che i più giudicano congruo, o “etico” o “morale” o, semplicemente, conveniente e di “buon senso”. Ed è così che anneghiamo la nostra unicità in “ruoli” standardizzati: il giusto “capo-ufficio”, il giusto “insegnante”, il “padre”, la “figlia”, il “giudice”, ecc. Secondo Robert Hopcke possiamo svilupparci a livello psicologico solo se permettiamo ai nostri archetipi di entrare nella nostra consapevolezza cosciente, coltivando una relazione tra i nostri due livelli di esistenza: quello personale quotidiano e quello archetipico. Possiamo attingere intuizione, conforto e forza quando possiamo relazionarci con miti, storie e folclore, perché questi possono fornirci una sorta di mappa per navigare e ottenere una comprensione più profonda dei temi delle nostre vite. Riattivando, spesso, anche le nostre capacità intuitive e creative. Attingere al significato degli archetipi è trasformativo perché aumenta il livello di significato e di connessione con la nostra vita e con il mondo che ci circonda.

Questa via implica:

  1. scoprire i propri archetipi-guida. Ci sono diversi test disponibili online e quindi ci si può sbizzarrire. L’importante è non prenderli troppo sul serio. In realtà il vero lavoro di scoperta implica soprattutto un’attenta auto-osservazione e la scoperta dei propri valori, delle proprie convinzioni, della molla delle nostre motivazioni.
  2. conoscerli meglio. Dato che gli archetipi sono ben definiti e “universali”, soprattutto con riferimento a quelli junghiani (consolidati poi da Hillman e da altri autori, come descritto nell’articolo precedente), possiamo analizzarne le caratteristiche, comprenderne la vera essenza, associare a tale essenza dei personaggi, storici o contemporanei, per avere degli esempi di come questi archetipi possono inserirsi nella realtà del mondo. E’ anche importante prendere coscienza di cosa l’archetipo può diventare nella sua ombra, (ossia quando si manifesta in un modo non equilibrato fino a diventare negativo) e cosa lo caratterizza al contrario nella sua manifestazione di luce.
  3. scoprire come possono contribuire alla nostra realizzazione. Ogni archetipo ha dei propri “superpoteri“. Saperlo può indicarci in quale direzione risolvere determinati problemi, attraverso il potere e l’energia dei nostri archetipi di riferimento.
  4. usarli come guida. Una volta abbracciati i nostri archetipi, avremo infatti le idee più chiare su come andare avanti  e come comportarci. Come scriveva Jung “Se ti metti nell’icona, l’icona ti parlerà … ha un effetto magico“.

Quando la trasformazione non è necessaria

Spesso in questo lavoro di scoperta e trasformazione, ci rendiamo conto che il vero problema non è scoprire qualcosa di nuovo che dobbiamo ancora diventare, quanto il permetterci di esser ciò che già siamo. Il riconoscimento che l’essenza di chi siamo è sempre stata presente. Il cambiamento allora non implica una aggiunta, ma il “lasciar andare” le attività, le credenze e i falsi sé che si sono manifestati lungo il cammino.
Il momento eureka nel processo di scoperta e presa di coscienza, è quando finalmente lasciamo andare la finzione che ci ha sostenuti e intrappolati in molti anni della nostra vita adulta.

L’autenticità implica l’essere onesti con te stesso su chi sei, dove stai andando, cosa ti spinge, cosa non ti piace, cosa ti incanta, cosa ami. È la tua prospettiva unica. È la tua impronta digitale psichica.

Archetipi: come usarli per aumentare il proprio potere personale (1)

Termini come “archetipo” e “archetipale” si ritrovano molto spesso in articoli e contributi che riguardano argomenti psicologici o di crescita personale. Il concetto di archetipo è utilizzato anche nel mondo della comunicazione, per migliorare il modo di comunicare l’immagine di un brand e per influenzare quote crescenti di consumatori.
In generale, gli archetipi si riferiscono a simboli, personaggi o motivi universali che evocano nelle persone un significato profondo. “Condensati di energia psichica“, “modelli inconsci di comportamento“, ecc. Le definizioni sono molteplici. 

Gli archetipi possono essere pensati come contenitori, o anche come schemi di comportamento che esistono nell’inconscio collettivo. Questi contenitori contengono figure, motivi o temi interconnessi che riappaiono ciclicamente nei miti, nelle fiabe popolari, nelle religioni, nella letteratura e nelle arti, in modo trasversale attraverso culture ed epoche. Le singole figure, i motivi e i temi non sono gli archetipi stessi, bensì sono il contenuto degli archetipi.  

