Siamo tutti vittime?

Mettere in relazione gli archetipi con lo sviluppo emozionale di una persona può sembrare a molti un esercizio intellettuale. Un vezzo, un elegante argomento di intrattenimento. In realtà c’è molto di più.

In realtà c’è una correlazione forte tra alcuni archetipi e gli atteggiamenti che le persone manifestano nelle loro vite, in particolare l’atteggiamento verso sé stessi e la vita in generale. L’energia segue il pensiero: quando ci sentiamo bene con noi stessi e accettiamo chi siamo e il nostro ruolo noi creiamo lo spazio per accogliere soddisfazioni e successo. Viceversa, quando non riusciamo ad amare noi stessi apriamo la porta ad esperienze dolorose.

Tra gli archetipi ve ne sono alcuni che sono evidentemente disfunzionali ed altri, al contrario, potenzianti. Questo è particolarmente vero se esaminiamo gli stati energetici dei chakra corporei, isolando i “peggiori” e i “migliori” e costruendo intorno alle due configurazioni altrettanti profili archetipici. E cominciando dal primo chakra ci imbattiamo subito nell’archetipo disfunzionale con la minima energia: la Vittima, contrapposto all’archetipo funzionale del primo chakra, che è invece la Madre.

Profilo della Vittima

La Vittima rappresenta, come ho già anticipato, il più basso livello di energia e di consapevolezza. La Vittima, oltre a essere un archetipo, è anche lo stato di coscienza che caratterizza la gran parte dell’umanità secondo il Life Visioning Process, un modello di crescita dello stato di coscienza costituito da 4 step successivi, il primo dei quali è la cosiddetta “coscienza della vittima”, the victim consciousness appunto.

Nello stato di coscienza della Vittima, la vita è percepita come una serie di eventi, relazioni e circostanze che “mi capitano”, dirette e governate da forze esterne, spesso percepite come ostili. Una tale premessa implica che ci sia la convinzione di non poter controllare ciò che succede, che è sempre “colpa di” qualcuno o qualcosa.

Nello stato di coscienza della Vittima non abbiamo alcun potere sulla nostra vita, e spesso in effetti lo cediamo ad altri più scaltri o più semplicemente più furbi, prepotenti o “fortunati”.


Il webinar di Sandro Savoldelli dedicato all’evoluzione dallo stato di coscienza della Vittima a quello del Co-creatore


La Vittima è una persona che ha perso il radicamento e quindi il contatto con la realtà. Essa percepisce sé stessa come alla mercè di forze esterne che agiscono contro di lei, cosicché pensa di non avere nessun controllo sulla sua realtà. La sua mente è paralizzata in uno stato di paura, terrore o disperazione. La Vittima si muove troppo lentamente o, al contrario, in modo troppo veloce e compulsivo senza appoggiare i propri piedi sul terreno cui appartiene. Manca insomma di radicamento, che è il problema principale del primo chakra, quando non sviluppato a sufficienza.

La mente della Vittima è bloccata in un turbinio di paure, terrore o disperazione, con nessuna percezione di potere o di forza. E’ a tutti gli effetti una condizione psichica paralizzante, con effetti anche sul corpo. Una condizione che può far cadere in dipendenze nonché “attrarre” esperienze traumatizzanti che la rafforzano ulteriormente (divorzi, malattie, prigionia, fallimento economico-finanziario, …).

In qualche misura siamo tutti vittime. Quanto lo siamo dipende da quanto permettiamo all’energia di fluire attraverso di noi piuttosto che trattenerla. Come Vittime ci deve sempre essere un cattivo, qualcuno o qualcosa che ti ha fatto qualcosa; tuttavia i cattivi da temere di più sono i nostri pensieri, le nostre emozioni negative e le nostre paure.

Tipologie di Vittime

  • Il Paziente – sempre malato e desideroso di attenzioni, non si assume la responsabilità della guarigione
  • Lo Zerbino – si lascia usare, rivendica amore, sostegno, accettazione e amicizia
  • Il Prigioniero – non può sfuggire alla schiavitù, chiama vendetta, anela giustizia e il diritto ad essere arrabbiato o risentito ma non fa nulla per cambiare veramente il suo stato.
  • Il Nascosto – ama nascondersi dietro le proprie inadeguatezze e la presunta mancanza di fiducia come scusa per non fare qualcosa
  • L’idiota: si presenta a tutti come poco intelligente per evitare responsabilità
  • Il complice: si lascia manipolare, abituato a chiedere pietà, con una particolare capacità di incolpare gli altri per qualsiasi cosa
  • Il Lamentoso – si lamenta sempre, cerca in modo spasmodico vicinanza, empatia, attenzione e sostegno
  • Il Robot – vittima di schemi passati e di programmazione “così l’ho sempre fatto“, può diventare disconnesso, giudicante e altezzoso
  • Il Debole – sopraffatto, si sente impotente, soffre di inazione e confusione, chiede sempre soccorso e aiuto
  • Il Mendicante – costantemente preoccupato per la scarsità, qualunque aspetto della sua vita è una questione di soldi, cerca di ottenere qualunque cosa al minimo costo, spesso elemosina denaro o beni materiali
  • La Vittima Virtuosa – “deve” sopportare prove e tribolazioni, afflizioni e disgrazie, spesso puritano, avere una vita difficile è il suo destino percepito. Brama rispetto, ricompense, fama, adulazione e complimenti. Ma allo stesso tempo si mantiene in una condizione di scarsità per rimanere coerente con il suo destino.

La via di uscita: evolvere verso l’archetipo della Madre.

La Vittima può uscire dal proprio stato cominciando a percepire di avere una chance. Tutti noi abbiamo la possibilità di scegliere. Il dove, il quando e il come sono spesso il risultato di come percepiamo noi stessi, per cui il cambiamento delle condizioni esterne comincia sempre da un cambiamento interiore. Essere onesti circa i propri sentimenti, riconoscerli e accettarli, è il primo passo.

In particolare l’evoluzione è più rapida se la Vittima prende a riferimento l’archetipo della Madre…

L’archetipo della Madre e i passi principali della transizione da Vittima a Madre saranno gli argomenti sviluppati nel prossimo post.


Sono aperte le iscrizioni al week-end intensivo esperienziale “Archetipi per evolvere: da Vittima a Madre di sé stessi”


Come crescere i bambini con rispetto e fiducia.

Nella mia attività di counseling olistico ho spesso a che fare con persone adulte che lamentano difficoltà nelle relazioni con altre persone, che fanno fatica ad affermarsi, che non riescono a gestire o ad esprimere le proprie emozioni.

Molte di loro hanno dei blocchi emotivi associati a ferite emozionali riconducibili all’infanzia. In altri post avevo già riportato che almeno il 90% dei traumi e microtraumi che causano la formazione di blocchi emozionali nel nostro sistema energetico, risalgono ai primi 5 anni di vita. A volte si tratta di episodi di una certa gravità (p.e. abusi sessuali), più spesso di comportamenti dei genitori che per molto tempo sono stati considerati “normali” se non addirittura necessari per educare un figlio. Ecco allora che era considerato accettabile schiaffeggiare, sculacciare, cinturare se del caso. Oppure urlare e minacciare i figli con un linguaggio più o meno colorito. O indirizzare relazioni, attività da svolgere, a volte l’intero progetto di vita dei propri figli, nella direzione ritenuta congrua dai genitori, sulla base di valori come la posizione sociale, l’immagine della famiglia e così via.

Ancora oggi alcuni di questi comportamenti sono diffusi persino tra gli educatori. Ancora oggi si tende a pensare che il bambino di 3 o 4 anni possa “manipolare” i grandi o “fare il furbo”, cosicché il pianto è un capriccio da sopprimere, magari con un urlo piazzato a dovere.

Purtroppo l’effetto di questa repressione danneggia il bambino, che può trarre da queste esperienze convinzioni svalutanti su sé stesso e sulle emozioni. Richiamo di seguito alcuni altri miei contributi in modo da non risultare ripetitivo rispetto a chi mi segue già, né da appesantire ulteriormente un post che si preannuncia piuttosto articolato.

Per quanto premesso la maggior parte di quanto esposto in questo post trova applicazione nei bambini di tenera età, diciamo fino ai 5-6 anni. Ma i concetti portanti del metodo valgono per tutte le età, vanno solo adattati progressivamente con il crescere del bambino (o bambina, da ora in poi userò per semplicità solo il riferimento maschile ma non c’è alcuna differenza tra bambini e bambine).


Ho descritto il meccanismo di formazione dei blocchi emotivi e il processo di creazione delle convinzioni autosabotanti in una pagina del mio sito, ecco il link:

… mentre per leggere come nascono le convinzioni autosabotanti nei bambini, in conseguenza del cosiddetto making sense process, con alcuni esempi reali, clicca quest’altro pulsante


“(…) Un bambino, invece, è un libro bianco. Spesso siamo noi adulti che vi scriviamo sopra pagine buie. Tonnellate di pagine di letteratura psicologica ci spiegano che eventi che possono sembrare ordinari per un adulto, possono invece causare dei traumi a un bambino. Il trauma è tanto più profondo quanto più intensa è la sensazione di minaccia, per sé stesso o per uno dei suoi genitori, e quanto più intensa è l’emozione provata nell’occasione. Vari studi hanno messo in luce meccanismi in base ai quali i bambini più piccoli, che ancora non hanno ben sviluppato la percezione di separazione tra sé stessi e l’ambiente circostante, si fanno carico degli eventi negativi sviluppando un senso di colpa. Anche quando è evidente che non sono loro la causa, possono però auto-accusarsi per non aver prevenuto eventuali episodi successivi al primo, sviluppando anche un crescente senso di vergogna e di inadeguatezza.” (dal blog VivereLaVita)

Negli ultimi anni, mia moglie e io abbiamo preso sempre di più coscienza di questi meccanismi. Abbiamo studiato e analizzato approcci educativi più appropriati e, infine, ci siamo creati l’opportunità di metterli in pratica con l’ultimo arrivato tra i nostri figli, che oggi ha tre anni. In questo post descriverò il nostro approccio, che è basato soprattutto sul Respectful Parenting di Magda Gerber.

Magda Gerber (1 novembre 1910 – 27 aprile 2007) è stata un’educatrice statunitense specializzata in prima infanzia, ed è nota per aver insegnato a genitori e caregiver come comprendere i bambini e interagire con loro rispettosamente, fin dalla nascita.

Riporto qua sotto l’infografica del nostro approccio, con l’avvertenza che essa, pur essendo quasi per intero basata sui concetti principali del Respectful Parenting, costituisce una nostra autonoma rielaborazione e schematizzazione del metodo. Inoltre abbiamo integrato nello schema anche qualche concetto della cosiddetta Disciplina Dolce, un filone educativo basato sul rispetto, il frequente contatto fisico e la comunicazione non violenta.

Rispetto e fiducia alla base del rapporto con il nostro bambino.

Tutto quello che sto per scrivere ha un presupposto: ogni bambino è unico, ha proprie tendenze e propri talenti fin dalla nascita. E ha anche una grande capacità di apprendimento, delle emozioni (che magari non esprime ai nostri occhi, oppure le esprime a suo modo) e dei suoi pensieri specifici, che seguono però un modello intuitivo e non linguistico come è invece quello degli adulti. Insomma una persona completa che può provare gioia ma che può essere anche ferita da determinati comportamenti. Accantoniamo quindi il vecchio schema del “tanto non capisce” perché non corrisponde alla realtà. Certamente le capacità di ragionamento logico-analitico sono limitate e dovranno svilupparsi nel tempo, ma abbiamo a che fare con una persona che mostra determinate inclinazioni, che ha sue preferenze, cose che gradisce e cose che non gradisce.

Il nostro obiettivo è valorizzare il bambino e non quello di addestrarlo (…forse stai pensando che avrei dovuto scrivere “educarlo”?). Valorizzarlo significa permettergli di essere la migliore versione di sé stesso e non una nostra minicopia.

Valorizzarlo significa che tutti i nostri sforzi sono volti a renderlo competente, curioso, premuroso, cooperativo, sicuro, pacifico, concentrato, intraprendente, pieno di risorse, coinvolto, centrato, consapevole e interessato. E magari anche di più, puoi aggiungere altri aggettivi se vuoi (suggeriscili con dei commenti a questo post).

Attenzione! Se non avrai fatto tue queste premesse sarà difficile applicare questo metodo. Sarebbe un esercizio di scarsa efficacia perché nei momenti di stress e di difficoltà cederesti ai tuoi istinti. Del resto siamo umani. E’ necessaria una profonda motivazione e questa deriva solo dal credere/sapere che ciò che ho appena scritto vale anche per tuo figlio. Permettiti di percepire che il cucciolo che si è affidato a Te ha tutte le caratteristiche di cui abbiamo parlato. Dedica quindi un adeguato tempo iniziale a riflettere e a sentire come tuoi questi presupposti.

Le componenti principali dell’approccio educaring sono RISPETTO e FIDUCIA.

Il RISPETTO deve essere lo stesso che riserveresti a un qualunque altro tuo caro adulto. Picchieresti tua madre o tuo padre? Presumo di no. E allora perché farlo con Tuo figlio? La prima componente del rispetto dovrà essere infatti la totale assenza di qualsiasi forma di violenza. Né fisica (schiaffi, sculacciate, buffetti, strattonate, ecc.), né verbale (minacce, insulti…), né paraverbale (urla, mimica aggressiva o minacciosa, ecc.). Se riuscirai in questo avrai fatto già il 50% del lavoro perché avrai ridotto al minimo la probabilità di indurre, spesso involontariamente, quei blocchi emozionali di cui parlavo all’inizio del post.

Un altro importante ingrediente del rispetto è la nostra disponibilità a garantire al bambino la piena libertà di espressione delle emozioni. Anche di quelle “negative”, certamente. La corteccia prefrontale dei bambini non è ancora sviluppata (pare che raggiunga un grado di maturazione adeguato intorno ai 20 anni!), quindi il bambino non è in grado di riconoscere il suo stato emotivo e di uscirne volontariamente. Di conseguenza non è in grado di interrompere prontamente né una crisi di pianto né un accesso di rabbia. Qualcuno obietterà che un urlo piazzato al momento opportuno può riuscire a calmare il bambino. Risposta: in questo modo abbiamo solo sovrapposto un’altra emozione, quella del terrore, all’emozione originaria. Con i danni, potenziali, che ho già descritto. Viceversa, la strategia più rispettosa è quella di accettare l’emozione, consolare il bambino e mostrarsi partecipi, lasciandola fluire. Un’emozione che fluisce liberamente, (vale anche per gli adulti), attraversa il sistema energetico del piccolo senza ostacoli e poi si esaurisce rapidamente. In questo modo il bambino impara a considerare naturali le sensazioni associate all’emozione senza attribuire ad esse nessun disvalore: né sensi di colpa, né vergogna, né paura. Essere disposti a permettere il libero fluire delle emozioni non è facile. Sentiti pure un super-eroe o una super-eroina, perché se avrai avuto successo in certi momenti lo sarai a pieno titolo. Può capitare ad esempio di essere morsi o picchiati dal bambino in crisi. E’ del tutto naturale e ciò non significa affatto che il bambino ci odia. Tutt’altro. Sta solo esprimendo un disagio con i mezzi che gli permette l’attuale stato di sviluppo della corteccia prefrontale. In sostanza è il cervello rettile che per un pò prende il comando della situazione, esprimendosi in un modo che può infastidire il genitore inconsapevole e provocare la sua reazione irrazionale/istintiva.

Ultimo elemento inserito nell’infografica sotto la voce “RISPETTO” è l’autenticità della comunicazione. Sì è vero che i neonati e i bambini piccolissimi in genere, gradiscono toni flautati, lirici, delicati. Ma ciò non significa che dobbiamo sempre parlare col bambino emettendo suoni vocalici. Soprattutto: non rinunciare a un dialogo vero, nel quale parliamo con le nostre parole, esprimendo magari concetti che ancora non sono alla portata del piccolo. La comunicazione non è fatta solo di parole e quella che è più vicina ai piccoli è la comunicazione emozionale. Usare le “nostre” parole ci consentirà di emettere verso il bambino l’energia emozionale che noi associamo a quelle parole. Il bambino potrà quindi percepire il nostro sentire autentico, imparando a riconoscere il nostro stato d’animo e a connettersi con i genitori in modo più profondo. Una comunicazione autentica contiene in sé un messaggio implicito: “ho fiducia in te e mi apro completamente nei tuoi confronti”.

Il RISPETTO è anche altro, l’infografica del resto ha uno spazio limitato e sono sicuro che avrai molto da aggiungere. Certamente, rispetto implica anche il non sentirsi superiori al bambino. Il fatto che momentaneamente il bambino abbia della facoltà logico-analitiche inferiori alle nostre non deve indurci a pensare che noi siamo in assoluto “superiori”. Certamente la sua conoscenza del mondo è minima. Dovrà apprendere, dovrà soprattutto fare esperienza della realtà materiale. Dovrà “ricordare” una serie di nozioni. Tutti ci siamo passati. Non per questo il nostro valore era inferiore. Probabilmente però avremo incontrato decine di persone che ci hanno considerati mocciosi ignoranti(…) Lascia perdere (…), la storiella della “ruota che gira” è fatta per chi è destinato a permanere nello stato della vittima. La “vittima” deve infatti trovare qualcuno che è “più vittima” di lui/lei per avere un suo effimero momento di riscatto. Ti è capitato mai di incontrare bambini più grandi del Tuo che ad un certo punto escono con dichiarazioni tipo “lui porta ancora il pannolinoooo… Ah, ah, io sono grande non lo porto più!” con tono ironico? Sappi che hai incontrato un bambino che è stato spesso umiliato, allo stesso modo, dai suoi caregiver di riferimento. Una vittima insomma.

La FIDUCIA si esprime consentendo al bambino di apprendere progressivamente a fare da solo ciò che lo riguarda. Fiducia può significare quindi permettere al bambino di provare a mettersi le scarpe, ben sapendo che non ci riuscirà. Significa permettergli di scegliere le attività di gioco che preferisce in un dato momento. Significa lasciarlo esprimere liberamente nel gioco. Ha messo un elemento rosso in mezzo ai verdi? Lascialo fare, osserva e basta. Arriverà il momento giusto per insegnargli a dividere gli elementi per colore, per forma o per grandezza. Troverai questo momento giusto nelle pause, nei suoi momenti fisiologici di noia, in quelli nei quali sarà lui a chiederti di interagire. Intervenire costantemente per correggere ciò che ai nostri occhi è un errore non lo aiuterà a conquistare autostima e indipendenza. Tutt’altro! Nell’osservarlo chiediti anzi perché ha messo quell’elemento rosso in mezzo ai verdi. A volte la creatività si esprime in forme del tutto estranee ai nostri schemi. Spesso siamo noi che impariamo qualcosa di nuovo.

I tre concetti associati alla fiducia, nella grafica che ho proposto, sono quindi: a) libertà di sperimentazione, b) partecipazione alle attività di accudimento, c) libertà di giocare come gli va e quanto gli va. Per quanto concerne la libertà di sperimentare è chiaro che essa richiede che a un certo punto venga proposta al bambino una soluzione. Lasciarlo provare per mezzora a infilarsi una scarpetta senza infine aiutarlo non è funzionale. Se possibile dovremmo essere presenti durante le sue prove, mostrando pazienza e supporto silenzioso. Poi, quando avremo giudicato come congruo il numero di prove oppure sempre ai primi segni di frustrazione del bambino, potremo intervenire con dolcezza e mostrargli come si fa, facendolo insieme. La sensazione di aver collaborato, che sia più o meno corrispondente al vero, è qualcosa che è molto gratificante per il bambino.

Egli si sentirà infatti protagonista attivo della sua vita e si predisporrà a diventare un responsabile co-creatore della propria realtà, piuttosto che una vittima in balia del fato.

E’ per questo che potremo stimolarlo a partecipare alle attività di accudimento. Potrebbe infilare i tubetti delle cremine nel contenitore, o, se più abile, avvitarli. Potrebbe andare a prendere una seggiola da sistemare sotto al lavabo prima di lavargli le manine. Potrebbe spostare alcuni oggetti leggeri dal carrello al nastro quando siamo al supermercato. Potrebbe partecipare attivamente nel mettere a posto i suoi giochi o nel pulire il suo tavolino. Non a caso ho citato tutte attività che compie abitualmente e spontaneamente il nostro piccolo di tre anni (ah, la routine!).

Un bambino che gode della fiducia dei genitori e partecipa attivamente alle attività diventa rapidamente competente, sicuro nel suo ambiente e soprattutto proattivo. Qualche giorno fa, stando al parco qualche ora dopo una pioggia, dopo aver detto a mio figlio che le altalene erano bagnate e che non avremmo potuto usarle, l’ho visto andare a raccogliere più foglie secche e poi usarle per asciugare l’altalena. Non ho potuto esimermi dall’aiutarlo e poi farlo dondolare. Era orgoglioso e felice.

Le altre componenti del nostro modello educativo: amore, osservazione, dare l’esempio.

Sembra scontato, e quasi certamente lo è. L’amore incondizionato è importantissimo in questo schema. Senza amore non riusciremmo ad assicurare rispetto e fiducia. Ci sono infatti momenti critici, fonte potenziale di stress, che sollecitano le nostre immancabili debolezze e che possono essere superati solo grazie all’amore incondizionato. L’approccio della Disciplina Dolce in particolare, sostiene il contatto emotivo e fisico come fattore basilare per la crescita psico-fisica dei piccoli. Si parla in questo caso di Alto Contatto, tra i cui principi troviamo il nutrire con amore e rispetto, mantenersi quanto possibile sereni ed empatici, offrire senza alcun limite affetto e contatto fisico (abbracci, carezze e quanto altro richiesto e che è nelle nostre corde), assicurare un sonno tranquillo (nel lettone tutte le volte che è necessario, intervenire se ha freddo, se ha paura, ecc.), una cura costante-coerente-amorevole, equilibrio personale (un genitore sereno è la prima risorsa per il bambino).

L’osservazione è un altro fattore importante. Con l’osservazione riusciamo ad apprendere le propensioni del bambino, i suoi potenziali talenti, le sue preferenze, le sue paure, i suoi disagi. Osservare senza giudizio e senza pregiudizio ci permette di acquisire informazioni utilissime. Alla lunga ci fa sentire ancora più vicini, emotivamente, al piccolo. Riusciamo infatti a cogliere la sua unicità. E quindi sarà per noi ancora più speciale.

E non ci dimentichiamo di dare l’esempio. Anzi, dovremmo ESSERE esempio. L’apprendimento dei bambini è soprattutto una conseguenza del modo nel quale mostriamo loro come sappiamo stare al mondo. Il modo nel quale ci rapportiamo agli altri, come ci esprimiamo, le azioni che mettiamo in atto… Osservandolo attentamente ci accorgeremo delle tante piccole cose che non abbiamo mai detto ma che il bambino ha appreso osservandoci a sua volta. A volte non sono cose che avremmo voluto insegnare, per la verità. E questo ci spinge a cogliere l’occasione per perfezionarci. Per esempio, se vogliamo un bimbo educato dovremo dare l’esempio mantenendoci educati in tutte le circostanze (sì, anche alla guida, … LOL). Se vogliamo un bambino sicuro nei rapporti coi coetanei, siamo noi per primi che dovremmo mostrarci sicuri nelle relazioni con gli altri genitori, con i vicini, con i parenti, eccetera. Se vogliamo che nostro figlio saluti gioiosamente, noi per primi possiamo farlo con le persone che incontriamo. In alcune zone del Centro Italia si dice “da fico nasce ficuzza“, il che equivale a dire che ogni bambino finisce con l’assumere gli atteggiamenti dei propri genitori. Sta a noi spezzare questa catena, se riteniamo che sia importante farlo.