L’etimologia del termine archetipo ci rimanda ad arché, in greco “primo” e typon, modello”, cosicché il suo significato è “primo tipo, prima forma, primo modello”. Un modello contenuto nell’immaginario collettivo e che guida il nostro cammino in ogni tempo, in ogni luogo, qualunque sia la nostra cultura. Alcuni esempi di archetipi ben noti includono il vecchio saggio (si pensi a Yoda di Star Wars o Mr. Miyagi in The Karate Kid), il Fuorilegge, il caregiver (vedi Julie Andrews in Mary Poppins), ma anche l’Artista, la grande Madre, il Filosofo, il Guerriero, il Re, la Strega e così via. Ma in una certa epoca gli archetipi possono essere rappresentati da specifici personaggi del tempo. Potenzialmente, ogni personaggio della televisione, dei film, delle cronache può rappresentare un archetipo. 

Il concetto profondo di ciò che è un archetipo può essere difficile da comprendere. Questo perché gli archetipi esistono “al di là” della nostra immediata percezione sensoriale nell’inconscio collettivo e sono solo indirettamente vissuti come “pressione” o “forza” sulla nostra coscienza di veglia. A un livello profondo della nostra psiche, essi strutturano le nostre percezioni, motivazioni e idee, di solito senza che ne siamo consapevoli: sappiamo che sono lì perché possiamo sentire i loro effetti e vedere le loro manifestazioni nella cultura.
Platone si riferiva agli archetipi come Forme, che considerava modelli ideali preesistenti. Carl Jung li chiamava invece “immagini primordiali” e “unità fondamentali della mente umana“. ill_1221897_44e0_platon

Secondo alcune correnti della psicologia le nostre personalità sono organizzate attorno ad alcuni archetipi in proporzioni variabili. e quasi tutti i comportamenti umani sono guidati dagli archetipi. Ancora Jung affermava che essi Sono il sistema vivente di reazioni e attitudini che determinano la vita dell’individuo in modi invisibili“.

Più recentemente la dott.ssa Carolyn Myss ha affermato che “alcuni archetipi escono dallo sfondo di questo grande collettivo per svolgere un ruolo molto più importante nella vita delle persone e che ognuno di noi ha il proprio allineamento personale degli archetipi chiave” (Sacred Contracts, 2001, p. 14). Ciò a cui Myss fa riferimento è che gli archetipi possono sia caratterizzare la nostra personalità in modo unico e originale, o manifestarsi come squilibrio, fornendo alla persona uno stimolo per avviare un percorso di crescita personale. Ci sono diversi motivi per cui questo può accadere: Siamo chiamati naturalmente a manifestare energie diverse man mano che cambiano le situazioni della vita. Quando hai un bambino, ad esempio, probabilmente ti sentirai molto protettivo e premuroso per questo bambino e avrai una corrispondente spinta nelle tue energie da caregiver. Oppure, quando sei di fronte a qualcosa che devi assolutamente avere o fare, puoi prenderti rischi che normalmente non avresti preso, al fine di ottenere il risultato desiderato. In questo caso è il Guerriero che viene richiamato in te“. Si tratta in vero di energie che cambiano con le circostanze, si attivano e disattivano a seconda delle necessità o della fase del percorso evolutivo personale.

Ancora secondo la Myss, “Un’altra cosa da considerare è che abbiamo uno scopo nella vita. In questo caso uno o due dei nostri archetipi potrebbero rimanere in prima linea per tutta la nostra esistenza. Quando creo i profili per le persone, posso essere ragionevolmente sicura che un insegnante di bambini piccoli avrà un punteggio elevato per l’archetipo del caregiver. La vita non ha senso per loro senza avere un ruolo premuroso, è il loro valore fondamentale. O se una persona è in tarda età, fase nella quale l’archetipo del Saggio o del Sovrano dovrebbero prendere il sopravvento, eppure il suo Guerriero sta ancora agendo come un archetipo principale, allora ci deve essere una buona ragione per questo…

Mentre gli archetipi sono ovunque, non è altrettanto noto che possiamo lavorare attivamente con loro per ottenere una maggiore consapevolezza di noi stessi, capire cosa ci spinge, nel bene e nel male. Secondo Hopcke, quando permettiamo al contenuto degli archetipi di entrare nella nostra consapevolezza cosciente e promuoviamo una relazione tra i nostri due livelli di esistenza: 1) il quotidiano (personale) e 2) l’archetipo (collettivo), allora stiamo gettando le basi per la crescita personale. Quando scopriamo che ci relazioniamo con certi miti, fiabe e storie, possiamo trarre forza, intuizione e conforto da loro, poiché forniscono una sorta di “mappa umana” per permetterci di navigare e comprendere meglio le nostre vite. jung+archetypes

Nel prossimo post esamineremo alcune metodologie di lavoro di semplice applicazione per potenziare la nostra energia attraverso gli archetipi.