Nell’infografica c’è anche un rettangolo dedicato all’ambiente sicuro. E’ molto importante, infatti, che il bambino possa muoversi liberamente in un ambiente privo di pericoli significativi. Naturalmente, ogni casa è fonte potenziale di pericoli: spigoli, prese della corrente, ostacoli vari… Vale la pena spendere un pò di energie per modificare l’ambiente, anche temporaneamente, e renderlo a misura di bambino. A partire da un certo punto in poi il bambino si muoverà in casa come una scheggia impazzita. Lasciamo che corra e salti come vuole ma per la nostra tranquillità bonifichiamo prima gli ambienti che frequenta più spesso. L’alternativa è imporre dei limiti. E questo andrebbe a penalizzare il diritto del bambino a muoversi liberamente, diritto associato soprattutto alla fase di sviluppo del secondo chakra, quindi dai sei mesi ai due anni e mezzo circa.

Chi vuole saperne di più può contattarmi via mail o cercare in rete con le parole chiave “respectful parenting” o “disciplina dolce“. Ci sono molti altri aspetti che non ho trattato ma che fanno parte di questi approcci, come per esempio: l’abbandono della logica premi-punizioni, come fissare regole e farle rispettare (educaring non significa permissivismo né lassismo!), come gestire i conflitti, risposte ai dubbi più comuni che esprimono diversi genitori su questo metodo (vizierò mio figlio? R. “No!”; mostrarmi debole mi renderà manipolabile? R. “No! Amore ed empatia non sono sinonimi di debolezza, anzi…”; mio figlio si troverà in difficoltà una volta che entrerà in un mondo regolato ancora da altri valori? R. “No! Anzi avrà immagazzinato le risorse necessarie per essere resiliente”; Dire sempre di sì non è sbagliato? R. “E’ sbagliato nella misura in cui non mi sto veramente sintonizzando con i bisogni del bambino o nella misura in cui non sono coerente con i confini e con le regole che voglio siano rispettate. Infatti non devi dire sempre di sì, non è questo ciò che richiede la disciplina dolce. Dirai di no quando serve, ma amorevolmente.”).

L’autore

Ricercatore esperto di studi sociali e sui mercati, formatore, counselor e operatore olistico nonché Theta Healing Practitioner®, si occupa da oltre 20 anni di ricerca interiore, della natura dell’essere umano e del suo rapporto con tutto ciò che lo circonda.

Docente dell’Accademia Opera, autore di corsi online, webinar e seminari, blogger, ha perfezionato negli anni un approccio olistico integrato per l’autorealizzazione e per la conoscenza di sé stessi e delle proprie convinzioni auto-sabotanti.

Come counselor/operatore olistico offre un supporto a 360° per per diventare co-creatori della propria realtà, secondo una strategia che include quattro aspetti complementari: – individuare la chiamata, ossia quell’anelito verso il quale ci sentiamo irresistibilmente attratti e che vogliamo portare a compimento, attraverso l’atteggiamento del vivere con intenzione e scopo; – rimuovendo quegli ostacoli che noi stessi frapponiamo tra noi e le nostre aspirazioni, a volte con veri e propri autosabotaggi, a causa di blocchi emozionali e convinzioni limitanti; – imparando ad accelerare la manifestazione nella propria vita dei propri desideri ed obiettivi; – imparando a raggiungere e mantenere uno stato generativo, ossia quello stato di coscienza nel quale diamo il meglio di noi stessi e siamo in uno stato di benessere olistico.

Il demone dell’illusione

Viviamo indubbiamente in una fase di passaggio, caratterizzata da pesanti tensioni, conflitti, trasformazioni. Una fase di intensa dualità, nella quale ci si divide ferocemente su molti fronti e per molti motivi. Ogni fazione (dal latino factio, =fare comune; la fazione è quel gruppo che si associa per fare qualcosa insieme) riversa sulla controparte odio, rabbia, insulti. In qualche caso si arriva anche a episodi di violenza fisica, i quali contribuiscono a esacerbare ancor di più il clima e i sentimenti negativi. Chi vive intensamente la propria “appartenenza” a una fazione tende ad attaccarsi alle proprie idee, identificandosi completamente con esse. Ecco, quindi, che ogni opinione o pensiero diverso dal proprio è percepito come un’aggressione subita. Ecco, quindi, che ogni argomento proposto dal “nemico” è considerato falso, subdolo, minaccioso e come tale va contrastato in qualsiasi modo, anche in modo apertamente capzioso (/fazioso, appunto…). Come in ogni “guerra”, ogni mezzo è considerato lecito per eliminare la controparte, cosicché ognuno attacca strumentalmente, o meno, qualunque ragionamento degli “altri”.

In queste condizioni è facile cadere preda di visioni estreme, di vere e proprie illusioni.

Ma prima di addentrarci nel tema dell’illusione, che ho scelto non a caso per il post odierno, vorrei illustrare quale è il mio pensiero generale sulle opinioni e sul modo di vedere il mondo. In estrema sintesi…

La “realtà non esiste. Non esiste una sola realtà.

–.

Una, cento, mille realtà

La realtà non esiste. E’ una affermazione forte, in qualche modo di difficile comprensione. Noi siamo reali, il nostro corpo è reale. Possiamo toccarlo, pizzicarlo…, ahi! Io Ti vedo, Tu mi vedi. Se getto una pallina dal secondo piano questa cadrà inesorabilmente di sotto, magari frantumandosi o rimbalzando e questo dipende dal materiale e dalla foggia della pallina. E’ così per tutti, tutti noi ci aspettiamo che accada. E allora? Come pensare che tutto questo sia una nostra costruzione?

Certamente è dura da digerire. Ma non dimentichiamoci che tutti i nostri giudizi sul mondo materiale sono frutto del modo nel quale possiamo conoscerlo. Attraverso i sensi e poi con l’analisi logico-razionale.

Il primo passo verso “La “realtà non esiste. Non esiste una sola realtà.” l’ho fatto con lo studio della PNL (Programmazione Neuro-Linguistica). La mappa personale del mondo, la piramide di Dilts (vedi figura successiva), eccetera, eccetera. In sintesi: ognuno di noi si crea la sua personale mappa del mondo, frutto di una lenta costruzione di un sistema piramidale, appunto, a più livelli, guidato dal “chi voglio essere” e dal “chi sono“, che però viene costruita dal basso (e quindi anzitutto a partire dagli stimoli ambientali e le esperienze concrete, soprattutto quelle relative alla prima infanzia e all’adolescenza).

Piramide di Dilts

Una volta che la nostra mappa del mondo è consolidata abbiamo un nostro personale modo di interpretare gli eventi e di reagire ad essi, con conseguenti comportamenti e azioni. Nessuno di noi ha una mappa del mondo uguale a quella di un altro individuo. Ogni mappa è unica. Possiamo dire che ognuno vive nel “suo” mondo secondo la PNL? Senz’altro sì, e questo è già sufficiente per porci una serie di domande:

  • Qual’è la migliore mappa del mondo? … E’ la mia? … E perché?
  • Esiste una mappa del mondo migliore delle altre?
  • E se avessi “torto”?
  • E se la mia visione fosse distorta?
  • (…)

Ecco quindi che già la conoscenza di questo concetto base della PNL dovrebbe aiutarci a comprendere che esistono milioni o miliardi di modi diversi di vedere il mondo. Certamente su un certo argomento le opinioni tendono a polarizzarsi (trovatemi però due persone che la pensano E-SAT-TA-MEN-TE allo stesso modo su un certo argomento …), ma ognuna di queste opinioni può essere “sbagliata”. Sono solo opinioni. Tutte sullo stesso piano in termini di valore. Attenzione! Anche le opinioni di minoranza hanno la stessa dignità delle altre. Il fatto che la “maggioranza” la pensi in un certo modo non assicura che tale opinione sia migliore in valore assoluto. E’ solo quella preferita, in un certo momento storico e in determinate condizioni (a volte illusorie, si pensi all’ascesa del nazismo…) dalla cosiddetta “maggioranza”.

Il secondo passo, quello decisivo, verso la conclusione “La “realtà non esiste. Non esiste una sola realtà.” è dovuto alle mie approfondite e appassionate letture delle opere di Barbara Ann Brennan, uno dei riferimenti principali della mia attuale mappa del mondo. In particolare quelle sulla quarta dimensione del nostro essere multidimensionale.

La quarta dimensione energetica è quella che va oltre al mondo fisico e alla realtà materiale. E’ qualcosa che fa parte di noi, precisamente la parte trascendente del nostro campo aurico, dal quarto livello in sù. Comprende quindi la sfera delle relazioni (Idee e convinzioni sul valore personale e sui rapporti interpersonali), la nostra volontà superiore (insieme delle possibilità percepite, scelta delle nostre credenze, verità e realtà), i nostri sentimenti superiori (pensieri su noi stessi, grado di accettazione di sé, ecc.) e il nostro modo unico di essere divini e identificarci con la Sorgente creatrice di tutto ciò che è (ognuno la chiami a suo modo, in base alle proprie convinzioni, religiose o non).

Ebbene, nella quarta dimensione ognuno di noi “abita” in “territori” determinati non da coordinate geografiche bensì dai suoi pensieri e dalle sue credenze. Nella quarta dimensione gli oggetti più comuni sono le forme-pensiero, aggregati energetici che contengono idee o, appunto, “pensieri”. E le forme-pensiero rispondono alla Legge di Risonanza, cosicché attraggono forme-pensiero a loro simili, che tendono ad aggregarsi insieme. Ogni individuo tende pertanto ad “abitare” in territori della quarta dimensione dove ci sono le forme-pensiero che più gli piacciono. Qua trova individui a lui simili, di conseguenza anche nella realtà fisica tenderà ad attrarre persone ed eventi correlate con le forme-pensiero a lui (/lei) gradite, avendo una serie di “conferme” che rafforzeranno o confermeranno le sue credenze. E’ il gatto che si morde la coda.

Ecco perché non c’è apparentemente, possibilità di dialogo tra due persone che sostengono fazioni opposte e che vivono intensamente la loro appartenenza.

Il ruolo del sesto chakra

Il sesto chakra corporeo, anche detto “terzo occhio“, è situato come noto in corrispondenza della ghiandola pineale, quindi all’incrocio delle linee ideali che partono dal centro della fronte, poco al di sopra del naso, in orizzontale verso il cervello, con la linea verticale che scende dalla parte superiore del cranio verso il cervello.

E’ il chakra della visione, del “comando” (inteso come direzione impressa alla propria vita). È qui che si raggiunge l’integrità e l’integrazione della personalità. Quando equilibrato è caratterizzato dalla sapiente unione di opposti, intuizione, saggezza, chiaroveggenza, visualizzazione, fantasia, concentrazione, determinazione, auto-iniziazione, potere di proiezione e comprensione del proprio scopo. Padroneggiare il Sesto Chakra significa non essere mai confuso da nessuna delle polarità della vita ed essere in grado di leggere tra le polarità, tra le righe.

Purtroppo non è sempre così. Quando il sesto chakra riceve o metabolizza poca energia, allora l’individuo prova confusione, depressione, rifiuto della spiritualità e iper-intellettualizzazione. Quando l’energia è troppa, viceversa, si originano e si alimentano ossessioni e illusioni.

L’illusione è il “demone” del sesto chakra. Ecco quindi che quello che doveva essere il luogo energetico nel quale l’ego spirituale diventa più forte, trasforma invece la chiarezza e la concentrazione in illusione. Illusione e superiorità spirituale: ovvero la convinzione di essere “migliore di…“, “sapere più di…“, o di “aver capito più di…“. Quindi, esattamente l’opposto di ciò che riguarda il percorso dell’autorealizzazione. Quando incontrate qualcuno che vi dice, o dice ad altri, che vi dovete “svegliare“, che “non capite…“, e che lui/lei sa e conosce cose che solo pochi illuminati hanno scoperto, con la massima compassione e il più grande amore che possa sgorgare dal vostro cuore, considerate la possibilità (POS-SI-BI-LI-TA’, mai certezza…) che sia preda di un’ossessione e/o di una illusione.

Illusione e attaccamento

Le ossessioni fissano una quantità insolita di energia su un particolare problema, assemblando elaborate illusioni attorno a un tema centrale. Quando rimossi dalla connessione radicata del primo chakra, i chakra superiori girano selvaggiamente, come un motore con la frizione disinnestata: in sostanza molta attività ma senza movimento in avanti. Più investiamo in un’illusione, più è difficile lasciarla andare. Sigillati, siamo intrappolati in cicli ripetitivi che ci impediscono di accedere alla vera comprensione.

Osho, tra le altre e tante cose, ci ha detto: “Ogni persona vive circondandosi di illusioni. Solo Dio sa tutto quello di cui ti fai carico. E’ tutto falso, … Maya! Sembra, solo, vero. Ma non lo è. Lo credono solo quelli che vogliono crederlo. Se guardi attentamente, Ti accorgerai che la valigia (che Ti porti sempre dietro, – ndr) è vuota. Non c’è niente dentro. I saggi dicono che le Tue illusioni e gli attaccamenti, il Tuo Ego, si organizza in circoli concentrici. Il Tuo mondo illusorio è il cerchio più grande che Ti circonda. Dentro ad esso c’è poi il cerchio degli attaccamenti e dei desideri. Al centro di tutto c’è l’Ego e tutti i cerchi hanno l’Ego come punto centrale. Sono tutte estensioni dell’Ego (…)

E allora?

Per mia formazione (sono laureato in Scienze Statistiche e ho studiato a fondo il calcolo delle probabilità e varie discipline collaterali), sono portato a non considerare nulla seccamente e assolutamente VERO o FALSO.

Vivo nel dubbio in un mondo di probabilità. Nulla è assolutamente certo, né assolutamente falso.

Assumere una meta-posizione, elevarsi al di sopra…, vedere dall’alto e con distacco…, perseguire l’unità piuttosto che la divisione e la dualità…, sicuramente aiuta. E’ una strada difficile da percorrere, perché le sollecitazioni sono tante, ma sono convinto che sia la strada giusta per chi vuole fare un salto quantico sul suo percorso animico.

Il tutto saldamente ancorato alla propria missione percepita di vita, all’Amore, ai propri talenti, unici.

Sia chiaro che questo non è un invito a isolarsi dal mondo, a esprimere idee e pareri. Solo a guadagnare libertà. E con questa libertà, anche affermare chiaramente la propria verità diventa un gesto più potente.

Grazie! Sono graditi commenti.

Apprezza il genio che è in Te

La creatività e la genialità fanno parte del corredo naturale di ogni essere umano, anche se in gran parte nascoste e sepolte sotto la polvere dell’odio di sé.

Eppure se guardiamo indietro nella nostra vita, possiamo senz’altro ritrovare momenti di sublime creatività. La nostra genialità è solo in attesa di manifestarsi, naturalmente in ognuno di noi a suo modo, secondo le attitudini individuali. Nel suo manifestarsi la creatività sembra quasi scaturire da fuori. Attingiamo in effetti alla forza dell’Intenzione universale, a quelle scintille di intuizione che appaiono per lo più inspiegabili.

La creatività pura è umile e totalmente sganciata dall’Ego. Non consiste necessariamente nel fare qualcosa, né richiede una manifestazione materica. Essa è energia di luce e può rimanere così, sospesa tra l’essere e il non essere. In effetti le vibrazioni più elevate esistono anzitutto nella realtà della cosiddetta quarta dimensione. E quelle della creatività non possono essere scisse dalle frequenze della fiducia, dell’ottimismo, del rispetto e dell’apprezzamento (per sé stessi e per gli altri), della gioia e dell’amore.

Eh, sì, anzitutto la fiducia. Fiducia in noi stessi e nelle nostre buone qualità. Solo permettendoci di avere fiducia potremo lasciar scoccare la scintilla creativa. Viceversa, se lasciamo che il dubbio prevalga allora saremo indotti a rinunciare in partenza, o peggio ancora in corso d’opera.

“Non ho mai fatto nemmeno una delle mie scoperte attraverso il processo del pensiero razionale.”

— Albert Einstein

Programma in dieci passi per trasformare l’intenzione in realtà

  • Riconoscere verso sé stessi di essere un Genio (“Io possiedo un dono esclusivo [quale?] da elargire al mondo e all’umanità, e sono un essere unico “)
  • Impegnarsi a riconoscere e ad ascoltare con più attenzione le intuizioni interiori (a volte giudichiamo sciocche e bislacche le nostre intuizioni, e così le lasciamo morire, accontentandoci del poco o rimanendo nella nostra zona di comfort)
  • Passare immediatamente all’azione (anche con piccole realizzazioni, ma che lascino un segno concreto della grande idea che è in noi e che cerca di farsi strada)
  • Considerare validi e degni di nota tutti i pensieri al riguardo delle nostre capacità e dei nostri interessi (a volte per preservarli è utile tenerli per noi, almeno fino a quando non avranno acquisito quella forza e quella fiducia che li renderanno inattaccabili)
  • Allinearsi con la nostra spiritualità (abbiamo già visto come la creatività pura scaturisca dal potere dell’Intenzione: non c’è spazio per il genio laddove prevalgono vibrazioni di dualità, come paura, odio, giudizio…)
  • Rimanere umili (contempliamo le nostre intuizioni sapendo che esse non sono necessariamente “nostre”, ma che esprimono invece l’intenzione universale; a noi spetta solo di permettere all’intenzione creatrice di attraversarci e di riversarsi nella realtà materiale)
  • Accompagnare all’umiltà una grande gratitudine (la gratitudine è alla scala massima delle vibrazioni positive, per cui essere grati per le nostre migliori intuizioni è una abitudine da coltivare per amplificare al massimo la nostra forza creatrice).
  • Eliminare le resistenze (è sempre il pensiero razionale che tenta di boicottare l’intuizione e la creatività, instillando dubbi e seminando i tanti “ma…” che evocano i nostri giudizi autolimitanti. Lasciando prevalere i dubbi ci impediamo di vibrare al livello richiesto per creare ciò che ci viene richiesto di creare)
  • Riconoscere e apprezzare la genialità degli altri (oltre a prestare attenzione alle nostre intuizioni, è necessario anche permettersi di onorare le tante forme di genialità espresse dagli altri, riconoscendo la bellezza che si manifesta nelle opere degli altri)
  • Eliminare obblighi inutili, semplificare (“si deve” e “bisogna” devono semplicemente sparire dal nostro vocabolario, soprattutto se servono solo a complicarci l’esistenza).

“Ci sono pittori che trasformano il sole in una macchia gialla, ma ce ne sono altri che con l’aiuto della loro arte e della loro intelligenza, trasformano una macchia gialla in sole”

–Pablo Picasso

Le tradizioni: quella linea sottile tra bellezza e schiavitù

Ci sono momenti della vita, ritmicamente scanditi dal calendario, nei quali ci immergiamo in contesti di festa collettiva o di celebrazione a volte più “severi”, austeri.

Può trattarsi di eventi di natura storica o folkloristica, oppure di determinati riti religiosi. Alcuni di essi hanno una dimensione transnazionale, altri nazionale, altri ancora, infine, di respiro regionale o cittadino.

Pensiamo al Natale o alla Pasqua. Così come al Ramadan di tradizione musulmana, al Capodanno Ebraico, al Visakha Pūjā buddista, al Pongal induista, eccetera. Oppure al Primo Maggio che ricorre proprio nel giorno in cui scrivo questo articolo. O alla Festa della Repubblica. A livello locale nella mia città si festeggiano oltre alla festa del patrono, San Valentino, altre feste la cui origine si perde nella notte dei tempi dopo una ovvia rivisitazione in chiava cristiana, come il Cantamaggio (rivisitazione di una usanza di origine celtica). Nella vicina Narni la Corsa dell’Anello, a Sangemini la Giostra dell’Arme, e così via.

Si tratta per lo più di occasioni di incontro, di atmosfere magiche, di scambio di auguri, più o meno sinceri (“(…) a Te e famiglia“), momenti di catarsi collettiva in un contesto al di là del tempo e dello spazio.

Preservare le tradizioni e tramandarle di generazione in generazione ci permette di conservare e tenere vive alcune importanti conquiste spirituali, storiche o identitarie. A volte però non sono tutte rose e fiori. In particolare, visto che di counseling mi occupo e vista la natura di questo blog, ho verificato che ci sono persone che vivono con disagio queste ricorrenze.

Persone che entrano in ansia giorni prima del pranzo di Natale e che temono di non essere all’altezza delle aspettative dei familiari. Persone che ripetono meccanicamente rituali che detestano. Persone che entrano in uno stato tutt’altro che gioioso e si sentono prigioniere di un cerimoniale che sentono distante dal loro essere.

Chi mi conosce meglio sa quanto sia stata importante Barbara Ann Brennan nella mia formazione di counselor olistico. Ebbene proprio la Brennan ha dedicato diverse pagine ai legami ancestrali, spiegando con dovizia di particolari perché a volte le tradizioni siano deleterie. Per accostarci a questo argomento dobbiamo però fare un salto ulteriore rispetto al concetto di tradizione che abbiamo delineato finora. Infatti, oltre a includere tutte le celebrazioni di tipo collettivo già citate, dobbiamo ora riconsiderare all’interno delle “tradizioni”, anche tutte quelle consuetudini tipiche della famiglia di appartenenza. Si tratta delle cose più svariate… Qualche esempio:

  • Attività lavorativa o economica tramandata da padre a figlio (p.e. avvocato padre, avvocato figlio, oppure il “portare avanti” l’azienda di famiglia …)
  • Il pranzo della domenica a casa dei nonni
  • Le vacanze trascorse insieme, magari nella casa di campagna, eccetera
  • Trascorrere rigorosamente con la famiglia determinate giornate di festa, p.e. il pranzo di Natale, il pranzo di Pasqua…
  • “obblighi” che non sono vere e proprie tradizioni ma che attengono alla classe sociale della famiglia e che possono in particolare condizionare la scelta del/della partner, il tipo di lavoro che “si può fare”, le persone che “si possono” frequentare, il tipo di casa che “si può” abitare, e così via.

Prima di andare avanti voglio precisare che molte delle cose elencate sono belle e importanti. Spesso portano gioia e alimentano dolci ricordi di condivisione, di amore e di unità.

Ciò che dobbiamo altresì considerare è che non è sempre così, e che a volte certe aspettative possono incidere in modo molto forte sul modo di esercitare il libero arbitrio di una persona, nonché sul suo umore e sul suo stato di salute. In molti casi ci possono essere forti contrasti a causa di tradizioni e consuetudini “non rispettate”, fino a episodi di violenza, anche estremi.

Di seguito svilupperò l’articolo secondo tre step, prima delle conclusioni: a) la posizione di chi è “a favore” delle tradizioni a prescindere; b) le argomentazioni di chi è “contro” a prescindere; c) gli insegnamenti di Barbara Brennan sulle radici ancestrali.

In un post successivo mi occuperò invece delle metodologie di “guarigione” dai danni delle tradizioni imposte.

Dico subito che la mia posizione è del tutto neutrale, in generale. Il focus del counselor olistico non è sul giudizio ma sul benessere. Il tema non è “tradizione sì, tradizione no”, bensì la libertà di scelta che ogni persona deve garantire a sé stessa e alle altre persone più vicine, siano esse figli, sorelle, fratelli, cugini o studenti.

Sì alle tradizioni, perché

  • La tradizione fa parte del nostro spazio sicuro, è un’area di comfort psicologico.
  • … contribuisce a sviluppare un senso di appartenenza. Riunisce le famiglie e consente alle persone di ricongiungersi con gli amici.
  • … rafforza valori come la libertà, la fede, l’onestà, una buona educazione, la responsabilità personale, una forte etica del lavoro o il valore dell’essere altruisti.
  • … contribuisce ad affermare modelli di ruolo e a celebrare le cose che contano davvero nella vita.
  • … offre la possibilità di dire “grazie” per il contributo che qualcuno ha dato nel passato.
  • … è un mezzo per creare ricordi duraturi per le nostre famiglie e gli amici.
  • … offre l’occasione di fare una pausa e una riflessione significativa su aspetti importanti della società.
  • In particolare, le tradizioni familiari generano ed educano i valori importanti nelle persone: amore per la famiglia, rispetto per le loro famiglie, cura dei propri cari, una corretta comprensione della famiglia e del suo ruolo nella vita.

In qualità di genitori, insegnanti, o più in generale in qualsiasi ruolo significativo, dobbiamo sforzarci di utilizzare ogni opportunità a nostra disposizione per rafforzare i valori e le convinzioni che ci stanno a cuore….

L’alternativa al rispetto della tradizione è dare per scontati questi valori. Il risultato è che le nostre convinzioni si indeboliranno così tanto, nel tempo, che il nostro modo di vivere ci diventerà estraneo...”

Se ignoriamo i nostri valori, un giorno apriremo gli occhi e non saremo più in grado di riconoscere il “nostro mondo”. I valori che sostengono la spina dorsale della nostra società, della nostra famiglia e della nostra fede saranno andati alla deriva per così tanto tempo che il tessuto della nostra società sarà lacerato...”

La mancata osservanza dei costumi e delle fondamenta della famiglia può portare all’indebolimento dei legami tra i suoi membri, alla distruzione dei legami familiari...”

NO alle tradizioni perché

  • La tradizione limita la libertà della persona.
  • … soffoca la crescita personale
  • … ti impedisce di essere autentico/a, di essere Te stesso/a
  • … può andare in forte contrasto con i Tuoi valori e le Tue convinzioni.
  • … condiziona in modo determinante i rapporti sociali tra membri di una stessa famiglia o di una stessa comunità.

“La tradizione può essere un punto di riferimento, ma non deve mai essere un carcere…

Gli insegnamenti della Brennan

Tu hai scelto una famiglia che ha determinati interessi, talenti, consuetudini.
Il Tuo mondo fisico e il contesto familiare sono stati attentamente considerati e "scelti" da Te prima dell'incarnazione.
Ciò include quegli aspetti di Te che Tu avevi già sviluppato come essenza dell'anima attraverso varie generazioni. Potresti essere stato il Tuo bisnonno o la Tua bisnonna, e ancora a ritroso fino a molte vite fa.
Di solito si tende a saltare diverse generazioni nello scegliere questo percorso "familiare".
Pertanto, da questa prospettiva, considera la possibilità che Tu sia stato/a, o che Tu sia ancora, il Tuo stesso guardiano o la Tua stessa guida.    (Heyoan).

Ogni persona cerca tra i suoi antenati esempi particolari di persone speciali, o che hanno avuto ruoli importanti, o fatto cose importanti. Usiamo queste notazioni storiche come strumento per affermare noi stessi, la nostra importanza, la nostra stessa esistenza. E’ un qualcosa che può darci sicurezza e delle fondamenta solide. Un qualcosa che può farci sentire orgogliosi, importanti, sostenuti. Che può farci sentire profondamente connessi agli antenati.

Ma non sempre funziona.

La Brennan ha descritto l’esistenza dei cosiddetti cordoni relazionali, che sono cordoni energetici che ci uniscono alle persone care e più in generale a tutte le persone che abbiamo conosciuto. In qualche modo anche ad anime o altri esseri che abbiamo incontrato in vite precedenti. I cordoni connettono i chakra corrispondenti delle persone collegate, per esempio il quarto chakra di una persona con il quarto chakra di un’altra. Tra familiari i cordoni si generano su tutti i chakra. Con persone meno importanti nella nostra sfera affettiva si svilupperanno invece solo i cordoni corrispondenti al tipo di legame instaurato. Per esempio se si tratta di un rapporto di lavoro si svilupperanno soprattutto cordoni tra i rispettivi chakra del plesso solare, della gola e talvolta tra i rispettivi “terzo occhio”, in base alla natura del lavoro e ai rispettivi ruoli. Attraverso i cordoni energetici scorre energia di coscienza e la connessione è rapidissima, immediata. Al di là di ogni distanza.

I cordoni possono essere in salute o meno. Quando non sono “in salute” ciò è dovuto a rapporti logori o difficili. O persino impostati in modo improprio, tanto che a volte si connettono tra le due persone chakra non corrispondenti.

Esempio di cordone sano al quarto chakra

Oltre ai cordoni relazionali esistono i cordoni ancestrali, che la Brennan chiama “radici ancestrali”. Le radici ancestrali, osservate dalla Brennan grazie alle sue capacità percettive, sono “forti, solide, nere e flessibili”.

Sono cappi che ci legano alla nostra famiglia di origine. E’ molto difficile lavorare con esse e richiedono una particolare concentrazione. Esse si dipanano dai sigilli (seals) interni di ogni chakra e scorrono attraverso la linea harica fino a sfociare nel nucleo-stella.

Attraversano quindi diverse dimensioni del nostro essere fino ad arrivare alla nostra essenza. Quando determinate tradizioni/consuetudini familiari vengono imposte con la costrizione esse si riverberano anche per più generazioni e frenano lo sviluppo culturale dei discendenti. L’intento buono di chi le impone è di salvare un patrimonio antropologico e culturale ma spesso l’effetto è proprio l’opposto: la distruzione di questo patrimonio.

Dal punto di vista energetico, quando un membro anziano della famiglia vuole assolutamente imporre una certa usanza a un membro più giovane, si strappa i propri cordoni genetici e li inserisce a forza all’interno dei chakra del giovane. Ciò accade ovviamente in modo inconsapevole, ma tant’è… Tale inserzione, secondo la Brennan, può poi replicarsi per più generazioni successive.

Ma quali sono i principali effetti negativi descritti dalla Brennan?

  • Interferenza continua con la volontà spontanea del membro giovane
  • Disturbi nella corretta percezione della realtà, che si traducono in pregiudizi, cioè il membro giovane diventa come accecato nel suo osservare i fatti per quello che sono e la realtà che lo circonda. Questa è una delle ragioni per cui diverse culture faticano così tanto a comunicare. Le tradizioni di rivalità tendono a creare “blind spots” nei chakra dei propri appartenenti che sono letteralmente non in grado di comprendere le ragioni dei rivali.

Prime conclusioni

In attesa di proseguire l’argomento con i metodi di “guarigione” delle tradizioni imposte, voglio tracciare alcune conclusioni.

  • Le tradizioni sono spesso una cosa divertente e coinvolgente. Tuttavia, troppo spesso vengono seguite senza riflettere sul motivo per cui sono state adottate inizialmente. Ne sono un esempio talune ricorrenze di origine religiosa che sono state via via commercializzate fino a disperdere lo spirito originario della ricorrenza stessa. Per esempio molti bambini (e anche molti adulti!) considerano il Natale come la festa dei regali di Babbo Natale. Così come la Pasquetta è la gita fuori porta.
  • Le tradizioni sono eventi di cui fare tesoro se aggiungono valore alla nostra vita, se sono legati a ciò che consideriamo importante perché esse sono un bel modo per collegarci al passato, se tale passato è qualcosa che vogliamo perpetuare. Ma solo se esse ci permettono di rimanere fedeli a chi siamo veramente, di risplendere e di non soffocare le nostre tante bellezze interiori.
  • Come sempre il giusto equilibrio sta… nell’equilibrio! La tradizione è un patrimonio, un modo per coltivare gli stessi valori e per stare bene insieme. Allo stesso tempo possiamo viverle in libertà, discostandocene se vogliamo farlo e soprattutto…
  • … soprattutto rispettando la libertà degli altri di comportarsi come ritengono più opportuno fare.

Quanto è importante essere ascoltati

Tra le righe di questo blog ci siamo detti molte volte che se c’è un motivo, valido per tutti, per il quale siamo scesi sulla terra, beh…, questo motivo è amare ed essere amati. Questo va al di là di ogni altro scopo, anzi, è ciò che sta dietro ad ogni altro scopo.

E per quanto riguarda l’amare e l’essere amati questo presuppone che vengano scambiati (o solo ricevuti, o solo regalati) sentimenti. E, infine, questi sentimenti devono essere espressi in qualche forma, sia verbale (parole tenere e amorevoli) sia non verbale. E’ importante quindi che i sentimenti vengano comunicati correttamente.

Come diceva George Bernard Show: il (più grande) problema della comunicazione è l’illusione che essa sia stata portata a termine (correttamente).

Più in generale la qualità della comunicazione è influenzata anche dall’atteggiamento con il quale ci approcciamo a un’altra persona. Ci sono atteggiamenti che rendono la comunicazione ruvida, sgradevole, svalutante. Questo riguarda soprattutto la comunicazione attiva. Ma anche quella passiva può essere insoddisfacente. Mi riferisco a chi non sa ascoltare o non vuole ascoltare. Affinché avvenga una buona comunicazione infatti, dobbiamo rispettare ciò che l’altro sta dicendo, anche se non siamo d’accordo. Per onorare veramente l’altra persona dobbiamo soprattutto permettergli di parlare, senza trascurare né la persona né ciò che viene detto. Molto spesso i bambini o gli adolescenti non vengono ascoltati, perché i genitori “sanno meglio”. Così come, spesso, un coniuge non viene ascoltato perché il partner deve avere “ragione” o non vuole ascoltare il messaggio che gli viene dato.

Gli effetti negativi del non essere ascoltati

Quando non si viene ascoltati, ciò provoca risentimento o isolamento. Dopo un pò, gli sforzi per comunicare vengono abbandonati e la relazione si raffredda. Del resto, è difficile fidarsi di qualcuno che nemmeno ti ascolta. Sentire che gli altri ci conoscono realmente poco o che non si interessano di noi, può farci sentire irrimediabilmente scollegati dal resto dell’umanità. Può darsi pure che sentirsi capiti sia un prerequisito perché gli altri nostri desideri siano soddisfatti in modo soddisfacente.
È una situazione deprimente e può portare a sentimenti di vuoto e sconforto. La solitudine viene spesso interpretata praticamente come sinonimo di depressione, anche se per alcuni è solo una scelta.

Gli effetti positivi dell’essere ascoltati

Quando invece abbiamo chi ci ascolta cambia tutto. Gli effetti positivi dell’essere ascoltati sono molti. Eccone alcuni.

  • Conferma della propria identità (siccome gli altri sono uno specchio, essere ascoltato/a per quello che sono conferma che quello che “penso di essere” è vero)
  • Io esisto! (provare a lungo la sensazione di non essere capiti provoca in molte persone il terrore che ciò equivalga a “non essere mai esistiti” a questo mondo)
  • Sentirsi accolti e di “appartenere” (sentirsi quindi connessi alla persona che si ha di fronte, ma anche inseriti nella comunità, da cui un senso di appartenenza)
  • Sentirsi accettato/a (simile alla voce precedente, ma qua il focus è soprattutto sulla sensazione di approvazione rispetto a quello che si dice, alle proprie idee, al proprio modo di essere)
  • Sentire di avere il “potere” (l’approvazione degli altri ci dà la convinzione di poter realizzare progetti e idee, e quindi una maggiore convinzione nel proporli e nel portarli avanti)
  • Relazioni più soddisfacenti (per tutto quello che ho scritto nei punti precedenti, sentirsi compresi aiuta a lasciarsi andare, a stabilire relazioni più profonde, a esprimere meglio noi stessi, e tutto questo è appagante).

La magia dell’ascolto attivo

L’ascolto “attivo” è chiamato così proprio perché consiste nell’interagire con la persona che parla, piuttosto che stare solo in silenzio ad ascoltare. L’interazione dell’ascolto attivo ha uno scopo ben preciso: quello di capire veramente il punto di vista della persona che parla, ma anche farle sentire vicinanza. Insomma, farla sentire compresa.

Nell’ascolto attivo si possono usare vere e proprie tecniche del colloquio. Ce ne sono molte, ma quelle più importanti sono essenzialmente tre: a) empatia, b) conferma, c) riformulazione.

L’empatia è l’atteggiamento di sincero interesse e vicinanza. Avere empatia verso una persona significa fare il proprio meglio per comprendere a fondo le sue motivazioni e, in qualche modo, “tifare” per la persona, cioè sentire amorevolmente di augurarle il bene. L’empatia non significa condividere a priori quello che dice la persona: si può essere empatici anche quando si dice che la nostra opinione è diversa. Inoltre l’empatia non richiede di voler per forza “risolvere” i problemi della persona fornendo consigli che nascono dal nostro personale punto di vista. I consigli sono preziosi, ma solo quando richiesti e non, invece, quando sono imposti.

Le conferme sono quei segnali, sia verbali che non verbali, con i quali facciamo capire alla persona che abbiamo compreso ciò che sta dicendo. Servono a incoraggiare la persona a continuare il suo racconto, magari anche ad andare più a fondo.

La riformulazione invece consiste nel restituire dei feedback alla persona, sotto forma di brevi ripetizioni di quello che sta dicendo. Esistono diversi tipi di riformulazione che chi si occupa di relazione di aiuto dovrebbe conoscere e saper utilizzare. La tipologia più comune sono le parafrasi, in particolare la risposta-eco, che consiste nel ripetere le ultime parole dell’interlocutore esattamente come le ha dette, oppure la riformulazione-riflesso, con la quale l’ascoltatore ripropone gli stessi contenuti espressi da chi parla ma utilizzando parole proprie.

Quale che sia la capacità e l’abilità dell’ascoltatore, essere ascoltati è un grande momento di liberazione. Il momento nel quale tirare fuori tutte le emozioni represse, le preoccupazioni, i dubbi, avendo di fronte una persona che ti accoglie e Ti mette a tuo agio, con empatia e senza giudicarti, se possibile.

Confidarsi e “sfogarsi” ha un grande effetto liberatorio soprattutto se chi ascolta “presta” sé stesso come “contenitore vuoto”, pronto a ricevere quanto ti sentirai di poter trasmettere, accogliendoTi con calore e mettendo da parte ogni pre-giudizio…

Ricordo che sia in classe, al liceo, che nel gruppo di amici che frequentavo, c’era sempre qualcuno capace di ascoltare, dedito all’ascolto, che dedicava parte del suo tempo a compagni di classe o amici che ne avevano bisogno. A volte ascoltare salva pure una vita. Ascoltare è un dono meraviglioso!

Tra i servizi dello studio olistico VivereLaVita c’è anche quello di ascolto attivo. Se hai bisogno di “tirare fuori il rospo”, di essere ascoltato/a senza giudizio, con empatia e accoglienza, prenota un appuntamento, in presenza (a Terni, prenota qui ) oppure online (riempi il modulo di contatto – qui – poi sarai contattato/a)

I buoni propositi per l’anno nuovo

Come ogni anno, arriva la notte di San Silvestro, con i suoi riti e le sue cadenze. Quest’anno niente veglioni, niente folle in discoteca, limiti alle riunioni parentali, eccetera. Tuttavia, anche grazie alla televisione, la fine dell’anno e l’inizio dell’anno nuovo è sempre un momento pieno di emozioni…

E in questo momento così emozionante cosa fare di meglio se non … FARE DEI BUONI PROPOSITI PER L’ANNO CHE NASCE?

Il rituale ispira i buoni propositi

Come ogni soglia, il Capodanno sembra sempre un momento di passaggio da qualcosa di noto, familiare e spesso sgradito verso qualcosa di completamente nuovo, ignoto, forse peggiore, forse migliore… ma dai migliore. Una soglia attraverso la quale passiamo per trasformarci in qualcosa di diverso… magari, finalmente, nell’Io Ideale che tanto abbiamo sognato.

Il conto alla rovescia, lo spumante sul vestito (quest’anno .. no…) , i fuochi di artificio se consentiti… una miscela esplosiva che ci induce a piangere (!) , o comunque a sentire un groppo alla gola, solo perché l’orologio passa dalle 23:59’59” alle 0:00’00”. E ci scopriamo in un territorio inesplorato, ci guardiamo intorno e quasi non riconosciamo le mura che ci circondano…

E’ questo il momento fatidico delle promesse a sé stessi…

Nell’anno nuovo…

  • smetto di fumare”
  • “non mangerò più pop-corn”
  • “andrò a dormire sempre presto”
  • “non mi farò intimidire dal mio capo”
  • “sarò buono”
  • “voglio dimagrire”
  • “andrò a correre un giorno sì e un giorno no”
  • “mi iscriverò a quel corso che mi piace tanto
  • “…”

Propositi puntualmente NON rispettati

Eh sì, la grande maggioranza di questi propositi non resiste oltre le due settimane dal Capodanno. Molti soccombono prima.

Allora… che senso ha formularli?

In questi giorni mi è capitato di ascoltare alcuni brani di una lunga intervista a un guru della comunicazione. Sosteneva che prima di fare buoni propositi per l’anno successivo bisognerebbe verificare come è andata a finire l’anno precedente (ok, ci siamo, l’ho appena detto)…

… e che però chi fa buoni propositi ha una maggiore probabilità di raggiungere i propri obiettivi rispetto a chi non li fa (ok, vivere con intenzione e uno scopo è il fulcro centrale della strategia che io propongo per co-creare la propria realtà )

… e finiva con un lungo elenco di punti, ovviamente esattamente 10, per i quali i buoni propositi falliscono. In realtà i motivi sono essenzialmente due, solo che sono molto importanti…

Perché i buoni propositi falliscono

Prendiamo il primo proposito della lista che ho buttato giù poco fa… “.. smetto di fumare“.

Bene, ottima decisione. Fumare non è salutare, a lungo andare può creare un sacco di problemi di salute. Quindi NON fumare sembra un’ottima opzione.

Caspita… perché non ci hai pensato prima? … Magari ci avevi già pensato. … Quindi non lo hai mai fatto perché… perché?

Sia per il fumo che per l’alimentazione sbagliata e molti altri comportamenti disfunzionali dobbiamo chiederci, prima di volerli cambiare, ma perché lo faccio ?

La risposta non è facile ma è dentro di Te.

Una o più parti di noi, nelle nostre personalità multiformi e multidimensionali, ha (/hanno) deciso che fumare è cosa buona. Questa è la verità, punto. E se questa è stata la decisione … e se questa parte ha imposto questa decisione alle altre, è perché pensa di fare il nostro bene.

Sobbalzo sulla sedia… Comeeeee? Come si può pensare che fumare significa fare il proprio bene? Le risposte possono essere tante e quella giusta è dentro di Te. Confermo però che la parte di te che vuole fumare è convinta di farlo per il Tuo bene. Ed è per questo che si opporrà strenuamente a ogni tentativo di smettere, anche perché si tratta sempre di tentativi presi contro quella parte e mai con quella parte.

Non so se è chiaro. Mi spiego meglio portando il problema al di fuori della singola personalità e abbandonando per un attimo il problema del fumo.

Supponiamo di abitare in un condominio. In questo condominio un signore pensa che nella tromba delle scale ci siano cattivi odori e perciò va al piano terra e apre il portone, incastrando un pezzo di legno sotto alla porta in modo che rimanga aperta. Lui è convinto di fare il bene del condominio e non gli passa per la testa che quello che ha fatto sia sbagliato. Di lì a poco passa l’inquilina del primo piano, che memore dei furti che ci sono stati recentemente in un altro condominio si … indigna… toglie la zeppa di legno rabbiosamente da sotto la porta e la chiude. Blam!

Se i due non dialogano e non si confrontano, si instaura un meccanismo a catena nel quale il signore lascerà sempre la porta aperta, imprecando contro chi la chiude, mentre l’inquilina del primo piano la chiuderà rabbiosamente, imprecando contro chi la lascia aperta. Se i due non si confrontano non potranno mai trovare una soluzione win-win, magari creativa e geniale, per soddisfare entrambi le loro esigenze.

Ebbene, dentro di noi accadono le stesse cose. Parti di noi che non dialogano si confrontano sottotraccia e si ostacolano a vicenda. Questo è il motivo principale per cui i propositi di Capodanno sono destinati a fallire: perché sono decisioni prese da una nostra parte contro altre parti.

La soluzione? La vediamo dopo. Ora ci occupiamo del secondo buon motivo per cui i propositi di Capodanno non sopravvivono a gennaio.

Uno dei requisiti che devono avere i nostri progetti e le nostre intenzioni per avere successo, infatti, è che “ce le permettiamo“. Nel linguaggio dei teorici della Legge di Attrazione “ce le permettiamo” significa “devo crederci veramente“. Crederci veramente significa sia dare una spinta notevole al progetto in sé (che viene lanciato nell’universo con una grande energia, come un lanciatore di giavellotto che è convinto di poter battere il proprio record personale) che mantenere l’attenzione e le motivazioni giuste per continuare a spingerlo avanti in tutte le fasi di realizzazione, comprese quelle nelle quali sembra che tutto si sia arenato e che non riusciamo a fare passi in avanti.

In sostanza dirci “sarò buono” non funziona se siamo convinti di essere irrimediabilmente malvagi, così come “andrò a correre un giorno sì e un giorno no” non sarà credibile se siamo convinti di non godere di buona salute o di non essere sufficientemente forti, eccetera.

Ecco perché i buoni propositi falliscono quasi sempre.

I buoni propositi che hanno probabilità di successo…

… sono quelli che rispettano tutte le parti di te e che ti permetti. Ma sono anche quelli allineati ai veri desideri dell’anima. Quale? La Tua, ovviamente. Nella sua unicità, nel suo modo di essere speciale, … di essere … Te!

Riepiloghiamo. E aggiungiamo anche altri particolari. Un buon proposito deve…

  • essere accettabile per tutte le parti di Te (poi vediamo come fare…)
  • essere percepito come raggiungibile
  • essere coerente con i veri desideri della Tua anima, con quello che senti come il Tuo scopo di essere al mondo, la Tua chiamata (evita in particolare, propositi che devono “accontentare” qualcun altro)
  • assecondare i Tuoi esclusivi e unici talenti e le Tue attitudini, esaltare i Tuoi pregi
  • evocare forti emozioni solo a pronunciarlo o a leggerlo (Ti deve EMOZIONARE!)
  • deve dipendere solo da Te! (non delegare ad altri il potere sulla Tua vita!)
  • essere formulato in positivo senza utilizzare termini come “NON”, “senza”, “mai”…
  • non usare né il verbo “dovere”, né il verbo “volere” (mettono pressione psicologica e possono indispettire alcune parti di noi…)
  • usare il verbo al presente continuativo piuttosto che al futuro (per esempio: “sto iniziando a scrivere il libro che avevo in mente“, piuttosto che “scriverò il libro che avevo in mente“)
  • Una sola frase, facile da tenere in mente.

Le caratteristiche in rosso sono quelle più importanti, ma sono importanti anche le ultime che riguardano il modo di scrivere i buoni propositi. Se riesci a soddisfarle tutte, tanto meglio!

Amarsi è importante per raggiungere i propri obiettivi.

Mettere d’accordo le proprie parti non è facile…

Sì proprio così. Non è facile.

Perché dovrei illuderti, aggiungendo anche il mio nome alla schiera di guru che ti promettono che cambierai la tua vita leggendo un libro? Non è così che funziona.

Mettere d’accordo le proprie parti è però qualcosa che si può fare. In studio lo facciamo spesso; essere guidati nel farlo è un qualcosa che ti permette di abbandonarti e seguire una tecnica che ha delle fondamenta.

Ma adesso voglio darti qualche suggerimento per iniziare a farlo da solo/a.

Primo passo: rispettarsi. Rispettarsi di più, amarsi di più, è difficile da fare per tante persone. In effetti l’odio di sé è qualcosa che ci accomuna tutti e ha radici lontane. Tuttavia, anche se dirlo così può essere un qualcosa che rimane lì, senza effetto, questo è l’ingrediente numero uno. Se un giorno rispetterai tutte le parti di Te, anche quelle che sembrano buie, cattive, non gradevoli, o che ti creano problemi, allora avrai fatto un grande passo in avanti. Per farlo dovrai convincerti (da solo/a) che fai parte dell’amore universale, che non ne sei separato/a, che vali a prescindere, perché la Tua anima è unica e meravigliosa. Che hai dentro di Te i semi della bellezza, della gioia, della creatività, dell’amore. Che puoi riscoprire tutto questo, se lo vorrai.

Nel momento in cui il rispetto e la pace prevalgono, le parti di Te ritrovano l’armonia. In quel momento diventa più facile scoprire perché c’è una parte che ti fa fumare o una che ti fa mangiare tonnellate di cioccolata. Diventa più facile convincere quella parte a trovare un modo nuovo e più funzionale di servirti.

Comincia con l’ascoltarti e osservarti. Senza giudizio. Entra in uno stato di profondo rilassamento e quando senti che i pensieri si sono calmati e che il corpo è rilassato, “convoca” amorevolmente quella parte di Te che ti fa fare ciò che non vorresti. Onorala e accoglila…. Falle sapere che apprezzi il fatto che si dà da fare per Te e … ringraziala. Chiedile quale è l’intento positivo per il quale fa questa cosa su cui stai lavorando (p.e. mangiare molta cioccolata). Aspetta la risposta. Quando arriva apprezzane lo scopo e poi convoca la tua parte più creativa.

Chiedi allora alla parte creativa di prendere atto dello scopo della parte “responsabile” del comportamento da cambiare e di trovare alcuni modi alternativi (almeno tre), di assolvere allo stesso scopo. Ricevuta la risposta chiedi alla parte “responsabile” di valutarli e di sceglierne almeno uno. Fai in modo che le parti si mettano d’accordo di sperimentare questo nuovo modo di fare per una o due settimane, per poi rivalutare la situazione.

Questo è, con le opportune semplificazioni, un classico processo di ristrutturazione con accordo delle parti che facciamo in studio. Puoi provare a farlo da solo/a. I risultati saranno sorprendenti, ma ricorda… la chiave di tutto è il rispetto e la comprensione tra le diverse parti di Te.

Buon lavoro!

Sandro Savoldelli

Quando l’angelo custode entra in un vicolo cieco…

In questo blog si è parlato spesso di archetipi. Abbiamo già detto che le nostre personalità sono organizzate attorno ad alcuni archetipi in proporzioni variabili. e quasi tutti i comportamenti umani sono guidati dagli archetipi. I precedenti articoli dedicati agli archetipi sono i seguenti:

mentre recentemente ho tenuto un webinar gratuito dal titolo “Archetipi come possono aiutarci nel nostro percorso di vita“, cui puoi assistere registrandoti dal link del pulsante seguente

In questo post parliamo invece di uno degli archetipi junghiani, l’Angelo Custode, e in particolare dell'”ombra” dell’Angelo Custode, ossia di quei comportamenti devianti dovuti a una errata interpretazione delle qualità sane dell’archetipo. In genere preferisco utilizzare per questo archetipo il termine “Il Protettore”, per cui è così che lo chiamerò da qui in avanti.

Il Protettore è l’archetipo della generosità, quella parte di noi che offre protezione e attenzioni a coloro che ci circondano. In genere si attiva automaticamente nell’esperienza genitoriale, soprattutto nella madre. In questo caso l’archetipo rimane a lungo quello maggiormente espresso e caratterizza in modo quasi esclusivo la personalità della donna. Più in generale può tuttavia esprimersi anche in assenza di una situazione così particolare e coinvolgente quale l’essere genitore. Ci sono diverse persone, infatti, che offrono spontaneamente calore e cure (e coccole) agli altri.

Come tutti gli archetipi, anche il Protettore si può esprimere in una persona a diversi livelli. Nel livello più pieno e avanzato di sviluppo, la persona si mostra:

  • molto generosa
  • con una forte personalità, cosa che le consente di dare agli altri da una meta-posizione di generosità disinteressata e di compassione, ma anche di distacco amorevole
  • esercita l’accudimento agli altri cercando di rafforzarli, ma mai di sostituirsi a loro
  • è attenta ai bisogni del proprio bambino interiore, cosicché presta assistenza e cure anzitutto a sé stessa, perché solo un Protettore saziato e amato può amare gli altri in modo disinteressato. Questo delicato equilibrio è dovuto al fatto che il Protettore rispecchia sé stesso negli altri e non intende agire in modo da danneggiare nessuno, compreso sé stesso.

Il Protettore al suo massimo sviluppo è dunque espressione dell’amore disinteressato, agisce senza chiedere nulla in cambio, nei casi più elevati può arrivare anche al sacrificio di sé stesso per salvare una o più vite. Tuttavia, deve essere evidenziato che il Protettore protegge anche e soprattutto sé stesso, pur facendolo senza nuocere agli altri. Per questo motivo è molto utile come autosostegno quando andiamo incontro a esperienze di dolore e sofferenza, o per le persone che combattono contro dipendenze da droga o alcool.

Le ombre del Protettore

L’ombra si manifesta quando l’archetipo smarrisce sé stesso e si aggancia a caratteristiche non funzionali della personalità. Un Protettore vittima dell’Ego non è più in grado di assolvere alle sue funzioni, oppure lo fa con alterne fortune, creando in una qualche misura disagi e sofferenze, a sé stesso e alle persone accudite. Tra le ombre del Protettore si stagliano nettamente sulle altre tre figure particolari: il martire (vero), il soffocante/divoratore e il colpevolizzante (o falso martire).

Il Martire

Si manifesta quando il Protettore pensa di dover sempre dare agli altri senza ricevere niente in cambio. Il dovere di aiutare diventa un’ossessione e non si ferma neanche di fronte al vero e proprio sacrificio che il Martire si impone. In sostanza il Martire dimentica completamente il primo soggetto cui deve protezione, ossia sé stesso, spesso perché si odia. Questa dinamica si instaura sia quando la persona ha una forte spinta al dovere (aiutare), ma anche quando non sa dire di no per paura del rifiuto o perché pensa di avere degli obblighi nel momento in cui riceve qualcosa. Il risultato è sempre lo stesso, stanchezza, sottrazione di tempo e risorse a sé stesso, la sensazione di una vita grigia dove trova posto solo l’impegno verso altre persone, a volte nemmeno riconoscenti.
Il senso di colpa permanente è tipica espressione del “Martire“, che pensa di togliere agli altri quando soddisfa i propri bisogni, anche se lo fa in modo onesto e sincero.

Il Soffocante/Divoratore

Quando il Protettore vuole esercitare un controllo pieno sulla vita dei propri assistiti allora entra negli eccessi della figura del Soffocante/Divoratore. In precedenza ho scritto che un Protettore al massimo livello di sviluppo assiste gli altri facendo in modo che essi imparino a essere autonomi e che la sua azione di cura e assistenza non lo porta mai a sostituirsi agli altri. Viceversa, il Soffocante/Divoratore non ha consapevolezza della necessità di permettere agli altri di crescere e provvedere autonomamente ai propri bisogni. In realtà il Soffocante/Divoratore assiste gli altri proprio per soddisfare il proprio bisogno di controllo sulla vita altrui. In questo modo tende a instaurare relazioni di dipendenza e co-dipendenza, compiacendosi del fatto che le persone che assiste “hanno bisogno” di lui e che “non ce la potrebbero fare da soli”. In sostanza teme ossessivamente che le persone assegnate alle sue cure diventino indipendenti, potendo infine fare a meno della sua opera. Quanto ci sia di paura di solitudine è difficile stabilirlo. Certamente il Soffocante/Divoratore appaga attraverso la relazione di dipendenza il suo bisogno di sentirsi (finalmente?) importante.

In ambito genitoriale questo tipo di ombra si esprime in molte famiglie, quelle che Bateson definiva “famiglie invischiate”, caratterizzate per la presenza di eccessi di protezione, di una accentuata invadenza nel campo altrui, di un forte controllo esercitato dai genitori, associato ad ansia al solo pensiero di non poterlo più esercitare. In questa situazione i figli tendono a rimanere dipendenti per un lungo periodo della loro adolescenza e giovinezza.

Un altro modo di esprimere il controllo in ambito genitoriale consiste nell'”imporre” ai figli di fare determinate scelte che magari corrispondono ad ambizioni frustrate degli stessi genitori. Pensiamo ad esempio a quei genitori che impongono ai figli una determinata tipologia di scuola superiore o un determinato corso di laurea.

Il Colpevolizzante

Il Colpevolizzante è una forma deviata del Protettore che ha diversi punti di contatto con il Martire. Anche il Colpevolizzante tende infatti a creare rapporti di dipendenza e certamente cade in una spirale di eccesso nelle cure e nelle attenzioni che riserva ai suoi assistiti. A volte gli pesa e può entrare in una condizione di stanchezza cronica e di depressione. La differenza con il Martire è che il Colpevolizzante cerca non tanto di soddisfare un bisogno di controllo, quanto di sentirsi gratificato (ringraziato) affinché il suo darsi da fare venga riconosciuto. Si assiste pertanto a una alternanza tra cure e accuse di ingratitudine che si rincorrono senza fine. In qualche misura questa figura si aspetta anche di ricevere in cambio qualcosa, magari attenzioni e cure a sua volta. Questo tipo di “richiesta” viene però esercitata in una forma comunicativa deviata. In effetti il Colpevolizzante non chiede direttamente le attenzioni, ma le aspetta come “logica conseguenza” (a suo modo di pensare) del suo darsi da fare. Dall’altra parte trova però una persona abituata ormai a ricevere e che comunque non è disposta a entrare in una spirale di dare-ricevere a volte spossante.

E Tu, come esprimi il Tuo archetipo del Protettore?

A partire da questo post potrai senz’altro analizzare il Tuo modo di essere Protettore, sempre che, beninteso, Tu esprima in qualche modo questo tipo di archetipo, cosa che non deve essere data per scontata. Se esprimi il Protettore con uno o più profili di “ombra”, più o meno accentuati, forse è utile aprire una riflessione sui motivi che Ti spingono a esprimerti in quella modalità.

Come sempre la consapevolezza è la base dell’auto-guarigione.

Come tirarti su quando sei giù

Per il titolo di questo post ho scelto un gioco di parole, anche per mantenere un tono leggero. Leggero, come vuole essere questo post… Light.

Capitano a tutti momenti di calo di motivazioni, di malinconia, di stanchezza. Non parliamo di veri e propri momenti in cui tutto sembra crollarci addosso (vedi il precedente post “Quando tutto ci crolla addosso...”), ma qualcosa di più leggero… dal quale possiamo uscire vivi 🙂

Prima cosa da fare: prendersi una pausa da internet e dai media.  Mai come oggi i media sono tossici. Sì, proprio in quel senso: TOSSICI, avvelenano il nostro sistema energetico così come certe sostanze possono avvelenare il corpo. Il livello di aggressività e violenza che si respira oggi su Facebook e altri social media è impressionante.  Ci sono in giro resoconti di vari studi sugli effetti dei social network sulla depressione che lo testimoniano. Per quanto amiamo controllare Facebook, Twitter e ogni altro genere di social network il più spesso possibile, i ricercatori stanno iniziando a scorgere una correlazione forte tra l’uso intenso dei social media e la depressione. Sebbene ci siano alcuni vantaggi positivi nel connetterti sui social media, se ti senti in crisi, ora è il momento di abbandonarli per un pò.  Anche la Tv o la radio possono essere dannosi se siamo sempre collegati. Le notizie, soprattutto in quest’epoca dominata dall’incubo Covid, sono quasi mai liete. Del resto i notiziari sono tradizionalmente imperniati sulla cronaca nera o sulla politica. La politica in quest’epoca storica è divisiva e basata quasi esclusivamente sulla demonizzazione di un avversario. Non racconta più un’idea di futuro, un progetto di nuova umanità e di nuova società. Tossica, al pari dei social media… ZOTT!!  Zottare… silenziare … spegnere…

Non sto suggerendo di andare in giro con la testa sotto la sabbia, ma non c’è bisogno di entrare in angoscia permanente ascoltando le stesse notizie 20 volte al giorno. Il bilancio dei contagiati alle 19:08 potrà essere probabilmente identico a quello delle 19:23, abbi fede!  Se vuoi essere informato o imparare qualcosa … beh, leggi un libro…  X-instagram-facebook

Seconda cosa da fare: respirare profondamentejustbreathe.  Chiudi gli occhi e lascia che il tuo corpo si rilassi. Puoi farlo in diversi modi, per esempio passando in rassegna le varie parti del corpo, percependole calde, pesanti e rilassate, dal capo, alle palpebre, al volto. Dal collo alle spalle e, via via, verso il basso, fino ai piedi. Osserva le sensazioni che ti dà il contatto dei piedi con il pavimento, immaginati connesso alla terra attraverso radici immaginarie che partono dalla colonna (dal coccige) e scendono giù fino a entrare nel terreno. E’ utile immaginare che una parte del proprio sé sia là, appena sotto al terreno o al pavimento e che respira con lo stesso ritmo dei polmoni. Poi, finalmente, puoi centrarti sul respiro e ascoltarlo, facendo in modo che diventi sempre più fluido e scorrevole, silenzioso. E sempre più lungo, tanto da poter contare fino a cinque in ogni inspirazione e in ogni espirazione… Prova e vedrai, osservare il respiro è tornare a casa. Tornare ad ascoltare la tua essenza…   

Terza cosa da fare: riprendere contatto con la natura.  Il mondo è fuori, quello vero intendo. Il verde di un albero, un passero che cinguetta, la sagoma sorniona di un gatto… osserva attentamente, fermati per un attimo e pretendi solo di osservare. A volte bastano un paio di minuti. Se proprio vuoi prendere una botta di vita… esci!!

No, non al centro commerciale… Semmai al parco, o meglio in campagna fuori città. Siediti fuori e respira aria fresca o fai una passeggiata nella natura. Tutto ciò che puoi fare all’aperto nella natura sarà un vantaggio per il tuo benessere.

Se ne hai la possibilità pnature-in-e44d1f847fab3777261c64assa un pò  di tempo a giocare con il tuo cane, ad accarezzare il tuo gatto o semplicemente a stare con un animale. C’è un motivo per cui gli animali vengono utilizzati per la terapia, il contatto con gli animali è uno dei migliori esempi di vivere il momento, nel qui&ora. Personalmente amo osservare gli animali liberi che circondano la mia casa: tortore, gazze e gatti per lo più.   

Quarta cosa da fare: attività fisica/motoria. Se hai deciso di fare una passeggiata nelle campagne hai preso due piccioni con una fava. Se no, prendi in considerazione di fare un pò di jogging o un giro in bicicletta. Se proprio non vuoi uscire di casa puoi praticare qualche posizione yoga (oh no…), ok, almeno qualche flessione e un pò di stretching. L’attività fisica (di “resistenza” e lunga durata) ti aiuterà a rilassarti, grazie al prevalere del sistema parasimpatico nelle ore successive allo sforzo. Gli effetti sono benefici anche sull’umore.

Vuoi strafare? Se hai deciso di portarti proprio ad un altro livello allora potrai anche:

  • parlare con una persona amica: … preferibilmente faccia a faccia (ma con mascherina!). Non online, quindi, non tramite i social media (ricorda, non dovresti comunque essere sui social media in questo momento…), ma con una persona reale. Incontrati per un caffè, fai una passeggiata,  e… parla. Sempre che non passerai tutto il tempo a parlare di tutti i motivi per cui ti senti angustiato. Parla piuttosto di argomenti piacevoli, di cose felici, allegramente e godendoti tutto il piacere dello stare insieme.
  • Entra in uno stato di gratitudine: fai un elenco di tutte le cose per cui sei grato nella tua vita, sia presenti che passate. Se oggi hai mangiato e hai pure un letto su cui dormire, sei già un bel pezzo avanti… Persone con le quali stai bene e che ami, i tuoi animali domestici, i tuoi hobby, le tue pause-caffè … una volta che inizi a scrivere, l’elenco diventerà sempre più facile da arricchire e il tuo umore migliorerà sempre di più. La gratitudine è una cosa magica!
  • Un gesto di generosità verso qualcuno: ho tenuto il meglio per ultimo, perché il modo migliore in assoluto per aumentare la frequenza delle tue vibrazioni è fare qualcosa di buono per qualcun altro. Fai un atto casuale di gentilezza per un vicino, un amico o uno sconosciuto. Regala qualcosa a un’amica, eccetera. Qualsiasi cosa che possa far sentire meglio qualcun altro e poi osserva che effetto ha fatto su di te… Ti sorprenderà scoprire che stai molto meglio!

Have good vibes!

Le parole al vento precipitano in fiori (o in spine)

Ho scritto più volte su questo blog del nostro essere multidimensionale, del nostro sistema energetico, del sovrapporsi di più corpi, a partire da quello fisico denso fino a salire a corpi energetici sempre più sottili. Ogni nostra espressione è energia e anche le parole lo sono. La realtà esiste a vari livelli di vibrazione, tutto ciò che fa parte del mondo fisico vibra ad una frequenza più bassa rispetto a quello che appartiene al mondo delle emozioni, e poi a quello della mente, fino ad arrivare al nostro sé trascendente e a una dimensione spirituale.

La parola è un potente strumento di connessione tra diversi livelli vibrazionali del nostro essere multidimensionale. Ogni parola trasporta il contenuto della mente a un livello più alto, e grazie al caricamento energetico dell’intenzione esce fuori del nostro sistema sottile e si proietta all’esterno, insieme ad altre parole collegate, nelle sembianze  di una forma-pensiero. In sostanza quando pronunciamo delle frasi cariche di significato stiamo lanciando nell’universo un’idea che fino a poco prima era custodita all’interno del nostro sistema. Proiettandola all’esterno lanciamo un messaggio che è una sorta di richiamo. Un richiamo alla materializzazione nel mondo fisico dell’idea espressa. Un richiamo alla coalizione di forze ed energie che ci devono aiutare (questa è l’intenzione originaria) a realizzare il concetto correlato.

In parole povere: se noi pensiamo che un certo impegno va oltre alle nostre forze e generiamo pensieri del tipo “non ce la farò”, “non ne ho la capacità”, ecc. stiamo creando una serie di effetti, neurologici ed energetici, che minano le nostre possibilità di assolvere effettivamente quell’impegno. Ma nel momento in cui noi, parlando con un amico o un conoscente, DICIAMO che non ce la faremo, ecc., allora proiettiamo questo messaggio all’esterno. Le forze esterne lo recepiscono e si attivano, in base alla legge di risonanza, attirando altre forze ed energie correlate fino a determinare eventi (in questo caso negativi) che ci impediranno di portare a termine l’impegno.  Sembra inverosimile, ma non lo è affatto. Prova a tornare indietro nel tempo e a cercare gli effetti delle tue parole, dei tuoi discorsi, delle tue lamentele, dei tuoi ragionamenti, ma anche delle volte che hai detto con forza “ho deciso che…”.

Apro e chiudo una parentesi… Pensiamo alla Genesi e prendiamo in prestito alcune frasi di un articolo del cardinale su Famiglia Cristiana:

La frase che dà il via al racconto della creazione porta in sè un ampio ventaglio di valori simbolici e nell’antitesi con le tenebre diventa un paradigma morale e spirituale. Anche senza conoscere la lingua della Bibbia, l’ebraico, è facile sentire il ritmo e la rima di questa frase iniziale del racconto della creazione: Wajjo’mer ’elohîm: Jehî ’ôr. Wajjehî ’ôr, «Dio disse: Sia la luce! E la luce fu» (Genesi 1,3). È il celebre imperativo divino che dà il via al Creato con l’elemento primordiale della luce, frase che è divenuta popolare nella traduzione latina Fiat lux.” “

La creazione entra pertanto in una fase decisiva, secondo la religione cristiana, con una frase.  Questa  particolarità rappresenta in modo esemplare il potere della parola. Le parole creano, le parole hanno una vibrazione.  dita

Prima di andare avanti puoi rileggere l’articolo del blog “Quello che ti dici è la tua strada“, che ho pubblicato nella scorsa estate ed è un ottimo complemento a quello che stiamo trattando in questo post.

Attento/a a come parli! Le parole da non dire.

Come parli? Usi spesso parole o frasi negative? O al contrario quando parli sprizzi ottimismo da tutti i pori?

Se fino ad oggi non ci hai pensato molto, questo è il momento per riesaminare il tuo linguaggio e fare attenzione ai termini demotivanti, depotenzianti, ma che, soprattutto, lanciano messaggi pericolosi al mondo esterno.

Avrei dovuto…

Ogni volta che inizi una frase con “avrei dovuto…“, stai facendo riferimento al passato e ti stai soffermando su di esso invece di essere centrato/a su ciò che puoi cambiare ora. Il passato è passato, il passato è andato. Non solo non è più modificabile, per cui eventuali risultati negativi sono cristallizzati per sempre nella mente, ma è anche un chiaro richiamo del rimpianto e può risultare molto distruttiva nonché causare battute d’arresto sul tuo percorso. Prova invece a sostituirla con propositi e azioni in corso o future, del tipo “ora ho deciso che …”.  Quando questo trasferimento dell’attenzione, questa trasformazione, sarà diventata una prassi, comincerai a vedere risultati concreti.

Non posso…

Non puoi? Ah ok, allora non ci riuscirai. Le forze dell’universo rispondono a tono e in modo coerente. Magari Tu stai solo esprimendo una Tua paura, un dubbio, nella speranza di essere aiutato/a, supportato/a, coccolato/a. Ma intanto l’energia associata al “non posso” genera effetti negativi. Meglio sostituirla con affermazioni positive, naturalmente ragionevoli e accettabili (consulta l’articolo “Quello che ti dici è la tua strada” per i consigli su come scrivere le affermazioni positive), con le quali dici chiaramente di quali risorse hai bisogno per portare a termine il compito. Per esempio “posso farlo, lo farò…, ma devo avere più tempo e il tuo aiuto nel reperire gli indirizzi…

Non ce la faccio più…

Un altro grido di allarme molto diffuso e molto negativo. Questa frase intanto sottende che stai facendo qualcosa di sbagliato, che ti sei cacciato/a nei guai a causa di qualche errore o per aver subito supinamente una situazione inaccettabile. Ma non solo, perché “non ce la faccio più” si porta dietro, come in una catena di disgrazie, anche “non ce la farò mai” e “non posso“, accumulando più effetti negativi in una sola frase.  Anche in questo caso occorre progettare una trasformazione dell’enunciato originario e sostituirlo con l’annuncio di una o più azioni concrete che miglioreranno la nostra situazione.

Naturalmente ci sono molte altre parole e frasi che inducono effetti negativi, ma penso che ormai hai capito il meccanismo per cui passiamo alle parole e frasi positive.

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Dalla difesa all’attacco: l’abitudine di enunciare i buoni propositi

Se hai compreso il messaggio, è l’ora di iniziare a scegliere le parole che dici le parole che usi per descrivere te stesso e la tua vita, consapevolmente.

Io sono quello che sono

Un buon modo per abituarsi a usare parole o frasi potenzianti è di selezionare una serie di buone qualità che si posseggono senza ombra di dubbio (poche o tante che siano, non importa) e usarle spesso precedute dalla formula “Io sono…“.

Io sono rispettoso dei sentimenti degli altri…“, “Io sono una persona intelligente…“, “Io sono sempre allegra…“.  Ma una delle formule più potenti è “Io sono quello che sono“. Con questa frase state annunciando verbalmente che vi siete riunificati con Voi stessi e con tutto quello che vi circonda. Attenzione, (!) non banalizzare questa frase, che va anzi sentita profondamente, pronunciandola in uno stato meditativo e di rilassamento, in contatto con il tuo centro. Crea quindi l’atmosfera giusta e ascolta Te stesso/a. Solo quando sei pronto/a pronuncia la frase “Io sono quello che sono“.

Parla dal cuore, parla di amore

Quando ci lamentiamo della nostra sfortuna nella vita, parliamo con ansia o usiamo parole di odio, di solito lo facciamo da uno stato di paura. Quindi, il primo passo che devi compiere per vincere questo stato è praticare una migliore consapevolezza di sé sulle parole che stai usando. E’ importante non solo riconoscere la paura, ma soprattutto comprendere che esprimendo attraverso le parole violente la tua paura non fari niente di buono per la Tua felicità.

Molto meglio scegliere le parole con coraggio, consapevolezza e amore. Parla sempre da uno stato d’amore: amore per Te, per la tua vita e per gli altri. Le tue parole sono uguali al tuo mondo, quindi usale con saggezza.

“Amare” e “Amore” sono parole che generano effetti grandiosi, ma mai se usate a sproposito. Lo sono invece se nascono dal cuore, piuttosto che dalla mente. Dire “Amo arrivare primo” significa in molti casi accostare la parola “amore” a vibrazioni basse, le vibrazioni della competizione esasperata, del vincere a spese di un altro, ecc.

Diverso invece esprimere concetti come “amo la bellezza“, “amo la luce“, “amo la perfezione“.

E ricorda sempre che … “Quello che ti dici è la tua strada” .